Archivio per Marzo 2006

Il vescovo Bregantini e la Locride

Marzo 31, 2006

di Nicola Zitara

Catapultato credo nel 1954 o ‘55 , poco più che venticinquenne, a fare il capolista del blocco popolare nelle elezioni comunali di Africo, ebbi modo di conoscere Umberto Zanotti-Bianco e Giuseppe Isnardi, il primo guida dell’Associazione Nazionale per la Lotta all’Analfabetismo. Suo discepolo e braccio destro, il secondo. Erano entrambi piemontesi ed entrambi amavano la Calabria come nessuno di noi calabresi ha saputo amarla; credevano nei calabresi come mai nessuno di noi ha saputo credere.
Zanotti-Bianco aveva cominciato proprio nella Africo aspromontana la sua missione di archeologo e meridionalista, Isnardi, che aveva voluto insegnare a Catanzaro onde fare il meridionalista da dentro, conosceva come nessun altro i problemi della comunità africhese.
Quando ho cominciato a inquadrare la personalità di Giancarlo Bregantini, trentino, nominato vescovo di Gerace – la diocesi a cui appartiene il mio paesotto – il ricordo di quei due uomini è riesumato dai meandri della memoria in cui il trascorrere dei decenni lo teneva conservato. Come le due polverose icone della mia giovinezza, l’uomo Bregantini – anche lui calato qui da un mondo in cui l’attività produttiva è una normale proiezione della personalità umana – crede che le pecore del gregge calabrese che, a guardarle, sono tutte nere fino al midollo delle ossa, se guidate da un buon pastore possano diventare tutte bianche.

Un caro amico mi raccontò una volta quest’apologo.
Dio, preoccupato del fatto che nessun calabrese salisse più in Cielo, mandò lo Spirito Santo a vedere cosa stesse succedendo. Lo Spirito Divino partì subito e prese a sorvolare la Calabria in lungo e in largo, a scrutare cosa facessero gli uomini. Volò dallo Stretto fino al Pollino, dal Tirreno al Jonio, da Palmi a Crotone, da Crotone a Cetraro, da Cetraro a Rossano, ma non vide l’ombra d’un uomo.
“Se ci fosse stato uno dei soliti terremoti, l’avrei saputo. Ma cos’è mai successo, che io non sappia già?”
Coscienzioso, come ben deve essere lo Spirito Santo, riprese a volare. Volò su montagne boscose e su mari inquinati, su città di robusto cemento e su poveri e antichi casali. I muri erano lì, ma gli uomini non c’erano. Stanco alla fine, planò su un tratturo di montagna. E mentre era lì a riposare, lontano, alla svolta apparvero due uomini, due contadini malvestiti e armati di doppietta.
“Due cacciatori”, pensò lo Spirito Santo, e si affrettò a prendere sembianze umane; le sembianze di una persona autorevole, di uno che poteva essere immaginato come un ministro, un deputato, l’onorevole Marco Minniti, un direttore di banca, un capo ‘ndrina. E quando i due gli furono davanti, li bloccò con un gesto imperioso. “Mi spiegate, oh compari, perché in giro non c’è nessuno?”
“La gente si nasconde in casa per non pagare…”
“Non pagare che cosa? A chi?”
“Pagare il suo obolo a Dio e agli uomini.”
“Ma Dio vuole solo Fede, e gli uomini chiedono soltanto Amore.”
“No, sono morti entrambi. Siamo usciti di casa proprio per andare ai funerali.”
“Ma, se andate ai funerali, vuol dire che rimpiangete la Fede e l’Amore…Vedo che siete due uomini buoni. Sono lo Spirito di Dio e voglio farvi una grazia. Soltanto uno di voi chiede. Avrà quello che chiede per sé, e il doppio per l’altro.”
I due presero a schernirsi. Ognuno voleva che fosse l’altro a formulare la richiesta. Alla fine l’anziano la vinse e toccò al giovane parlare.
“Parla, dunque”, disse lo Spirito Santo.
“Ma siete proprio sicuro che siete lo Spirito Santo?”
“Giuro su Dio.”
“No, non giurate. Qui giurano soltanto gli uomini d’onore. Datemi, invece una prova”.
Lì vicino c’era una siepe di rovi, e lo Spirito Santo, per togliere ogni dubbio all’incredulo, la trasformò all’atto in un roseto in fiore.
“E siete proprio sicuro che l’altro avrà il doppio?”
“Sicuro. Parola del Signore.”
“Se è così, allora cavatemi un occhio, Signore.”

I calabresi non hanno né fede né amore né amicizia. Ma forse non è la loro indole ad avere la responsabilità di tale guasto, ma la loro storia, soprattutto quella più recente, quella che ha visto spegnersi il mondo contadino per magia torinese e non in forza di un travaglio e di una fatica locale.
Vi lascio immaginare i pastori d’Aspromonte a far concorrenza alle buste di Parmalat!
Non dico che questo mondo non può cambiare per via d’esempio e di buone azioni, ma se questa deve essere la strada, i missionari non bastano. Se cinquant’anni fa ad Africo, invece di un solo Isnardi, fossero calati da Torino duecento Isnardi e avessero preso in mano la guida del paese, io, candidato a sindaco, perdute le elezioni, non avrei ringraziato Dio d’avermele fatte perdere.
Il discorso vale anche per Bregantini, un uomo di Dio con quei cosi, capitato fra i pagani; un essere vivo, un prete senza pancia, uno che forse crede veramente nella bontà del cuore umano. Ma solo, non farà più di quel che riuscirono a fare Zanotti-Bianco e Isnardi. Cioè niente. Per cambiare la Calabria con il metodo dell’esempio bisognerebbe che qui arrivasse una legione di trentini a dare testimonianza che Dio esiste veramente.
Tutti trentini: il presidente della Regione, i consiglieri regionali, i deputati, i giudici, gli uscieri di pretura, i sacrestani, i maestri, i bottegai, gli albergatori, i sindaci, gli assessori, gli impiegati comunali e quelli delle poste e delle banche, gli avvocati, i medici, gli infermieri.
Dell’assenza di sodali, il fervido Bregantini si sta accorgendo, purtroppo, a sue spese. Infatti, avendo creato a Locri un’istituzione per aiutare con piccoli mutui gli imprenditori che correvano il rischio di finire (o erano già finiti) nelle grinfie dell’usura, pare che abbia perduto gli interessi e anche il capitale.
La cosa ci fa un grande disonore. Ancora peggio sarà quando i farisei del giornalismo scritto e parlato – dopo averlo applaudito per anni – si avventeranno per dire che l’uomo è stato un ingenuo, mentre il sistema era bello, è bello, e bello resterà.
Io credo invece che l’uomo sia tutt’altro che un ingenuo. Forse è soltanto buono. Sa bene quel che pensiamo e sa anche che a Gerace non arriveranno mai tremila trentini a dagli man forte. Sa che, qui, se mai arrivano tremila uomini, saranno tremila carabinieri, che porteranno ordini esterni e leggi forestiere. Ma per lui, come per Isnardi, l’idea che sia l’Italia la causa di tutti i nostri mali non è concepibile.
Uno come lui, quando vedrà chiuse tutte le vie d’uscita, si piegherà in ginocchio e chiederà a Dio un’ispirazione. Ma forse Dio – molto più saggio – sta trattenendo un attimo il fiato per vedere come reagirà il vecchio compare che dovrebbe essere accecato da tutti e due gli occhi.

FATTI INSPIEGABILI.

Marzo 30, 2006


. Le leggende di ogni regione d’Italia, seppure diverse tra loro, narrano spesso di anime che, sepolte in terra non consacrata, oppure in luoghi non di culto, non riescono a trovare la pace perpetua tanto ambita. E come reagiscono queste anime? Vagando inquiete, apparendo in sogno a parenti ed amici, manifestandosi durante sedute spiritiche… sempre con l’intenzione di poter far conoscere il proprio desiderio. Crediamo però che si sia assistito ad un fatto clamoroso: il 23 giugno 1971 l’anima di un giovane morto venti anni fa si sarebbe temporaneamente «reincarnata» nei corpo della sorella, indicando il luogo (sconosciuto) ove il suo corpo era sepolto e chiedendo che fosse traslato al cimitero del paese natio! Il fatto è avvenuto a Serra San Bruno, in provincia di Catanzaro (oggi di Vibo Valentia). Se ne sono occupati anche i giornali locali, ma più come fatto di cronaca che altro, tralasciando completamente di occuparsene dal punto di vista metapsichico. Già altre volte, in sogno, il giovane — morto una ventina di anni fa — aveva manifestato la propria inquietudine ai parenti, i quali avevano creduto di risolvere la questione facendo celebrare delle Messe in suffragio dei defunto. Ma il fenomeno continuava a manifestarsi, specialmente nella sorella del morto, che tuttavia non arrivava a comprenderne le cause: e allora lo spirito, inquieto ma non domito, prese una drastica decisione. Così a Serra San Bruno una donna, una giovane massaia, conosciuta da tutti, onesta e laboriosa, ha avuto nel proprio corpo, improvvisa e prepotente, l’anima del fratello morto venti anni prima, che si è manifestata subito parlando con quella voce che i parenti sbigottiti hanno riconosciuto per la voce del morto. Ha chiesto che rintracciassero la sua tomba, e traslassero la salma dal luogo ove si trovava sepolta, al cimitero di Serra San Bruno. — Cercatela, trovatela, altrimenti non avrò mai pace! — gridava la donna con la voce di uomo e come indemoniata si contorceva per terra tra atroci sofferenze. I familiari, sbigottiti ed allibiti, non riuscivano a comprendere ed a spiegarsi la strana situazione creatasi nella loro casa. E la voce del morto, per bocca della donna, non dava tregua. Fu cosi che il marito della donna, coadiuvato da altri familiari, si mise a girovagare senza troppa convinzione…per i cimiteri dei paesi vicini, estendendo via via le ricerche fino a Savelli, nella Sila Grande, a circa 150 Km. da Serra San Bruno. Là il poveretto diceva di essere sepolto, ma nessuno sapeva niente della salma, nemmeno il custode del cimitero: si, forse, c’era stata una salma corrispondente a tale nome, ma ora, dopo venti anni… Sconsolati i parenti tornarono a casa: ma se quanto avevano fatto bastava a mettere in pace le proprie incredule coscienze, non era sufficiente all’anima del defunto, che intanto diventava sempre più autoritario e più sicuro di se stesso. Infatti appena udito il racconto degli ultimi eventi, la donna fu presa da una crisi ben più forte delle precedenti: con la solita voce del defunto fornì indicazioni estremamente esatte, indicando un angolo quasi abbandonato del cimitero di Savelli e l’esatta posizione di una tomba senza nome tra due vecchie croci corrose dal tempo e dalle intemperie. Inutile dire che tutti i particolari concordavano e i parenti — sempre più stupiti — poterono accertare con un brivido che la salma era stata misteriosamente esumata e traslala proprio… ove indicato! A questo punto non rimase che sbrigare le formalità di legge per il trasferimento del corpo del defunto a Serra San Bruno: e non appena la salma toccò la terra del cimitero tanto desiderato, l’anima finalmente in pace, abbandonò il corpo della sorella. La donna tornò immediatamente alla realtà, ma senza riuscire a ricordare alcun particolare dei brutti momenti passati e della tenebrosa vicenda vissuta! “ Io non ricordo niente, che cosa devo dire? ” (afferma la donna che, ovviamente, ha ripreso la propria voce naturale e la propria tranquillità interiore) “ Io non ne voglio sentir parlare, lasciatemi in pace! ” Come darle torto? Dell’incredibile ed inspiegabile fatto si stanno occupando i teosofi, cercando una spiegazione che avvalori alcune teorie della reincarnazione (anima potrebbe vivere successive esistenze. trasmigrando — dopo morto il corpo — in altri esseri viventi). Si dice anche — ma lo riportiamo a puro titolo di cronaca — che Serra San Bruno fosse invaso dagli spiriti la notte della raggiunta pace eterna da parte della sventurata anima; di certo c’è che Serra San Bruno è stata mèta di curiosi venuti da ogni luogo per farsi raccontare lo strano episodio e per vedere da vicino questa massaia, protagonista di uno dei casi più incredibili, e per ora inspiegabili, del XX secolo!

ATI’, LA DAMA VELATA

Marzo 29, 2006

Sulla sponda dello Ionio verso l’Aspromonte, sulle cime che scendono frastagliate e ventose verso Capo Spartivento, fra i boschi e le creste dei monti, sopra la vallata della fiumara Bonamico, si leva uno sperone roccioso coronato dalle rovine di un castello: è il castello di Atì. Il luogo è selvaggio e inospitale, anche se pieno di suggestioni, la roccia sprofonda a picco fino al greto del torrente e i ruderi del castello quasi si confondono con la vegetazione spontanea. Questo castello ha una storia, una storia che ha dato adito ad una leggenda che dice di un’immagine di donna velata che pare sporgersi alcune sere guardando verso il crinale dei monti. Vi era un tempo la città di Potamia, dove viveva un nobile signore, un conte altero e insolente, tanto che per i suoi modi ostili e villani si era attirato l’odio di tutti. La sua continua alterigia gli procurava forti contrasti anche con i suoi pari e spesso osava sfidare apertamente in duello coloro che gli recavano anche lievi offese. Una volta un nobile suo pari ebbe a scontrarsi con lui per una questione e il conte, adirato, lo uccise; dopo l’assassinio lo assalì il terrore della vendetta dei parenti della vittima e decise quindi di rifugiarsi in quel castello solitario in compagnia solo della sua figliola e di un paggio. La figlia del conte era molto bella e, diversamente dal padre, mite e dolce di carattere; il paggio ere poeta e menestrello e rallegrava le prigionia della fanciulla raccontando antiche storie e suonando il suo liuto. Il castello, una volta alzato il ponte levatoio, era imprendibile, protetto com’era dai profondi burroni e dalle rocce e neppure le più potenti macchine d’assedio potevano far nulla contro quelle torri sfidate solo dai venti. Nella torre maggiore il conte aveva costruito un mulino a vento e in una cisterna aveva raccolto l’acqua piovana cosicché, anche se isolati, non mancasse mai pane fresco. Sicuro della sua fortezza, il conte leggeva le antiche canzoni cavalleresche che parlavano di eroi, di maghi e di incantesimi e nella solitudine ascoltava il rumore degli alberi dei boschi e il fragore dei temporali. Anche la bella Atì leggeva, o ricamava, o seguiva con gli occhi il volo degli uccelli dai monti fino al mare e, quando la malinconia la raggiungeva, chiamava il paggio e lo invitava a cantare le sue canzoni. Fu così, fra la solitudine e la poesia di quei canti, che la ragazza e il paggio si innamorarono, ma ella per pudore non lo fece capire ed egli, per rispetto, fece altrettanto. I nemici avevano ovunque delle spie che, ascoltando il suono del liuto e vedendo i lumi accesi fino a tarda notte, capirono quello che stava accadendo fra i due giovani; decisero quindi di inviare un messaggio al paggio in cui era scritto che se egli li avesse aiutati a conquistare il castello, abbassando il ponte levatoio, loro lo avrebbero ricompensato consentendogli di sposare la contessina. Il giovane paggio aveva sentimenti nobili e non si prestò al tradimento, ma ogni giorno era più angosciato e più innamorato che mai e ogni notte il suo cuore era tormentato da mille dubbi. Ma un giorno che la bella Atì era più dolce del solito e l’arcigno conte più sgradevole del solito, decise che avrebbe compiuto il tradimento e si chiuse nella sua stanza scrivendo una nuova canzone, una ballata religiosa che aveva come tema il tradimento di Giuda. Fece giungere ai nemici il messaggio che nella notte del prossimo venerdì, nell’ora in cui tutti dormivano, egli avrebbe preso il liuto cantando i versi: “E disse Cristo agli Apostoli suoi, quando volete entrare sta solo a voi”. Quello sarebbe stato il segno che il ponte levatoio era abbassato e la strada al castello aperta. Venne la notte del venerdì stabilito, sui monti si abbattè una forte tempesta e il vento fischiava fra le torri, mentre il fiume ingrossato nel fondo della valle faceva rotolare grandi massi. Il conte dormiva profondamente, ma Atì vegliava pensando al suo amore, ascoltando il suono del liuto proveniente da una stanza lontana. Al segnale convenuto, con un rumore di argani, il ponte levatoio fu calato e i nemici s’impossessarono del castello. Senza rispettare il patto catturarono il giovane paggio legandolo mani e piedi e presero il conte nel sonno. Andarono dunque alla ricerca della fanciulla, ma trovarono il letto vuoto e il Vamgelo alla pagina in cui San Matteo racconta il tradimento di Giuda. Cercarono ancora la contessina, nelle camere, nei sotterranei, ma non trovarono alcuna traccia. Il conte e il paggio legati insieme furono messi in una botte e rotolati giù dal dirupo. Di Atì non si seppe più nulla e il suo corpo non fu mai rinvenuto. Solo il suo spirito è ancora fra quei monti, fra quei torrioni e i pastori, nelle notti di luna, dicono di vedere le belle sembianze di una donna avvolta da un velo che guarda lontano e ascolta. Dal fondo della valle, invece, salgono le voci dei fantasmi del conte e del paggio: l’uno altero e concitato giura vendetta, l’altro piange il suo tradimento.

Quando si celebrano gli invasori…

Marzo 29, 2006

Personaggi come Napoleone e Garibaldi ci sono familiari e cari. Le loro vicende eroiche ci vengono raccontate e tramandate in tutti i modi, attraverso i canali “colti” come la scuola, l’università, le librerie, le biblioteche, i “circoli culturali”, i giornali, e attraverso canali più “bassi” e subdoli come la televisione, il cinema, la toponomastica delle strade, le lapidi sulle case con su scritto “Qui dormì…” ecc.
Ci siamo abituati a loro, passando persino sopra il fatto che sono stati nostri invasori.

Invasori? In che senso?

Nel senso che i nostri antenati, già i nonni dei nostri nonni senza dover nemmeno andare troppo in là con le generazioni, subirono invasioni militari straniere (per la precisione tre: nel 1799, nel 1806 e nel 1860) alle quali si opposero sempre in massa, e c’è da dire anche in modo molto valoroso, e in seguito a queste aggressioni furono alla fine sconfitti, in molti (diverse decine di migliaia) uccisi, in moltissimi (diversi milioni) costretti poi ad emigrare “per terre assai lontane”. E soprattutto, nessuno ha ancora chiesto perdono per tutto questo.
Per essere politically correct bisogna elogiare la libertà e l’uguaglianza che ci portarono, mentre io che faccio: mi metto a raccontare una storia di “briganti ed emigranti”??
E poi (mi si obietterebbe ancora) vogliamo scherzare: prima che venissero a “liberarci” soffrivamo la fame, eravamo arretrati, eravamo feudalizzati!
Di queste obiezioni accetto solo (in parte) l’ultima, quella riguardante il feudalesimo, che peraltro nel Settecento già i governi borbonici contrastarono, principalmente con le riforme giuridiche del Filangieri (di cui porto immodestamente il nickname).
In fondo, se ci pensiamo bene, proprio a proposito di sistema feudalistico, col passaggio di Garibaldi “è cambiato tutto per non cambiare niente”, come sottolinea un raffinato romanziere siciliano. Anzi, io sono persino più pessimista di Tomasi di Lampedusa, perchè per la verità la situazione oggi mi pare addirittura peggiorata…

Ma non fa niente: evviva Napoleone!, evviva suo cognato Murat!, che da re di Napoli democraticamente uccise col suo esercito quarantamila sudditi ribelli, abbasso i Borbone!, che dopo la restaurazione vergognosamente mandarono a morte ben qualche decina di giacobini e post-giacobini. (E mantennero le riforme positive introdotte dai francesi). Ed infine evviva Garibaldi!, il vero eroe nazionale, in mancanza di meglio…

PS: dal 23 marzo scorso, interamente finanziate dallo Stato italiano, sono cominciate a Napoli le celebrazioni ufficiali del decennio francese nel Sud Italia, di cui ricorre il bicentenario. Strano che ad esempio in Spagna si celebri invece la resistenza all’invasione napoleonica, di cui ugualmente ricorre il bicentenario…

LA STRAGE DEGLI ALBERTI

Marzo 28, 2006

Pentedattilo.Corre il mese di Aprile dell’anno 1686. Nel castello di Pentedattilo ed in tutto il territorio circostante fervono i preparativi per accogliere la famiglia al completo del 1° Consigliere del Vicerè di Napoli don Pedro Cortez in occasione della celebrazione delle nozze della primogenita Maria con il Marchese Lorenzo Alberti, Signore di Pentedattilo. Il corteo che dalla spiaggia di Catona, presso Reggio, muove alla volta di Pentedattilo viene accolto, in prossimità dei centri abitati del litorale che attraversa, da calorose manifestazioni di giubilo ed entusiamo, in parte suscitato dagli sfarzosi abiti indossati dai componenti della famiglia di don Pedro Cortez. Tra tutti rifulge la figura di don Petrillo, rampollo del Consigliere, che viaggia ammantato di uno splendido costume color cremisi. Celebrate le nozze, don Pedro rientra a Napoli, dove urgenti affari di Stato lo chiamano, lasciando a Pentedattilo la moglie, che nel frattempo si era ammalata, ed il figlio don Petrillo. Durante il breve soggiorno al castello don Petrillo è colpito dalla leggiadria e dalla fresca bellezza di Antonia, sorella maggiore di Lorenzo Alberti e se ne innamora a tal punto da chiederne la mano al cognato che accondiscende di buon grado ad accordargliela. La notizia dell’imminente fidanzamento tra i due giovani si propaga rapidamente e giunge alle orecchie di Bernardino Abenavoli, barone di Montebello, discendente di quel Ludovico Abenavoli che fu tra i 13 prodi della disfida di Barletta, confinante del marchese Alberti. L’Abenavoli ama segretamente, ampiamente ricambiato nei suoi sentimenti, la bella marchesina (la relazione è tenuta in piedi grazie alla complicità di una donna del luogo che fa da tramite tra i due innamorati). Grandi sono il furore ed il desiderio di vendetta che si impadroniscono del barone nell’apprendere la notizia, tanto da indurlo ad organizzare immediatamente una spedizione contro il castello per rapire la sua amata ed infliggere una severa punizione al marchese. Arruolata una “banda di quaranta suoi scherani armati di scuri, di pali, di scale e di altri ordigni bisognevoli al meditato scopo “, nella notte del 16 Aprile 1686, Domenica di Pasqua, scalando la scoscesa salita che si stende a nord del maniero di Pentedattilo ed approfittando della complicità di Giuseppe Scrufari (indotto al tradimento a causa della sua destituzione dalla carica di Consigliere privilegiato del marchese Alberti) si introduce furtivamente nel castello seguito dalla disordinata e indisciplinata turba che lo accompagna nell’impresa. Nel breve volgere di pochi attimi lugubri, angosciose ed agghiaccianti urla di terrore lacerano il buio della notte. Sotto i colpi di pistola del barone Abenavoli cade per primo il marchese Lorenzo Alberti, principale destinatario della vendetta del Signore di Montebello che a “sfogare la rabbia che gli divorava l’anima, volle di sua propria mano accarnare in quel morto corpo quattordici colpi di stile, onde rimase sformato miseramente in un lago di sangue”. Stessa sorte subiscono la madre Maddalena Vanctoven, accorsa alle disperate grida del figlio, e l’altra sorella Anna, sedicenne, uccisa dalla mano traditrice di Giuseppe Scrufari, nonchè il fratellino di appena 8 anni. Nella precipitosa ritirata verso l’esterno del Castello, dal quale porta con sè, oltre ad Antonia, anche don Petrillo quale ostaggio, l’accolita di sanguinari lascia esanimi sul terreno altri tre corpi di innocenti ospiti. Nei giorni che seguono la strage, mentre nel suo castello di Montebello Bernardino Abenavoli fa celebrare le sue nozze con la marchesina Antonia, il resto del regno è percorso in tutte le sue contrade da un’ onda di brivido e sdegno per l’accaduto. Lo stesso Preside della Provincia di stanza a Pizzo, informato tempestivamente il Vicerè a Napoli, non esita a imbarcarsi e giungere a Reggio la sera del 21 Aprile per coordinare e dirigere personalmente le operazioni investigative per la cattura dei responsabili dell’eccidio. In breve tempo i punti nevralgici dell’intera provincia vengono presidiati per impedire la fuga del barone il quale, avvertendo che il cerchio predisposto dalle forze di polizia gli si stringe pericolosamente attorno, lasciando presso la sua dimora don Petrillo strettamente sorvegliato da alcuni suoi seguaci, insieme alla moglie ed ai più facinorosi e temerari dei suoi congiurati, tenta la via della fuga e si dirige verso la fiumara del Valanidi dove viene intercettato dal Battaglione di Reggio che perlustra la zona in cerca dei suoi complici. Con un’ azione fulminea nonchè coraggiosa, dopo una breve colluttazione ed uno scambio di archibugiate, riesce ad aprirsi un varco e dirigersi verso la città di Reggio. Intanto sopraggiunge sul posto della scaramuccia il Preside della Provincia con il grosso della cavalleria regia che ha il preciso obiettivo di marciare su Montebello allo scopo di liberare dalla prigionia don Petrillo, il quale viene condotto a Reggio dove si ricongiunge con la madre e la sorella. Una volta messi al sicuro i componenti della famiglia di don Pedro Cortez, tutta la provincia diviene teatro di una gigantesca caccia all’uomo, condotta con tutte le forze disponibili alle quali si affiancano ben nove compagnie di fanteria spagnola, sbarcate a Reggio su sette galee inviate dal Vicerè. L’ operazione non tarda a dare i suoi primi frutti. Infatti, sei dei congiurati sono ricosciuti, catturati, decapitati ed esposti dai merli del castello di Pentedattilo. Successivamente è preso lo stesso Giuseppe Scrufari, il consigliere traditore che, con truce violenza, aveva ucciso senza esitare la giovanissima sorella del marchese Anna, ed il suo capo mozzato viene piantato nel preciso punto in cui la fanciulla esalò l’ultimo respiro. Ma la persecuzione nei confronti del barone Abenavoli non trova seguito alcuno, egli sembra quasi essersi dileguato nel nulla, finchè la sua presenza non viene fortuitamente segnalata nei pressi del convento dei Cappuccini al Crocefisso. Il Preside in persona guida la pattuglia che si reca a perquisire da cima a fondo il convento, ma del barone nessuna traccia. Pare che il frate che con estrema disinvoltura e cortesia guida il Preside nella ispezione delle singole celle sia il barone in persona sotto mentite spoglie (dal che è lecito supporre che l’Abenavoli godesse in città di una vasta rete di consolidate amicizie e protezioni che lo misero al riparo da qualunque persecuzione). Riuscito ad eludere momentaneamente la morsa che lo attanaglia ed intuìto che ormai per lui l’aria del regno è irrespirabile, dopo aver salutato fugacemente la sua sposa, ospite di un Istituto di suore, avventurosamente si reca a Brancaleone da dove un barcaiolo, dietro lauta ricompensa, lo conduce a Malta. Da qui si reca in incognito alla corte di Vienna dove si arruola nell’esercito imperiale. Riconosciuto da un pastore dei suoi armenti e portato al cospetto dell’imperatore, cui la vicenda di Pentedattilo è nota, conferma,con estrema fermezza e risolutezza, di essere il barone Bernardino Abenavoli del Franco, fornendo molto probabilmente una versione dei fatti che lo discolpano, agli occhi dell’ imperatore, dalle tremende accuse che pendono sul suo capo. Egli implora lo stesso imperatore di volersi servire del suo indomito coraggio nella presente guerra che sta conducendo, al fianco della Repubblica di Venezia, contro il Turco invasore. Per ordine dell’ imperatore sulla sua divisa vengono appuntati i gradi di Capitano dell’esercito, che egli onora, distinguendosi in numerose azioni di guerra, finchè il 21 Agosto del 1692, colpito da una palla di cannone nemico mentre si prodiga ad organizzare la risposta ad un attacco, conclude la sua intensissima ed avventurosa vita.

CACCIA ALL’ "IMPERATORE" DELLO STRETTO

Marzo 26, 2006


La caccia al pesce spada è praticata in forma quasi arcaica nell’ estremo sud della Calabria tirrenica, nel mare antistante la Costa Viola, in quelle stesse acque, tra Palmi e Scilla, dove Omero immaginò le peripezie di Ulisse, volontariamente sordo al canto delle Sirene, e in cui gli antichi marinai cercavano di sfuggire alle insidie di Scilla e Cariddi.
Il pesce spada (Xiphias Glaudius) è un grande pesce affusolato che raggiunge mediamente uno o due quintali di peso, per circa due metri di lunghezza. Dal labbro superiore fuoriesce un aguzzo e robusto rostro: quasi una lunga baionetta, con cui “l’ imperatore dello Stretto”( così viene chiamato) impone rispetto agli altri pesci e all’ uomo stesso. In primavera lo “spada” risale dagli abissi lontani per avvicinarsi all’ alta costa della Calabria: per sposarsi, dice la leggenda; per ammirare lo stupendo paesaggio, affermano gli enti turistici. La verità è che si illanguidisce nelle tiepide e profonde acque della riva alla ricerca della femmina, con cui spesso viaggia accoppiato.
Esso viene pescato con tecniche le cui origini vengono attribuite agli antichi pescatori fenici, secondo le testimonianze antiche di Stradone, Polibio e Oppiano.
Sui costoni della montagna, a picco sul mare, si ponevano delle giovani vedette dalla vista acutissima ( “segnalaturi”) che provvedevano a indicare alle imbarcazioni sottostanti la presenza del pesce.
E lo facevano agitando bandiere colorate oppure urlando frasi convenzionali dal misterioso significato.
Nel mare, precedentemente suddiviso in settori preassegnati per sorteggio alle singole imbarcazioni, stazionavano gli “untri”, barche dipinte esternamente di nero, strette e affusolate, con quattro rematori. Al centro vi era un’ antenna alta due o tre metri a cui si aggrappava in pericolosa posizione un altro avvistatore con il compito di dirigere i rematori sulla preda, dando loro il ritmo della vogata. Sulla prua era pronto il fiocinatore, protagonista assieme al pesce, della lotta. Avvistata la preda, l’ “untri”, volava all’ inseguimento, leggero sulle onde: sulla prua il fiocinatore era a gambe larghe e con le ginocchia semiflesse per attutire gli impulsi alle braccia che stringevano forte la lunga fiocina.
Appena il pesce arrivava a tiro, a due o tre metri, partiva il micidiale colpo che raramente sbagliava il bersaglio, e guai se lo falliva! L’ arpione, fusiforme, apriva i suoi quattro petali d’acciaio a mordere le compatte carni del pesce per fiaccarne nel dolore la resistenza. Alla fine questo, stremato, si lasciava docilmente issare sulla barca.
A volte i pesci navigavano a coppia: il maschio e la femmina. Se a essere colpita era la compagna, sovente l”imperatore” si lanciava furioso contro la barca brandendo la sua spada e non poche volte la perforava, minacciando anche le gambe dei pescatori
Intanto, a terra, le donne e i bambini dei pescatori ne attendevano il ritorno. Vi era quindi la pesa del pesce. Al fiocinatore toccava, per lontano diritto il “cozzetto”, vale a dire un grosso cubo di carne staccato attorno alla ferita. Lo “spada” veniva quindi caricato sulla testa da una donna e portato verso il mercato.
Oggi, questo tipo di pesca ha subito qualche modifica. Agli “untri” si sono sostituite “le passerelle”, ai remi il motore. La “passerella” è una grossa imbarcazione a motore. Al centro vi è un traliccio alto 15/21 m. che sostituisce l’ antenna degli “untri”. In cima vi è una stretta gabbia di ferro con la ruota del timone, lì vi si colloca l’ avvistatore, che ha ora il ruolo di timoniere. Dalla prua sporge un lungo e leggero ponte di ferro (“la passerella” appunto”, di una decina di metri. Vi prende posto il fiocinatore, che riesce così a porsi direttamente al di sopra del pesce, rendendo più facile il tiro.
Tuttavia, nulla si è modificato nelle emozioni come può sperimentare chi voglia vivere l’ esperienza di una battuta di pesca all’ “imperatore dello Stretto”. Basta rivolgersi ad uno dei tanti pescatori della Costa Viola ed essere pronti a imbarcarsi all’ alba. Bisogna però, premunirsi di cappelloni di paglia perché il sole, in Calabria, picchia forte.

1001

Marzo 25, 2006

I have recently been sent the address to a very enlightening website by my aunt. The website is a comprehensive collection of the numerous contributions the Arabic/Islamic world has made to humanity. I encourage you all to visit this site, and to consider how different your lives would be had it not been for the advancement of the Arab world. I am not conceited and am not one of the few who think that the Arab world is still in its Golden Age, on the contrary, we are in our own “Dark Age”. However, after every storm, a rainbow appears. So as soon as the rain stops and the thunder ceases, look for a rennaissance in the Arab world.

http://www.1001inventions.com

Faris

trad.:
Mi è stato inviato di recente da mia zia l’indirizzo di un sito web molto iluminante.
È un completo resoconto dei numerosi contributi dati all’ Umanità dal mondo Arabo/ Islamico.
Invito tutti a visitare il sito e considerare come sarebbero diverse le vostre vite senza gli sviluppi consentiti dal Mondo Arabo.
Non sono presuntuoso o uno dei pochi che pensa che il mondo Arabo sia ancora nella sua “Età Dorata”. Tuttavia, dopo ogni tempesta, un arcobaleno appare. Non appena la pioggia smetterà e il tuono cesserà, si andrà in cerca di un rinascimento nel Mondo Arabo.

Marzo 23, 2006

un blog alla deriva….
è di un forte contenuto questo titolo

immagino le parole ed i pensieri di tutti coloro che scrivono,
inondati dalle acque marine e sballottai tra gli scogli da un mare in tempesta…

parole e pensieri su una piccola barca…
sulla piccola barca della nostra vita…

scià sciao
Hivolino

Scuola medica salernitana

Marzo 23, 2006

Uno dei più importanti esempi per confutare il dogma che il Medioevo, soprattutto per il Sud Italia, fu un periodo buio ed involuto, è rappresentato dalla (ahimè poco studiata, e per giunta il Museo a Salerno è spesso inaccessibile!) Scuola medica salernitana.
La tradizione, non supportata però da documenti storici, fa risalire la fondazione della scuola al IX secolo, per opera di quattro maestri, l’ebreo Helinus, il greco Pontus, l’arabo Adela ed il latino Salernus: in ogni caso, è proprio dal confluire di queste quattro culture che si sviluppa l’ars medica salernitana, e che fa nascere in Europa la scienza medica moderna.
Il grande rinnovamento culturale, legato al fenomeno del monachesimo benedettino, che ebbe a Montecassino (vicino Napoli) il suo centro propulsore e a Salerno la più alta espressione nell’Abbazia di S. Benedetto, esercitò un ruolo importante nell’evoluzione degli studi scientifici e della prassi medica. In più, la posizione geografica di Salerno nel cuore del Mediterraneo poneva la città in un punto nodale di traffici al centro di importanti scambi con l’Oriente e l’Africa, mediati da Amalfi e dalla Sicilia.
L’ars medica arricchì il suo bagaglio di cognizioni empiriche sia grazie all’attività assistenziale e più propriamente ospedaliera che si svolgeva nelle infermerie dei monasteri, sia grazie all’opera dei medici laici, talvolta anche donne, che svolsero la loro professione dapprima in maniera isolata ed empirica, poi attraverso forme associative, con un intento più speculativo e didattico.

Breve excursursus nella storia plurisecolare di questa Scuola

Le prime testimonianze storiche dell’attività della Scuola risalgono al X secolo e sono contenute nell’Historia inventionis ac traslationis et miracula S. Trophimenae, nel Chronicon di Hùgone di Flavigny, e nella Historia di Richeiro di Reims.
Già nei trattati dell’XI secolo si riscontrano elementi di chirurgia in un momento in cui questa non era considerata una branca della medicina, ma solo un’attività collaterale esercitata senza nessuna nozione scientifica. La chirurgia a Salerno, faceva parte del bagaglio culturale del medico e non veniva completamente demandata a praticoni. Già in Petroncello, infatti, si parlava di suture e di legature di vasi sanguigni in caso di forti emorragie. Ma è solo nel XIII secolo, quando a Salerno vengono studiate le norme fondamentali dell’insegnamento chirurgico, codificate da Ruggero da Frugardo e da Rolando da Parma, che la chirurgia entra a far parte a pieno titolo del curriculum del medico salernitano. Questi due maestri si servivano della pratica chirurgica come terapia atta a risolvere determinati casi clinici e non si limitavano a descrivere solo l’intervento, ma tutta la sintomatologia, dedicandosi alla parte pratica solo dopo la diagnosi.

Il sapere della Scuola si arricchisce di nuove cognizioni nel XII secolo, quando si diffonde l’opera di Costantino Africano, primo divulgatore in Occidente della scienza medica islamica. Dopo una vita di studi e di viaggi che lo portarono in Persia, in Arabia, nella Spagna arabizzata, approdò nella seconda metà dell’XI secolo a Montecassino, dove si dedicò alla traduzione dell’arabo di numerosi trattati di medicina classica, ebraica, islamica. Nel dettagliato elenco delle sue opere, fornitoci da Pietro Diacono nel De viris illustribus, accanto alle traduzioni dei trattati di Isacco Giudeo sulle urine, sulle diete, e sulle febbri, e dell’Isagoge e del De oculis di Iohannitius, compaiono molti trattati, tra cui il De anatomia, la Practica, la Cyrurgia, il De ginecia il De Gradibus che hanno alimentato a lungo la disputa tra gli studiosi sul loro essere opere originali di Costantino o plagi. Di Ippocrate tradusse gli Aforismi, i Pronostici, il Trattato sulle malattie acute, tutti con i commenti di Galeno, di cui aveva tradotto l’Ars parva ed altri trattati. Tali opere erano già note nel mondo occidentale, ma la diffusione che conobbero queste traduzioni contribuì ad accrescere l’interesse per la dottrina aristotelica di cui erano impregnate, contribuendo così alla nascita della Scolastica.
Ma fu soprattutto in campo farmacologico che la Scuola risentì dell’influsso costantiniano: la sua traduzione del Kitab-al-Maliki di Alì-ibn Abbas, uno dei più importanti trattati di medicina araba, conosciuto come Pantegni, arricchì i prontuari di rimedi salernitani di una vasta gamma di prescrizioni fino ad allora sconosciute.

La pratica chirurgica conobbe in campo oculistico grande approfondimento grazie agli studi di Benvenuto Grafeo, vissuto nella seconda metà del XIII secolo, autore del De arte probatissima oculorum. Quest’opera rese celebre il maestro salernitano negli ambienti della medicina occidentale e costituì il più importante trattato di chirurgia oculistica del tempo.
Circa vent’anni prima un altro esponente della dottrina oftalmica salernitana, Davide Armenio, fu autore di un Tractatus de oculis Accanamusali ritenuto a lungo opera dell’oculista arabo Ammar-al-Mausili. L’Armenio con la sua opera, basata sulla conoscenza dei modelli classici e non influenzata dalle nozioni arabe, sembrerebbe costituire il fondamento della scienza oculistica propriamente salernitana.

Nelle costituzioni di Federico II, pubblicate a Melfì nel 1231, la Scuola venne istituzionalizzata, e nel 1280 il re angioino Carlo I la dichiara Studium, ovvero una vera e propria Università. C’è da dire che le prime università europee (Bologna, Padova, Napoli, Parigi) erano propriamente università di Giurisprudenza e Teologia, mentre a Salerno ed in seguito a Montpellier ed Oxford si insegnava principalmente o solo Medicina.
La Scuola salernitana continuò la sua attività con alterne vicende fino al 1811, allorquando, con la riorganizzazione dell’istruzione pubblica del Regno durante la dominazione napoleonica, Gioacchino Murat attribuì esclusivamente all’Università di Napoli la facoltà di conferire lauree, e diede così il colpo mortale ad un’istituzione dalla storia estremamente prestigiosa.

Goethe in Italia

Marzo 22, 2006

Sono convinto che lo spettacolo più straordinario e più raro a cui si possa assistere sia l’incontro di due mondi, diversi tra loro ma curiosi e rispettosi l’uno dell’altro.
E questo miracolo avvenne ad esempio quando uno dei maggiori poeti di sempre, il tedesco Goethe, visitò l’Italia. O meglio, l’Italia classica, in particolare quella eterna di Roma e quella radiosa della Magna Grecia.
Il grande poeta non vedeva l’ora di arrivare nell’Italia dei suoi sogni, e “scappò” da Weimar nel settembre 1786 alla volta delle Alpi, senza trovar pace fin quando non arrivò ad ammirare le vestigia dell’Arena di Verona. Poi in fretta, senza perdere più di qualche giorno nelle tappe intermedie, raggiunse Roma dove rimase per quattro mesi. Partì poi per Napoli, dove rimase più di un mese, e mostrò di apprezzare la gaia laboriosità delle persone:


“È vero, qui non si può fare più di qualche passo senza imbattersi in individui mal vestiti, o vestiti persino di stracci, ma non per questo si tratta di perdigiorno e fannulloni! Anzi, paradossalmente oserei dire che a Napoli il lavoro maggiore viene svolto dalle persone dei ceti bassi.”

“…il cosiddetto lazzarone non è meno attivo di coloro che appartengono alle classi più alte, ma bisogna prendere nota che qui tutti lavorano non solo per vivere, ma per godersi la vita; anche nella fatica vogliono essere felici.”


Poi partì in nave per la splendida Palermo (“Nel giardino pubblico vicino al porto, trascorsi tutto da solo alcune ore magnifiche. E’ il posto più stupendo del mondo.”) ed al giro della Sicilia dedicò ben due mesi interi. Da Messina ripartì poi in nave per la capitale Napoli, evitando purtroppo di fare tappa negli altri Regi Dominii.
A Napoli in tutto soggiornò 2 mesi. A Roma più di un anno, mentre in tutto il resto della penisola fu solo di passaggio. Tornò nella sua patria nel maggio del 1788.
Qualche anno dopo provò a ripetere quel viaggio favoloso, ma si fermò solo nel Veneto e, disgustato da sporcizia ed indisciplinatezza delle persone, come annota nei suoi appunti, fece subito marcia indietro, per non ritornare mai più nella mitica Italia.
Le pagine del “Die Italienische Reise” (Viaggio in Italia) sono esemplari. E a mio parere dovrebbero essere tenute presenti non solo in quanto esempio di bello letterario, ma anche come modello etico di approccio alla vita.

Ancora dal suo soggiorno a Napoli:


“Oggi era anche la festa di san Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità. E poiché sotto il nero olio bollente arde di continuo una grande fiammata, della loro sfera fa parte anche il tormento del fuoco; perciò iersera avevan fatto, davanti alle loro case, una parata di quadri di anime del purgatorio e di giudizi universali entro un lingueggiare e divampare di fiamme.
Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolava e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio fumante. Un terzo, vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch’eran cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute, che qui simboleggiano angeli. Alcuni altri completavano il gruppo mescendo vino; tutti gridavano, anche gli angeli, anche i cuochi. Il popolo faceva ressa, perché in questa serata tutti i fritti si vendono a poco prezzo e una parte del ricavo va persino ai poveri. Scene simili potrei raccontarne a non finire; e ogni giorno succede lo stesso, sempre qualcosa di nuovo e d’incredibile, basti pensare all’immensa varietà delle vesti che si vedono per la strada, alla folla di gente nella sola via Toledo!”