Una delle vicende più squallide della tristissima storia redente della Regione Calabria intesa come istituzione è senza dubbio la cosiddetta “Parentopoli, la quale ha riguardato 20oposti sotto esame”Parentopoli” alla regione Calabria le assunzioni di centinaia di ex Co.co.co avvenute per chiamata diretta in base ad un unico requisito: essere un familiare, parente o amico di uno dei 50 eletti nel Consiglio regionale.
Insomma un verminaio di clientele
La “parentopoli” calabrese nasce nel 2002 quando l’allora giunta di “centro-destra” guidata dal forzista Giuseppe Chiaravalloti approvò una legge, la numero 25, meglio nota come la “legge dei parenti” con la quale furono assunti negli uffici regionali, nei consigli di amministrazione o negli organi equiparati degli Enti pubblici, delle Asl o nelle società di diritto pubblico o privato controllate o partecipate dalla Regione centinaia di persone in gran parte familiari, parenti, amici e amici degli amici di assessori e consiglieri con incarichi di portaborse, assistenti, responsabili tecnici, autisti, uscieri, ecc.Il 27 maggio scorso la nuova maggioranza di “centro-sinistra”, alla guida della Regione Calabria dopo la vittoria delle elezioni del 3 e 4 aprile scorsi, invece di battere il clientelismo e moralizzare il palazzo della Regione come promesso in campagna elettorale, ha votato una delibera, la numero 6, la cosiddetta “legge di spoils system” come la chiama Loiero, con cui sono state azzerate tutte le nomine della vecchia amministrazione regionale e, al posto dei parenti e amici di Chiaravalloti e del “centro-destra” ha dato il via libera all’assunzione “fiduciaria” di altre centinaia di familiari, parenti, amici e amici degli amici di Loiero e del “centro-sinistra”. Si tratta di una media di circa 6 nomine per ogni consigliere che moltiplicata per i 30 eletti del “centro-sinistra” si arriva a circa 180 “nuove assunzioni”.La legge prevede infatti che ognuno dei 50 consiglieri eletti, assessori, presidente e vicepresidente del Consiglio regionale ha “diritto” ad avere uno staff composto da un minimo di 4 fino a 7 persone. Lo stipendio va da un minimo di 2.800,28 a un massimo di 5.856,61 euro lordi che moltiplicati per le oltre 200 assunzioni parentali su cui sta indagando la magistratura catanzarese costituisce un altro autentico furto dalle tasche delle masse calabresi costrette a pagare fior di stipendi non solo a Loiero e a tutti gli eletti nel Consiglio regionale ma anche ai loro familiari, parenti, amici e amici degli amici.Altro che “moralizzazione delle scelte, mutamento radicale di indirizzo, azioni di bonifica sociale e culturale”; altro che “lavorare per una Calabria diversa, dove si affermino regole e non privilegi” di cui ciancia il neogovernatore democristiano della Calabria Agazio Loiero in un fondo su “l’Unità” dell’1 novembre; lo scandalo delle assunzioni dirette operate da assessori e consiglieri regionali a favore di familiari, parenti, amici e amici degli amici conferma che, al pari della precedente maggioranza di “centro-destra”, anche le forze parlamentari del “centro-sinistra” che hanno vinto le elezioni, hanno trasformato il Consiglio e la Giunta regionale calabrese in una grande “famiglia”.
Archivio per Aprile 2006
REGIONE CALABRIA – PARENTOPOLI
Aprile 30, 2006Sostegno alle F.P.
Aprile 30, 2006E’ passato un anno dalla vittoria del centrosinistra alle regionali.
Una vittoria tanto attesa, dopo il disastro rappresentato dai cinque anni del governo Chiaravalloti, il quale ha fatto solo gli interessi di pochi.
La giunta Loiero (o forse Lo ero) ha disatteso tutte le aspettative e speranze che la sua ascesa aveva creato.
Tutte le riforme promesse sono finite nel dimenticatoio.
I tanti elettori Calabresi hanno dimenticato, forse, che l’ attuale loro governatore fu un esponente della vecchia DC, il quale arrampicandosi sulla vacuità delle sue promesse ha cambiato il principio del vangelo, nel senso che, quando si tratta di togliere i poveri sono sempre i primi, mentre se si tratta di ricevere sono sempre gli ultimi.
Non suscita alcuna emozione o reazione considerare la discrasia tra una popolazione che è sempre più povera e , talvolta, la gente fa i salti mortali per trovare qualcosa da mangiare e una classe politica che è attenta a mantenere ed allargare i propri privilegi?
In una regione come la Calabria questa discrasia tra una istituzione Regione che fa sfoggio di opulenza e strati di popolazione che vivono nell’ indigenza è drammatica.
Per cui è scandaloso che gli interventi sociali di questa istituzione siano vicine allo zero assoluto mentre gli emolumenti di ciascun consigliere regionale, i loro privilegi, le esenzioni cui hanno diritto, i costi delle loro strutture e le consulenze esterne impegnino larghe fette del bilancio regionale
Vincent Van Gogh
UN ESTETA, UN PENSATORE, UNA GRANDE PERSONA CI REGALA ALCUNI SUOI PENSIERI.
CONDIVIDIAMO APPIENO IL SUO SDEGNO E LO FACCIAMO NOSTRO.
QUANDO LA CLASSE POLITICA COMINCERA’ A RINUCIARE AI SUOI PRIVILEGI E DARE UN CONCRETO SOSTEGNO ALLE PERSONE E FAMIGLIE IN CONDIZIONI DI INDIGENZA?
E’UN MINIIMO DI ETICA CHE SI RICHIEDE, NON UNA RIVOLUZIONE.
POLLO ALLA CACCIATORA?…AZZARDO O BONTA? (3)
Aprile 29, 2006Il piatto si presentava invitante. Presentato ottimamente era li di fronte a me.
Dopo mesi avrei addentato di nuovo un pollo. La tensione si tagliava a fette mentre il pollo si prendeva a morsi.
Riscoprire il gusto dimenticato fu emozionante e con serenità affrontai il post-pranzo.
Nessun sintomo, nessun contraccolpo….. per cui è da mangiare il pollo, non cedere alle psicosi
immotivate.
Noi abbiamo voluto richiamare l’ attenzione su un problema drammatico rappresentato dal crollo dei consumi di carne avicola. Dato che non ci sono fondamenti scientifici he giustifichino questa situazione è meglio meditare e fermarsi a pensare un pò.
Riportiamo un articolo di qualche tempo fa sulla situazione del settore avicolo italiano
Avitalia:
“Il pollo italiano è sicuro”
di Federico Bitti ( fonte http://www.kataweb.it/spec/articolo_speciale.jsp?ids=1112202&id=1181686)
Il settore avicolo italiano è in ginocchio. Le cifre parlano chiaro: i produttori sono costretti a congelare oltre il 40% dei volumi prodotti e a commercializzare il restante 60%, ricavando solo la metà del valore effettivo e a oggi, sono 27 mila le tonnellate di pollo invenduto, equivalenti a 34 milioni di polli. La causa di questa crisi è ovvia: tra i consumatori si è diffusa la paura di una possibile epidemia di influenza aviaria anche nel nostro Paese. Questa enorme flessione dei consumi ha spinto le associazioni di settore a muoversi su due fronti. Da una parte la richiesta immediata di aiuti e sostegno da parte dello Stato, dall’altra una campagna volta a tranquillizzare gli italiani sul fatto che la carne bianca che arriva sulle loro tavole è totalmente sicura. Gaetano De Lauretis, presidente di Avitalia (l’Unione Nazionale Associazioni di produttori avicunicoli), raggiunto da Kataweb, sul secondo punto è categorico: “E’ sconcertante – ha detto- che questa crisi sia stata generata per un virus che in Italia non è presente. In secondo luogo – ha aggiunto – la comunità scientifica internazionale ha ribadito l’assoluta assenza di correlazione tra consumi di carni avicole e sindrome influenzale”. Secondo il presidente De Lauretis, inoltre, è assurdo paragonare le condizioni degli allevamenti del sud-est asiatico con quelle italiane. “Anche in caso di attecchimento del virus – ha ribadito – i nostri prodotti vengono sottoposti a un tale numero di test, controlli e accertamenti che l’influenza verrebbe certamente contenuta e fermata”. E sulle merci in entrata? Il presidente di Avitalia ha spiegato che si tratta di quantità irrisorie che vengono generalmente fermate dalle autorità competenti e a tutela dei consumatori esistono comunque l’etichettatura obbligatoria che fornisce informazione sulla provenienza del prodotto e quella volontaria che riguarda il sistema di allevamento, il tipo di mangimi, la macellazione. “I sistemi avicoli italiani – insiste – garantiscono in tutte le fasi di produzione delle carni grande qualità e salubrità” “E’ necessario – ha detto de Lauretis – che i media diano informazioni più corrette. La ricerca di titoli ha effetto ha creato molto danni”. Per questo Avitalia all’inizio del mese ha presentato querele contro ignoti per i procurato allarme e turbamento d’industria. Sul tema dell’infleuza aviaria – ha detto De Lauretis- c’è stata una pressione mediatica senza precedenti” che ha veicolato “notizie tanto allarmanti quanto superficiali”. Le unioni nazionali di prodotto hanno presentato un documento alla commissione agricoltura in cui si chiede l’esenzione dei contributi previdenziali e assistenziali propri e dei lavoratori dipendenti per il 2006, la sospensione dei termini relativi agli adempimenti e ai versamenti tributari, l’approvazione del decreto del ministero della salute con avvio dei ritiri di prodotto da destinare ad aiuti umanitari, l’attivazione del riconoscimento, a livello nazionale, dello stato di crisi del settore, un piano di ristrutturazione attraverso la legge finanziaria, l’attivazione della cassa integrazione speciale per lavoratori a tempo determinato e indeterminato e l’aumento, di almeno 60 milioni di euro, dell’impegno finanziario per l’acquisto da parte dell’Agea delle carni avicole congelate.
POLLO ALLA CACCIATORA?…AZZARDO O BONTA? (2) intervista alla cuoca
Aprile 29, 2006Riportiamo l’ intervista alla cuoca del pollo alla cacciatora che costituisce oggeto di questa esperienza che coinvolge il blog alla deriva.
Come ha proceduto all’operazione?
In una pentola ho messo una cipolla e i pezzi di pollo con un pò di olio, poi ho aggiunto un pò di aceto e ho lsciato cucinare..
Per quanto tempo?…
Quindici minuti circa…
e poi?..come ha continuato il tutto?…
Ho aggiunto un pò di vino e ho lasciato che si consumasse, poi, ho aggiunto il pomodoro con un pò di acqua e le spezie ( alloro, rosmarino, pepe nero e maggiorana)..infine ho aggiunto una manciata di olive e sale q.b.
Per quanto tempo ha lasciato cuocere?..
Due ore e mezza…
Lei lo mangerà?…
NO!
Perchè ?…
Chiamatela psicosi…è il mio ragazzo lo spericolato!!
Vuole dire qualcosa prima che si mangi il pollo?…
Ti ho amato ..ti amo e ti amerò…
Chiudiamo qui l’ intervista con punte di ottimismo davvero alte.
Bene a questo pomeriggio con la cronaca del pranzo…
delle sensazioni e dell’ evolversi della cartella clinica…
ehm..scusate..errore di battitura…
della situazione del mangiatore di pollo!!!
POLLO ALLA CACCIATORA?…AZZARDO O BONTA?
Aprile 29, 2006
Entrai con le convinzioni di sempre.
Vicino al banco delle carni le radici del mio pensiero cominciarono a vacillare e la tentazione si aprì nel varco che si era aperto …
e fu LA FINE!!!!
Mesi e mesi di imposizioni, mesi e mesi di rinuncie finirono vicino ad una bella confezione di petti di pollo.
La psicosi della influenza aviaria aveva contagiato anche il sottoscritto poco avvezzo a seguire il pensiero delle masse , non per presunzione, ma perchè in genere massa è sinonimo di pecoronismo ( e qui si aprirebbero discussioni fiume in considerazione degli ambineti politici e culturali che usano in modo massiccio questa parola).
MA l’ altra sera il pensiero e il desiderio di mangiarmi un bel pezzo di pollo ha preso il sopravvento ..alla faccia della psicosi…
faccio qui sul blog alla deriva la cronaca del mio reincontro con un pollo italiano…nel caso in cui dovessi essere vittima dell’ influenza aviaria ciò servirà da monito …se non succederà niente sarà un invito a non cedere a stupide psicosi e ad non sottoporre il palato a dolorose e inutili rinunce.
Allora..il pollo che ho comprato è un polo di marca rigorosamente italiano…
ho scelto di mangiarlo..alla cacciatore…Infatti Nunzia, la mia ragazza, è di la a cucinarlo…
poco fa ho assaggiato di sale il sugo che accompagna la ricetta…è iniziato l’ inizio della fine?…..
o il reinserimento della mia dieta di un alimento sano e nutriente?…ai posteri l’ ardua sentenza…
a Pranzo andrò a mangiare questi pezzi di pollo….ne scrivero nel pomeriggio..e poi terrò il diario..
di un agonia?? o di una grande esplosione di gusto?…
E’ chiaro che c’è molta goliardia in questo scritto, ma vuole essere un colpo di maglio alle psicosi stupide innescate da un modo di fare informazione ( quello dei media Italiani) di bassa lega e qualità tutta tesa ad inseguire lo scoop, il sensazionalismo e quindi innescante reazioni emotive nel publico.
Ben diversa sarebbe la situazione se i media , con riferimento a qualsiasi argomento, tenessero un atteggiamento pacato, razionale teso a far capire e offrire al pubblico elementi per un discernimento consapevole.
Giovanna Mulas per ammazzateci tutti, UN GRAZIE DI CUORE
Aprile 26, 2006http://www.giovannamulas.it/home.html
ECCO LO SCRITTO CHE LA POETESSA GIOVANNA MULAS HA DEDICATO AL FORUM DEL SITO WWW.AMMAZZATECITUTTI.ORG.
E adesso, ancora, ammazzaci tuttio facci ammazzare,tu boss, o chi per te.Fammi ammazzare la mente, ché se mi tagli una mano scriverò con l’altra, e se mi cavi l’occhio, l’occhio del mondo sarà il mio, se mi tagli la lingua guai a chi ascolterà il mio urlo di silenzio, un Sssssssssssssssssssh che da ogni roccia e mare s’allargherà, e sarà vento di bocca in bocca.Hai un nome, violenza? Hai meschinità all’ennesima potenza di un Provenzano rimasto inspiegabilmente dedicato alla vita bucolico-paesana-lemiememorie per anni ed arrestato il giorno dopo un sospirato risultato pro centro sinistra o quella del mio vicino (pareva un così bravo ragazzo, Gesùsumeu) arrestato per stupro, o magari quella del papà di Tommaso, che piange suo figlio e ha goduto per anni dell’immagine di mille altri (…solo…d’ altri?) minori in posa particolare. Tipino tutto casa, cantina e molta chiesa, a quanto risulta.E il prete cantava “non toccate i bambini…”.Rammento quell’ ora durata mesi, anni, buio che non lasciava -artigliava- una giovane donna, curva sui suoi ricordi, ed i rimpianti, su quattro bambini ch’erano agnelli.Verità, ti basta la mia vita?Rammento un uomo che promise “ti amo” e quella donna strangolò, e accoltellò, sotto gli occhi dei figli. Rammento gli occhi del sangue, e del buio. Il pozzo e la lotta, i perchè (esiste un perchè alla violenza?) l’omertà della gente e le altre donne, rammento, sorelle sarde, dire “tuo marito te lo dovevi tenere. Se è successo colpa tua è”.E la risalita, lenta. La rabbia contro i pregiudizi, l’ipocrisia, i nuovi buongiorno ed i buongiorno che non erano più. La risalita della crisalide, e la forza, finalmente vera, dell’aquila. Desidero, ragazzi miei (figli mieitutti) lasciarvi con uno stralcio del mio Seminatori di Stelle: “(…) Sognare è sperare, Stelle. Solo la barca che ondeggia e combatte venti e tempeste arriverà al suo porto.Forse impaurita, senz’altro tramortita, magari disillusa. Viva. Fiera e dignitosa,il suo cammino è stato lungo e fatto a piedi scalzi. Ma il fango non l’ha sporcata. Dovete sapere che il fango ci ha provato a sporcarla.Quella è rimasta impantanata un istante a chiedersi perché.Ha sofferto e il perché della tempesta non l’ha capito o semplicemente non ha voluto accettarlo. Ma ha ripreso il suo mare.Barca cosciente per la quale ogni errore,ogni esperienza diverrà una perla rara, pietra filosofale da contenere nello scrigno che,come la stella,spetta ad ogni uomo.Quante perle ci saranno nel vostro scrigno,stelle mie? E quante riuscirà a contenerne,lo scrigno, prima di rugginirsi a tempo ed eventi? Che non si ruggini. Ogni perla sia anelito d’anima; non ci si deve vergognare di quell’anelito,seppure è durato un battito d’ali di farfalla.Non amo il non avrei dovuto o avrei dovuto farlo. Apprezzo la sincerità del l’ho fatto.E ho capito.Comunque la vita sarà e qualunque piega o piaga prenderà o le farete prendere, amatela. Essere seminatori di stelle.La vita non è dieci,mille pagine di romanzo.E’ di più.Non è teoria; è volo. Alto o basso che sia s’impara volando; questo vi raccomando spesso facendovi sbuffare e ora,immaginandovi sbuffare, lo scrivo.Non teoria ma campo di battaglia pernicioso e imprevedibile e meraviglioso, comunque affrontato e sfidato a testa alta, forse perso o forse vinto. Non ha importanza che della montagna si arrivi a vederne la cima.Anche arrivare a metà,o anche solo alle radici; se per voi andrà bene sarà giusto così e dovrà esserlo anche per chi vi ama davvero.E vi lascerà volare liberi, quando lo chiederete. Aprite le ali e volate, stelle. La barca sia barca nel momento del mare, i piedi camminino scalzi sulla terra, mutino in aquila nel momento del cielo.E lo scrigno e le sue perle rare sempre tatuati nell’anima.”Contro tutte le violenze e l’omertà che le accompagna, sempre. Per la libertà, per l’uomo, per me, per te. Per la mente, le mani, il cuore.E dopo me, verrai tu a urlarlo.E adesso, ammazzaci tutti boss.
LO SBARCO E L’AVANZATA BRITANNICA IN CALABRIA FINO ALL’8 SETTEMBRE 1943
Aprile 25, 2006
Dopo che gli inglesi avevano messo a terra nelle ultime notti di agosto alcune pattuglie esploranti, incaricate, di identificare le spiagge per lo sbarco principale e di riferire informazioni sulla distribuzione e sull’entità delle difese, i 630 pezzi d’ artiglieria britannica concentrati sulle sponde siciliane dello Stretto iniziarono un nutrito bombardamento preparatorio alle 3.45 del 3 settembre. Ad essi fecero eco i pezzi di 2 incrociatori, 3 monitors, 6 cacciatorpediniere e 2 cannoniere inglesi. Quindi alle 04.30 di quel giorno, che avrebbe segnato anche la firma dell’ armistizio italiano, la 5^ div. ftr. britannica a sinistra e la 1^ div. ftr. canadese a destra scesero a terra da ventidue LST e da 270 mezzi da sbarco d’ogni tipo nei pressi di Catona e di Gallico Marina, dando inizio alla fase anfibia dell’ operazione BAYTOWN e avanzando rispettivamente su Villa S. Giovanni e su Reggio Calabria. Nessuna resistenza fu incontrata nell’avvicinamento e lungo questi itinerari, tanto che l’operazione anfibia venne poi soprannominata dagli inglesi «la regata dello Stretto di Messina». Tutti gli obiettivi iniziali furono raggiunti pertanto molto facilmente ed in particolare i canadesi, entrati a Reggio, si spinsero lungo la rotabile interna verso l’Aspromonte, abbandonando la costiera ionica 106, che fu sbarrata più a sud per impedirne l’utilizzazione aggirante da parte dei difensori. Il successivo obiettivo del XIII Corpo d’Armata britannico, composto dalle due suddette divisioni, era rappresentato dalla strozzatura di Catanzaro tra i golfi di Squillace e di S. Eufemia, il cui possesso avrebbe concesso agli invasori una posizione facilmente difendibile di fronte ad eventuali contrattacchi nemici e avrebbe garantito al naviglio alleato una completa libenà di transito nello Stretto di Messina. Nonostante vari segni premonitori, i difensori furono inizialmente colti di sorpresa, anche perché lo sbarco venne effettuato più a sud di quanto stimassero i Comandi italo-tedeschi. Pertanto Montgomery così potè sintetizzare la prima fase dell’ operazione anfibia: “Le truppe costiere italiane e la loro artiglieria si arresero dopo aver sparato pochi colpi e la sola azione di fuoco tedesca segnalata fu uno spasmodico cannoneggiamento a lunga distanza eseguito da cannoni postati nell’entroterra. Questi pezzi vennero rapidamente ridotti al silenzio da attacchi aerei”. In effetti soltanto alle 07.45 del 3 settembre il Comando della 7^ Armata fu in grado di comporre un quadro seppure parziale della situazione e a trasmetterlo allo S.M.R.E. più di un’ora dopo con il seguente telespresso: “Ore 07.15 del 3 settembre: dopo violento bombardamento iniziato ore 04.00, numerosi mezzi sbarco hanno approdato at Gallico Marina nord Reggio. Ore 07.40: truppe et carri armati sbarcati da un centinaio mezzi sbarco sono giunti altezza torrente Scaccioti sud Gallico Marina. Carri armati precedono truppe”. Gli anglo-canadesi in effetti, occupate in mattinata quasi senza contrasto Villa S. Giovanni a nord e Archi e Reggio Calabria con l’aeropono a sud, entrarono in serata a Calanna e a S. Stefano d’Aspromonte con la 1^ div. ftr. canadese e a Cannitello e a Scilla con la 5^ div. ftr. britannica. I contatti tra gli invasori e i contingenti di manovra italo-tedeschi mancarono per tutto il giorno 3, poiché anche i reparti della 29^ div. Panzergrenadier dislocati sull’ Aspromonte avevano ricevuto in giornata l’ordine di Kesselring di non impegnarsi e di arretrare per il momento sulla linea Bagnara-Gambarie, limitandosi ad effettuare opere di demolizione per ritardare più a lungo possibile l’avanzata verso nord delle truppe di Montgomery. A Gambarie furono anche dislocati due battaglioni della div. «Nembo» per sbarrare i Piani d’Aspromonte. La 211^ div. costiera era invece afflitta da una serie di defezioni, che vennero poi comunicate allo S.M.R.E. dal Comando della 7^ Armata. L’aviazione germanica intervenne sulla zona dello sbarco alle 11.00 di quella mattina e quella italiana alle ore 15.00, impiegando «sulla zona Reggio-Gallico quindici bombardieri e ventitrè caccia». Poiché però la maggior parte dei campi di volo dell’Italia meridionale era stata messa fuori uso dalle incursioni aeree alleate, l’intervento dell’ aviazione dell’ Asse fu quasi sempre intempestivo, oltre che efficacemente contrastato dalla vigilanza nemica. Fallì penanto il 4 settembre anche un attacco di undici FW. 190 alle navi inglesi incrocianti a nord di Palmi, così come un’incursione di diciassette Re.2002 e di otto M.C.205 italiani sulle spiagge tra Archi e Reggio Calabria richiesta dal Comando del XXXI Corpo d’Armata. Frattanto nella notte tra il 3 e il 4 settembre si era svolto un secondo minore sbarco britannico a Bagnara, dove approdarono i Commandos dello Squadrone Speciale da Ricognizione, che realizzarono i primi contatti a fuoco con il 15° rgt. della 29^ div. Panzergrenadier, comandato dal famoso Col. Ulich. Nelle stesse ore, e precisamente alle 23.15 del 3 settembre, il Gen. Arisio, all’oscuro della firma dell’ armistizio, ordinò telefonicamente al Gen. Mercalli, comandante. del XXXI C.A., di «mantenere ad ogni costo il possesso dell’ Aspromonte» e, in caso di fallimento, di ritirarsi combattendo su Cittanova, ritardando in ogni modo l’avanzata nemica. In base alle predette direttive, il Gen. Mercalli dette immediate disposizioni per la difesa ad oltranza dell’ Aspromonte e per il lancio di un contrattacco da eseguirsi lungo la strada S. Alessio – Gallico nella mattina del 4 settembre con il concorso di truppe della 29^ div. tedesca. Questa controffensiva però non ebbe luogo, dal momento che il grosso della suddetta divisione germanica aveva ricevuto l’ordine di Kesselring di ritirarsi entro l’ 8 settembre su Castrovillari, a difesa di un temuto sbarco nel golfo di Taranto. I tedeschi penanto si limitarono a contenere il nemico con azioni di retroguardia e con estese interruzioni stradali. Queste ultime opere di demolizione, realizzate senza rispar- mio dai genieri tedeschi e spesso senza preavvenire i Comandi italiani, causarono numerosi inconvenienti alla manovra dei reparti del XXXI Corpo d’Armata, ma imposero anche un notevole rallentamento all’avanzata inglese, come ha ammesso lo stesso Montgomery. Ad ogni modo questo atteggiamento autonomo da parte dei tedeschi indusse il Comando della 7^ Armata a chiedere l’intervento dello S.M.R.E. per chiarire una volta per tutte il problema delle dipendenze. Il Sottocapo di S.M. del R. Esercito replicò il 4 settembre che per la condotta delle operazioni doveva essere raggiunta una salomonica intesa locale tra i Comandi della 7^ Armata italiana del Gen. Arisio e della 10^ Armata germanica del Gen. von Vietinghoff, in mancanza della quale però il Comando del Gen. Arisio «avrebbe dovuto regolare le operazioni delle truppe italiane sulla base di quelle attuate dalla 10^ Armata germanica». Il che era un sistema involuto per riconoscere anche in Calabria la subordinazione italiana ai Comandi tedeschi. In seguito allo sviluppo degli avvenimenti e alle precisazioni pervenute da Roma, il Gen. Arisio ordinò alle 19.30 del 4 settembre l’ arretramento della div. ftr. «Mantova» fino al solco di Marcellinara, situato nella strozzatura di Catanzaro, dove c’era già la 26^ div. Panzergrenadier e un reggimento della 29^ div. tedesca. Da parte loro i Comandi britannici, constatata la difficoltà di valicare l’ Aspromonte, dove numerose erano le interruzioni e le demolizioni praticate dai tedeschi, spinsero le loro avanguardie lungo la costiera ionica 106, in un primo momento non considerata quale via di penetrazione. Pertanto entro il 5 settembre furono facilmente raggiunti dalle truppe canadesi sul versante ionico Bova Marina, Capo Spartivento e Marina di Brancaleone, mentre il Gen. Arisio ribadiva al Comando del XXXI C.A. alle 12.30 dello stesso giorno 5 di non impegnare la div. ftr. Mantova» a sud del solco di Marcellinara. L’ancora irrisolto problema dell’unicità del comando tra italiani e tedeschi, che veniva affidato da Roma più alla buona volontà locale che ad una logica militare, fu il tema di un colloquio che in quello stesso pomeriggio del 5 settembre, a due giorni dall’ancora sconosciuta firma dell’armistizio di Cassibile, si svolse a Potenza tra Arisio e Kesselring, senza peraltro alcun risultato tangibile. Intanto la facile penetrazione delle avanguardie canadesi lungo la costiera ionica indusse Montgomery ad ordinare la mattina del 6 di effettuare il massimo sforzo in quella direzione e di raggiungere direttamente Catanzaro percorrendo il golfo di Squillace. Venne invece annullato, a causa del maltempo, uno sbarco previsto a Gioia Tauro per la notte tra il 5 e il 6 settembre ad opera della 231^ brigata «Malta». Tale località sulla rotabile tirrenica 18 fu comunque occupata dalla 5^ div. ftr. britannica a mezzogiorno del 6, dopo combattimenti con le retroguardie tedesche, mentre nessun contatto con il nemico veniva segnalato ancora alle 10.00 del 7 settembre dal Gen. Arisio. Alla stessa ora quest’ultimo telefonò al Gen. Roatta chiedendogli l’autorizzazione ad abbandonare il solco di Marcellinara e a potersi ritirare sulla linea del Monte Pollino ai confini con la Basilicata. Tale autorizzazione venne concessa dal Capo di S.M. del R. Esercito soltanto nel pomeriggio dell’8 settembre. Cosicché non prima delle 18.00 di quel giorno fatale il Gen. Arisio potè ordinare al XXXI C.A. di effettuare «il più celermente possibile il suo ripiegamento sulla linea Pollino». In tal modo l’ arretramento avvenne dopo la proclamazione dell’armistizio. Frattanto le truppe del XIII Corpo d’Armata britannico avevano occupato entro la sera del 7 settembre Nicotera sul Tirreno, …
L’Italia? Una grande Famiglia!
Aprile 24, 2006Se la democrazia non è soltanto formale uguaglianza davanti alla Legge ma anche sostanziale pari opportunità davanti al Destino; se cioè una società è tanto più democratica quanto più consente la riuscita di outsiders, allora l’Italia è un Paese semifeudale.
È bene ricordare, ad esempio, che dinastie politiche come le nostre sono assolutamente sconosciute nei paesi delle democrazie occidentali (i Roosvelt, i Churchill, gli Adenauer, i De Gaulle si sono fermati alla prima generazione) e che la persistenza del dato dinastico all’interno del sistema elettivo ci assimila piuttosto ai paesi del Medio e dell’Estremo Oriente o dell’America Latina, dove i Gemayel, i Jumblatt, gli Ahoun, i Ghandi, i Bhutto, i Peron, i Duvalier, i Frei, si susseguono di generazione in generazione al governo dei loro paesi.
Essere ‘figli d’arte’ non è una colpa, ma esserlo in troppi chiede quanto meno una spiegazione. Quando poi si sospetta che il familismo sia la forma privilegiata di ‘mobilità sociale’ (una mobilità s’intende di tipo feudale, corporativo) che invade tutti i territori sociali, la politica, la diplomazia, l’industria, la medicina, le poste, le banche, i Ministeri, la televisione, finanche i servizi segreti, ci si chiede se in questo Paese, per alcune professioni, sia ancora vigente quel regolamento di Francia che imponeva il possesso dei quattro quarti di nobiltà per accedere alla carriera di ufficiale e dall’abolizione del quale è dipesa l’ascesa di ‘figli di nessuno’ quali Napoleone (che da buon italiano familista però sconfessò il principio del merito piazzando tutti i parenti nei regni d’Europa andando così in malora).
Tocqueville diceva: ‘Apparteniamo alla nostra classe prima che alle nostre opinioni’. In Italia ciò non è men vero se sostituiamo alla parola ‘classe’, ‘famiglia’. E allora ci è dato assistere allo spettacolo di giornalisti di successo vestirsi da anglosassoni, pensare da anglosassoni, incedere perfino da anglosassoni, ma implacabilmente ’sistemare’ i figli secondo i metodi più biechi del familismo italiano. E anche quando la propria opinione è di sinistra e marxista cioè quanto di più avverso alle distinzioni di nascita, di ceto e di ereditarietà abbia elaborato il pensiero occidentale, ecco i figli ’sistemati’ secondo gli eterni criteri endogamici.
Giova ricordare che uno dei punti qualificanti del programma socialista sia esso utopista che ’scientifico’ era l’abolizione del principio legale dell’ereditarietà? Alle origini del pensiero socialista veniva postulata una eguaglianza di partenza più che d’arrivo, attuabile agendo semplicemente sull’ azzeramento radicale delle fortune ad ogni passaggio di generazione. Non era poi nella peculiarità del diritto di successione (fondato sulla loi du partage égal più che su le droit de primogéniture) che Tocqueville vedeva l’essenza democratica dello stato sociale americano?
Le redazioni dei giornali e telegiornali di sinistra non differiscono in tal senso da quelle cattoliche o socialiste o laiche. Sono redazioni italiane. Il familismo travalica le ideologie perché in Italia è un’ideologia.
Ma non solo il giornalismo è affetto da questo fenomeno. Tutti i campi sociali dove si forma la classe dirigente del nostro Paese sono affollati egualmente da rampolli che quasi mai hanno conosciuto né il Bildungsroman dei loro coetanei europei i cui capitoli principali sono la fuoriuscita dalla famiglia e il percorso ad ostacoli presso i ‘centri d’eccellenza’ quali le Alte Scuole praticamente inesistenti da noi, né tanto meno il ‘romanzo da giovane povero’ dei loro coetanei italiani sprovvisti di coperture sociali, sottoposti ad umilianti ed oceanici concorsi pubblici, al solo scopo di agguantare o mantenere una piccola promozione di classe.
La società italiana è una società molto ‘chiusa’. Tutte le buone posizioni non vi sono messe all’asta: si trasmettono per via ereditaria. V’è un dominio incontrastato degli established sugli outsider .
Ed è per questa ragione, per la quasi totale assenza di minaccia alle posizioni sociali conseguite, che il periodo neotenico (da neotenìa, momento e processo di formazione dell’adulto, nozione elaborata da Georges Lapassade ne Il mito dell’adulto) e di socializzazione del giovane italiano di buona famiglia, avviene spesso in tranquilli tinelli borghesi o flanellando coi coetanei sul muretto vicino casa. Per i più coscienziosi è previsto al massimo la frequenza di qualche stage all’estero per l’apprendimento delle lingue estere con l’aggiunta di qualche brivido bohémien, qualche concessione ad un estetizzante e manierato ribellismo giovanile (che per lo più coincide con la lettura de Il giovane Holden, il libro che protesta contro i processi violenti di socializzazione). Ma al ritorno in patria, al futuro e alla ’sistemazione’ ci penserà papà o il suocero.
Tutto avviene dolcemente, parrebbe, in stile romano cattolico, al livello minimo della lacerazione della coscienza: si eredita o si viene raccomandati. Né sergentacci cattivi che ti fanno sputare l’anima se vuoi conseguire il diploma in un ‘centro d’ eccellenza’, né istitutori severi, né genitori calvinisti, possono impensierire il giovane italiano nella difficile arte di apprendere qual è il proprio posto nel mondo. Romanzi di formazione in Italia? Nessuno, manca la materia prima: la formazione. Qualcosa di equivalente a Linea d’ombra ? Neanche l’ombra.
Se nel grande gioco sociale vigono leggi dinastiche, nella piccola società ci si regola secondo la legge salica dei minus habentes. Ed ecco allora che postelegrafonici figliano postelegrafonici, bancari generano bancari, e giornalai, giornalai. Ai piani bassi non si fa che scimmiottare le regole del vivere dei piani nobili. Il familismo sfocia fatalmente nel corporativismo e quest’ultimo del familismo si nutre: tutte le categorie sociali ne risultano così segnate da un intreccio perverso e, direi, incestuoso di endogamia familistica.
Perché la famiglia gioca in Italia un ruolo così decisivo nella’ “mobilità” sociale? A dire il vero questa è una domanda malposta. La famiglia non fa altro che il proprio dovere. Essa è dappertutto, per definizione, un istituto conservatore basato su legami di affinità non elettiva e su principi di trasmissibilità ereditaria di tutto ciò che è trasmissibile, dal nome, alle sostanze, ai mobili, agli immobili, al gatto di casa, e dunque anche delle posizioni sociali e si badi, di tutte le posizioni sociali, anche quelle frutto del merito individuale e di quell’elemento così poco trasmissibile ed immateriale che è l’ingegno individuale (alludo alle ‘trasmissioni’ di carriere così legate al genio individuale quali il giornalismo, il teatro, il canto, la scrittura creativa). Appare pertanto naturale che essa opponga ogni ragionevole ed irragionevole resistenza a principî o ad agenti di mobilità al di fuori di se stessa consentendo di fatto solo quella orizzontale dei travasi endogamici e impedendo con ogni mezzo quella verticale, del movimento dal basso in alto, non appena le posizioni da difendere sono un tantino lucrose, di prestigio, potenti o di mera rendita. La famiglia, si badi, non è un istituto democratico da nessuna parte. Non conosce libere elezioni (nessuno si sceglie il padre o i fratelli), né innovazioni, né alea di destini. E’ un istituto intimamente “aristocratico”, si nutre di maggiorascati, tradizione ed eredità.
Allora la domanda iniziale va corretta in questo modo: perché il sistema sociale italiano consente alla famiglia un così vasto e devastante libero gioco nella formazione dei destini individuali, delle carriere? Perché altri principî ed agenti al di fuori di essa hanno così scarso peso nella formazione delle élites di questo Paese? «Dietro ogni grande fortuna c’è o un furto o un’alcova» diceva Balzac. Da noi, dietro tutto ciò si intravede soprattutto, sullo sfondo, la silhouette di un ‘vecchio genitor’ o di un suocero.
Il proprium del familismo italiano consista nel sottrarre agli agenti di mobilità sociale, -ossia centri di ricerca, università, alte scuole etc-, esterni alla famiglia, ogni possibilità di intervento. In altre parole la famiglia italiana cerca (cioè appoggia il ’sistema’ politico-sociale che l ‘assicuri in tal senso ) in ogni modo di indebolire o sabotare quegli agenti selezionatori dei destini sociali fuori di essa, o quando ciò non le è possibile si sforza di renderli familistici.
La differenza coi paesi più progrediti consiste dunque in questo: che la famiglia italiana determina totalmente il destino sociale dei propri eredi, sottraendoli, di fatto, alla selezione del merito operata dai centri d’eccellenza, laddove, all’estero, la famiglia è determinante solo nell’ offrire agli agenti selezionatori, che operano se non proprio contro , sicuramente fuori di essa, una migliore posizione di partenza per i propri figli.
Ritorna dunque la domanda: perché in Italia – a voler semplificare brutalmente -, sia la Mafia che le più grandi imprese industriali si reggono sulla struttura molecolare della famiglia?
Non è difficile fornire risposta a questa domanda ed essa è frutto di opinioni largamente concordi: la forza della famiglia in Italia discende dalla contestuale e storica debolezza sia dello Stato sia della Società civile.
Altrove, in Inghilterra, in Francia, in Spagna, lo Stato si forma prima della stessa Nazione o attorno ad una nazione forte che facendosi Stato egemonizza le altre nazionalità con cui ha continuità territoriale. Il processo di formazione di una ruling class coincide pertanto con quello della formazione di uno Stato moderno.
Se si guarda all’esperienza della Francia il fenomeno della stabilizzazione di un’élite (si noti: termine inesistente in italiano) si è dato dapprima con l’ accentramento anche topografico, a Versailles, di una Corte di nobili gravitante attorno al monarca assoluto e, successivamente, sotto le 5 Repubbliche, con il rafforzamento di una classe di grands commis formatasi presso le Alte Scuole, in cui il modello élite -Stato è così ricalcato sulla precedente esperienza (corte-monarca) che ha dato luogo all’espressione vagamente dispregiativa di noblesse d’état usata da Pierre Bourdieu in un suo volume dedicato alla casta tecnocratica francese.
Evidenti sono gli intenti polemici che in Francia l’intellighenzia riserva ai meccanismi di formazione e selezione della propria classe dirigente, o alla presenza invadente e pervarsiva dello Stato in tutti i gangli della Società. E’ singolare rimarcare che da Paul Nizan a Pierre Bourdieu vivo è il un malumore antiistituzionale. Sono tutti Normalisti ma odiano l’Ecole Normale. Ma è ‘normale’ verrebbe voglia di dire. Più un’istituzione è potente più suscita odi, perché è difficile entrarci, perché è difficile uscirne, soprattutto mentalmente. Ciò crea anche una vivace dialettica nel corpo sociale. Avercela dunque una Grande Monarchia per contrapporle, con una Rivoluzione, una Grande Repubblica; avercela una superciliosa Académie Française per contrapporle una grande Bohème; un Grande Romanzo per dar luogo all’ Antiromanzo etc. Le Istituzioni suscitano i Movimenti e dinamizzano le società, più forti sono le prime più incandescenti sono i secondi. Ma nessuno è contento in questo basso mondo, nemmeno gli intellettuali parigini. Si vorrebbe allora ricordare a costoro che se nell’ Esagono sono i boriosi tecnocrati fuoriusciti dalle Alte Scuole a dettare i destini della nazione, che , se sarà vero che lo Stato soffoca ogni respiro della Società, si accetti almeno il fatto che il sistema di formazione della classe dirigente tramite le Alte Scuole è da preferire al sistema dello Stivale dove l’élite si forma per cooptazioni familistiche o peggio sotto la protezione di organizzazioni occulte massoniche o di organizzazioni palesi, ma corporative, quali gli Ordini, Collegi, gli Albi i Sindacati, etc, e che la vigilanza di uno Stato con tutta la sua grandeur e presenza ossessiva è da preferire ad uno Stato assente come un neghittoso latifondista che lascia marcire le proprie opere d’arte negli scantinati dei musei. Tutto ciò ha anche una scioccante traduzione visiva, allorché sintonizzandosi su un TG italiano, si assiste in un servizio da Parigi all’inaugurazione d’imponenti opere come il grand Louvre , voluto dalla discutibile ’sindrome del faraone’ del presidente francese, mentre il servizio successivo informa, dall’Italia, sulle indagini giudiziarie sul brigante siciliano di turno. Insomma ogni Paese ha le sue ‘ossessioni’, il retaggio storico gioca brutti scherzi a tutti; ma se la Francia s’interroga sulle persistenze monarchiche nel sistema repubblicano, da noi, è disperante constatare che siamo ancora ai briganti, ai pugnali e ad i veleni, come ai tempi di Stendhal e della de Staël!. Senza tacere il fatto che le Alte Scuole, come annota Sabino Cassese, “hanno alimentato, nello stesso tempo, democrazia e formazione delle élites. La prima perché, grazie ad un sistema di selezione degli allievi basato sul merito, le scuole sono state un metodo per consentire l’accesso ai vertici dello Stato anche a chi, avendo il talento non possiede altri mezzi di fortuna. La seconda perché, grazie alla mobilità stabilitasi tra i vertici amministrativi, quelli politici e quelli economici, si è così prodotta una ‘noblesse d’Etat’ che ha avvantaggiato non solo l’amministrazione, ma anche la politica e l’economia (sia pur producendo qualche incoveniente, ma minore rispetto ai benefici)”.
Alla storica debolezza di uno Stato, in Italia, ha corrisposto la contestuale e per certi versi speculare flebilità delle classi sociali. Riposa qui la differenza con la Germania, anch’essa unificatasi tardi come l’Italia, ma dove, di contro, un sistema universitario molto forte ed efficiente, preesistente alla stessa unificazione e la formazione di strati sociali borghesi solidi e coscienti della propria funzione, hanno assolto egregiamente al compito della formazione di una classe dirigente degna di questo nome.
L’analisi, anche a volo d’aquila, della storia delle classi sociali italiane, come anche della stratificazione sociale nel nostro Paese, non è difficile e porta alla conclusione drammatica che, nel nostro Paese, una classe egemone intesa come ceto che eserciti una direzione e un dominio sugli altri ceti sociali è sempre mancata. Le conseguenze non sono da poco sulla vitalità dell’organismo sociale e sul tono morale complessivi della Nazione.
Scendendo nei dettagli: se nel Centro-Sud ha prevalso la dicotomizzazione tra classi nobilari rentiers e plebi contadine (non altro che il risultato della lotta intrapresa attorno a quell’unico bene-risorsa primario che è la terra, dicotomizzazione cui peraltro nulla rileva la compresenza di ‘quasi’ classi quali fittavoli, piccoli artigiani, impiegati pubblici, clero etc), nel Centro-Nord, invece, bisogna volgere lo sguardo solo verso l’area milanese e torinese per trovare qualcosa di simile ad una classe borghese modernizzante e liberale che si stacchi da quel teatrino sociale di miseria e nobiltà sotto l’effetto del quale la società centro-meridionale ha dato sempre più stanche rappresentazioni.
E tuttavia anche quella ruling class settentrionale pur riuscendo a darsi, unica fra il pantano dei restanti ceti della nazione, una precisa fisionomia fornendo ad esempio il nucleo d’acciaio ‘giacobino’ della Destra storica, unica classe dirigente degna di questo nome nella storia d’Italia unita, non è riuscita tuttavia alla fine ad imporsi come elemento trainante dell’intera società italiana, e, prima coll’avvento della Sinistra trasformista di De Pretis, poi con Giolitti, in seguito col fascismo e infine con la Democrazia Cristiana ha finito col perdere via via la propria fisionomia in cambio di comodi patteggiamenti con i centri di potere che si susseguivano alla guida dello Stato e con i ceti sociali più retrivi dell’intero Paese che quei centri rappresentavano. E’ mancato nella sua ‘ideologia’, nella rappresentazione mentale che essa aveva di se stessa e dei rapporti con gli altri ceti sociali, l’esigenza di erigersi a ‘classe generale’, di esercitare oltre un dominio materiale anche un’egemonia culturale e mentale. Ha preferito, per vile tornaconto, rifluire nella cura di interessi particolari. (E così, mai totalmente liberale, sempre antistatalista ma mai coraggiosamente liberista, più che difendere il mercato è ricorsa ai Governi per essere difesa dal mercato. )
Non si rimpiange mai abbastanza, anche retoricamente, l’assenza di una classe alto-borghese o borghese tout-court a guida non solo dello Stato ma anche dello spirito pubblico della nazione. Di una classe borghese alla Thomas Mann, che commercia in granaglie ma che si tormenta con la filosofia di Schopenhauer, che mette in connubio l’anima e l’economia in quel modo sofferto ma elegantemente spirituale che per dirla con Musil, faceva di un borghese un ‘misto d’anima e di prezzo del carbone’.
Nel film di P. P. Pasolini La ricotta (1961) viene chiesto ad Orson Welles che interpreta sé stesso: «Cosa pensa degli italiani?»«Il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa » E’ la bruciante risposta. E’ indubbio che l’assenza di una ruling class prestigiosa, moderna, aperta, nutrita di buone letture e di buoni modi, severa con se stessa (Alte Scuole, Public School, Università) quanto con i ceti sociali cui è destinata a gettare fatalmente la propria ombra egemonica, abbia contribuito a dare la fisionomia di una sostanziale arretratezza socio-culturale del nostro Paese. [Tullio-Altan] Una classe sociale di tal sorta, benché se non c’è, nessuno se la può dare, lascia almeno il rimpianto che, come è successo altrove, avrebbe esercitato una egemonia culturale sui moeurs dell’ intera Nazione: leggi e romanzi, gusti e divieti, oneri ed onori, modi e toni del vivere, tutto sarebbe passato sotto il controllo di una élite legittima, cosciente, dignitosa, rigorosa. Così non è stato. Ora, nessuno vuole abbandonarsi a lacrimevoli lamenti sulle nequizie della storia. Restituire o modificare il passato non è facoltà consentita nemmeno agli dei. E’ andata così! La nostra Società ha assunto questa fisionomia debole, sfilacciata, arretrata, perché oggettivamente era tale la sua base socio-economica. (Ed era fatale, di riflesso, che anche la nostra classe politica soffrisse della vischiosità, frammentarietà, opacità della sottostante società civile. Se è torbido il paese reale non può essere trasparente il paese legale). Così è stato, dunque. Ma quando la borghesia potrebbe riscattarsi finalmente dai propri vizi secolari eccola che viene sorpresa a progettare scappatoie per i propri rampolli, reclamare il rafforzamento delle scuole private. Vuole forse le private ‘public school’ inglesi, esclusive ma durissime? Ma qui non può davvero passare inosservata la falsa equivalenza linguistica dei termini che tradiscono però ‘tutto un mondo’ mentale: in Inghilterra la ’scuola privata’ è sinonimo di privilegio sì, ma anche di durissima selezione; in Italia ricorda istituti compiacenti per studenti respinti dalle ’selettive’ scuole statali. ) Ci vorrebbe un altro volume per spiegare siccome sistema scolastico e familismo nel nostro Paese siano particolarmente intrecciati; nel senso che l’inefficienza della scuola pubblica sia funzionale ad una mobilità sociale fortemente segnata dal familismo. E che il familismo italiano è il più fiero avversario della formazione e del funzionamento dei centri di eccellenza.
Si può aggiungere a conforto del nostro discorso, che il ‘lamento’ su questa classe che non c’è e su questa società civile così inconsistente, non è nuovo. Alla voce dell’antropologo Carlo Tullio-Altan così attenta a sottolineare la sindrome di arretratezza socio-culturale del nostro Paese bisognerebbe aggiungere quella di Leopardi per rendersi conto di quanto il tema sia stato avvertito già agli albori della nostra società.
Il poeta di Recanati aveva già intuito, nel 1824!, (vedi su questo argomento il mio saggio-postfazione al Discorso sui costumi degli italiani) questa «mancanza di società» ossia la presenza di una «società stretta» e la conseguente debolezza strutturale della stessa. Quella mancanza, scriveva Leopardi
«opera naturalmente che in Italia non havvi una maniera, un tuono italiano determinato. Quindi non havvi assolutamente buon tuono, egli è cosa così vaga, indefinita che lascia quasi interamente in arbitrio di ciascuno il suo modo di procedere in ogni cosa», «Non avendovi buon tuono, non possono avervi convenienze di società (bienséances). Mancando queste, e mancando la società stessa, non può esservi gran cura del proprio onore, o l’idea dell’onore e delle particolarità che l’offendono e lo mantengono e vi si conformano, è vaga e niente stringente»
Non è una forzatura attribuire al pensiero di Leopardi il significato seguente: una società ha (o dovrebbe avere) dei codici morali (una moral basis la chiamano i sociologi) non scritti come i codici civili e penali, ma altrettanto vincolanti, che la rendono coesa ed organica.
Si pensi, applicando queste riflessioni ai giorni nostri, all’Italia di ‘Tangentopoli’, che cosa ne sarebbe stato, in una società con tali codici, fattivi ed operanti, di quei galantuomini, che hanno trafficato con tangenti e bustarelle e criminalità mafiosa, per così tanto tempo e nell’acquiescenza generale della cosiddetta società civile. Si sarebbero aspettate le manette dei poliziotti o la sentenza di un giudice per espellere i loro figli dalle buone scuole, i membri dai circoli esclusivi, le mogli dai salotti buoni? Non ci si sarebbe dovuto attendere un tirarsi indietro immediato e collettivo della società civile che lasciasse allo scoperto e in isolamento i ‘furbi’? Non ci si sarebbe dovuto attendere un chiamarsi fuori della ‘buona società’ e della gente davvero e non ipocritamente ‘perbene’ di fronte ad arricchimenti repentini e sospetti o tenori di vita non in linea coni magri e notori stipendi di certe categorie, se un’intera società non fosse stata antropologicamente priva di «tuono» o «dell’idea dell’onore»?
Il controllo ferreo, operante al di là dei codici penali e civili, che una aristocrazia legittima (classe dirigente) esercita sull’intera società, fornendo ad essa stili di vita, forme di convenienza sociale, capacità di giudizio (da dove nasce la capacità di dare ordine alle proprie idee), finezze di gusto, divieti, oneri (noblesse oblige ), codici comportamentali vincolanti, in una parola un’etichetta, imporrebbe ad esempio al grande finanziere di non farsi vedere in pubblico in compagnia dell’imprenditore pluriarrestato; al giocatore di calcio, che notoriamente ha truccato partite, di non commentare le stesse con assoluta nonchalance in TV ; al brigatista di non presenziare i convegni ma di meditare in silenzio le sue malefatte etc; eppure tutto il contrario succede in Italia, e nell’indifferenza generale. Quando poi si scopre che nel nostro Paese un uomo è Ministro del tesoro in una stagione, e cronista calcistico nella successiva, (Piero Barucci) si tocca quasi con mano, drammaticamente e contemporaneamente l’inesistenza di biensèances e l’inconsistenza della nostra classe dirigente. Certo, un osservatore straniero sottolineerebbe l’incredibile giovialità di un popolo che esprime simili ministri ma non credo che dopotutto se li augurerebbe per sé, non credo che cambierebbe il nostro pittoresco con il suo quotidiano.
Norbert Elias ci ha spiegato molto bene come l’etichetta nella “buona società” non fosse solo una manifestazione esteriore assimilabile al mero cerimoniale quanto una misura interna della morale delle classi alte, in cui l’opinione degli appartenenti al “monde” era determinante ai fini della rappresentazione che l’individuo aveva di sé stesso, della propria identità, del proprio onore. Ma perché esista tutto ciò occorre quanto meno che si formi una “buona società”, non necessariamente centralizzata, sia essa il “monde” della Corte (il cui “tuono” si riverbererà come “modello” da imitare su tutta la storia di Francia da Saint -Simon a Proust quanto meno), sia la society inglese che viveva nelle splendide residenze di campagna ma che veniva a Londra per la season , sia le “buone società” tedesche che per quanto localistiche e frantumate mostravano dei caratteri unificanti non ultimo la Satikfaktionsfähigkeit (il diritto di scendere a duello) ampiamente praticato dai ceti borghesi, studenteschi e militari, che cementava così, sul diritto all’onore, una nazione divisa in stati. [Elias, pagg. 114-119] In Italia l’assenza di un “centro” e l’assenza di una “buona società”, hanno fatto sì che venisse in auge una società con le caratteristiche descritte da Leopardi e immutata ancora oggi. È da rimarcare che proprio l’assenza di un “centro” autoctono che funzionasse da faro irraggiatore dei modi, del “tuono”, del gusto, della moral basis in una parola, ha reso il nostro Paese più permeabile d’ogni altro all’importazione di modelli esteri, da qui l’americanizzazione degli stili di vita [Lanaro, pagg. 64-88]. E infine è da ricordare che proprio questa assenza di etichetta nel senso alto del termine, questa carenza di società, questa vacanza di veri e propri obblighi sociali, era ciò che più colpiva un viaggiatore come Stendhal il quale ben conscio che tutto ciò veniva al proprio Paese dall’epoca di Luigi XIV, soffriva tutti gli obblighi della propria società da lui ritenuta, a torto o ragione , artefatta e permeata dall ‘odioso senso del dévoir e invidiava (!) perciò il giovane italiano che non aveva aucun modèle à imiter o il Paese dove fino a trent’anni l’homme n’est que sensations. Ciò che dispiaceva a Leopardi, piaceva a Stendhal! Ma, da sempre, il pittoresco non è altro che il quotidiano degli altri.
Quando in una società c’è un ladro si chiama un poliziotto, quando i ladri sono a centinaia ci si appella ad un pool di giudici, ma quando i ladri sono migliaia, giudici compresi, quando la Guardia di Finanza si comporta come una Quinta Mafia (dopo mafia, camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita), quando sono i Poliziotti a sparare e uccidere da feroci criminale, bisogna chiamare subito un l’antropologo. Qualcuno che spieghi. Qualcuno che ci spieghi come una intera società sia assoggettata al crimine. Infatti, il codice penale e le carceri dello Stato non riusciranno a impedire ciò che una società non ritiene di proibirsi da sé. Ciò vale in un Paese come il nostro, che pure i suoi codici morali li possiede e che ha giudicato ad esempio socialmente intollerabile l’ubriachezza o il frugare nella vita sessuale degli individui ma non altrettanto la corruzione generalizzata o i sequestri di persona.
Impressionante è stato invece in questo vasto processo di degrado il coinvolgimento di interi settori della società civile, con tutti i risvolti familistici che essa ha da noi. Familismo in senso stretto (la moglie divorziata privata degli assegni che solo allora denuncia l’ex marito tangentocrate, il giudice che si serve della serafica moglie-massaia per i conti in Svizzera, la ragnatela dei rapporti familiari intessuti grazie allo scambio di tangenti, per cui nell’incrocio tra tangenti e ‘favori’ salta fuori il posto per il figlio al giornale amico o in banca o in televisione o nei servizi segreti etc) e familismo in senso allargato, se si considera il partito politico come proiezione, ampia sfera, del proprio particulare.
Lo Stato debole, le classi sociali evanescenti, non restava che la famiglia.
A questa ci si è aggrappati. Ed ecco che sulla scena italiana ai Savoia, agli Arduino, agli Sforza, ai Visconti, ai Malatesta, agli Orsini, ai Colonna sono succeduti gli Agnelli, i Berlusconi, i De Benedetti, i Ferruzzi, i Ciarrapico… Qualcuna delle nuove famiglie ha mutuato anche gli emblemi araldici delle vecchie, si pensi al biscione berlusconiano già visconteo e sforzesco, quasi a voler sottolineare una eredità simbolica che non può non impressionare. Il risultato è, come hanno sottolineato a più riprese gli osservatori stranieri [Friedman , 1986 e 1988], il carattere familistico del nostro capitalismo, che mentre può andar bene nella fase competitiva e nazionale dell’ascesa, s’arena nella fase gestionale e nel confronto internazionale. Senza tacere quella che sembra quasi la legge del capitalismo familistico secondo la quale ‘la prima generazione crea, la seconda conserva, la terza distrugge’. Basta un figlio scemo, nella successione dinastica, e tutto va in malora.
La famiglia è dunque il vero Stato degli italiani. E una somma di famiglie non fanno una Società. Ne discende che l’Italia non uno Stato o una Nazione o una Società sia apparsa agli osservatori più attenti di ieri e di oggi, ma ‘una federazione di famiglie.
Fastidio
Aprile 22, 2006http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/04_Aprile/21/stella.shtml
Nel leggere questo articolo di Gian Antonio Stella si ha una raccolta di dichiarazione che esponenti di centro destra hanno rilasciato in questi giorni.
Sinceramente si prova solo del fastidio nel vedere una parte della classe politica comportarsi in un modo che definire IRRESPONSABILE è dire poco.
La situazione economica Italiana è tale da richidere del personale politico serio. Il popolo italiano devo PRETENDERE comportamenti assenati da parte di chi è chiamato a rappresentarlo nelle istituzioni.
l’ ABC della democrazia prevede che chiuse le operazioni elettorali i Vincitori governino e gli sconfitti si prestino a fare un opposizione seria e costruttiva nell’ interesse del Paese.
Gettare ombre e sospetti sui meccanismi su cui si fonda la democrazia è CRIMINALE.
Adombrare la possibilità dell’ uso delle piazze in caso di certe nomine al Quirinale è CRIMINALE.
Se l’ Italia non fosse ancorata al’ Euro, questi comportamenti avrebbero provocato danni incalcolabili al sistema economico Italiano in termini di perdita di fiducia degli investitori, fuga di capitali declassamento del livello di rating del debito pubblico.
L’Italia è un grande Paese, non merita simile personale politico.
E’ auspicabile che il Polo di Centro Destra diventi un soggetto politico serio.
Fino ad oggi non si è dimostrato tale.
La leggenda di Pietra Cappa (secondo post)
Aprile 22, 2006ABBIAMO TROVATO UNA VERSIONE PIU’ ARTICOLATA DELLA LEGGENDA DI PIETRA CAPPA.
lA PUBBLICHIAMO SPERANDO DI FAR COSA GRADITA A CHI L’ ‘AVEVA APPREZZATA NEL PRECEDENTE POST.
Cristo e gli apostoli si trovarono a passare per una contrada ai piedi dell’Aspromonte, e siccome avevano fame, cercarono qualcosa da mettere sotto i denti; ma non trovarono nulla e, allora, Cristo disse: «Faremo un po’ di penitenza. Ognuno prenda una pietra e incamminiamoci verso la montagna». Così gli apostoli si caricarono tutti d’una pietra abbastanza gravosa; solo san Pietro, che da buon ex pescatore ogni tanto faceva il furbo, raccolse un ciottolo. Dopo qualche ora di faticoso ancare, Cristo disse che era ora di riposarsi e, facendo il segno della croce, trasformò in pane le pietre trasportate dagli apostoli per penitenza; conclusione: san Pietro si ritrovò fra le mani un tappo di pane bastante si e no per un solo boccone; ma egli, spilluzzicandolo a briciola per farlo durare di più, fece finta di nulla e pensò fra sé: «La prossima volta mi gravo d’un macigno». Cristo gli lesse nel pensiero e volle dargli una lezione, che ogni tanto ci voleva: al momento di riprendere il cammino, invitò di nuovo gli apostoli a fare penitenza caricandosi d’un’altra pietra. San Pietro scelse la più grossa che trovò nei paraggi e se la caricò sulle spalle. Arrivati in alta montagna, ad una radura ai margini d’un bosco, Cristo fece segno di fermarsi. Con un sospiro di sollievo san Pietro si liberò del macigno e attese il miracolo del Signore, che, invece, si limitò a fissarlo con un sorrisetto. Dopo un po’ san Pietro non ce la fece più a trattenersi e sbuffò: «Io la pietra l’ho portata». «Ora ti ci siedi sopra e ti riposi.» gli ribattè Cristo. Cosi, d’istinto, la prima reazione del santo fu di rabbia e illividì; poi capì d’avere sbagliato e pieno di vergogna disse: «Maestro, avete fatto bene a punirmi e, perciò, vi chiedo una grazia; vorrei che a ricordo eterno della mia malizia questo masso rimanesse per sempre qui dove ora è». Cristo acconsentì. San Pietro sfiorò appena il masso e questo, lievitando come un immenso pane, si gonfiò e si fece cosi grande da ricoprire un buon ettaro di terreno, ciclopico monumento al principio secondo cui la malizia è farina del diavolo. Passò del tempo, Cristo fu arrestato e condotto davanti a Kaifas, il gran sacerdote, che gli chiese: «Sei tu il vero figlio di Dio?», E Cristo: «Tu l’hai detto!». Un sergente della guardia, ritenendo quella risposta irriguardosa, s’avvicinò al Signore e gli mollò uno schiaffo. San Pietro, presente all’interrogatorio, fremette di rabbia e si legò il gesto sacrilego al dito, sapendo bene che il Padreterno non paga mai di sabato. Altro tempo passò da allora e davanti a san Pietro, nel frattempo diventato custode del Paradiso, finì per presentarsi il sergente, che, alla precisa accusa del santo, si confessò pentito mille e una volta dello schiaffo, ma non ci fu verso; san Pietro lo agguantò per un orecchio, in volo lo trascinò sull’Aspromonte, toccò l’enorme macigno spalancando un accesso su un antro scavato nella viva roccia, vi cacciò dentro i sergente e disse: «Fino al giorno del giudizio correrai avanti e indietro in questo stanzone dando schiaffi alle pareti, così ti ricorderai per sempre di quello dato al Signore»; quindi rinserrò la porta di pietra e ritornò in cielo. Da allora il malvagio sergente corre su e giù per lo stanzone roccioso e
molla violenti schiaffi alle pareti, urlando di dolore, come può testimoniare chiunque in un giorno di vento si trovi a passare nelle vicinanze di Pietra Cappa – così è chiamato il macigno – e dal suo interno sente distintamente levarsi forti schiocchi accompagnati da grida cupe, lancinanti.

