Archivio per Giugno 2006

CHE PENA!

Giugno 30, 2006

Evidentemente era destino che finisse male.Che volassero gli stracci tra i ragazzi di Locri.Che, addirittura si passasse alle querele tra esponenti di quella società civile che lotta insieme contro la ndragheta, almeno in teoria.Perchè poi in pratica la sovraesposizione mediatica, l’abbuffata di elogi cambiano tutto.A voler essere cattivi sembra che tutti vogliano l’esclusiva dell’antimafia, in Calabria.E più che lavorare nella stressa direzione c’è il rischio che ci si pesti i piedi.Rischiando di far naufragare l’esperienza migliore emersa dal delitto Fortugno.
L’unica che aveva bucato il video, se non altro.
Ma non era la ndrangheta il nemico da battere?

Riporto l’inizio e la fine di un lungo articolo apparso oggi su un quotidiano, sorvolando sul resto, poichè è solo uno spazio riempitivo.
Certo distinguo chi ha una lunga storia alle spalle di impegno e sacrificio e di dolore personale

Loiero, basta con le polemiche

Giugno 30, 2006

“Per favore, fermatevi tutti. Questa spirale di polemiche non giova a nessuno e soprattutto non giova alla verità”.

L’appello del presidente della Regione Calabria, dopo l’ennesima giornata convulsa di dichiarazioni e controdichiarazioni sulle conseguenze politiche legate agli sviluppi delle indagini sul caso Fortugno, arriva in serata. “Si sta determinando – ha detto il presidente in una nota del portavoce – una situazione in cui tutti sono contro tutti e a goderne sono quei poteri oscuri che tutti vorrebbero, invece, contrastare. La Calabria che viene fuori da questa rissa di parole non è quella che tutti noi vorremmo. Anche movimenti genuini come quello dei ‘ragazzi di Locri’ rischiano di essere travolti e non possiamo, non dobbiamo, consentirlo. Per questo invito tutti a fermarsi. La Calabria ha bisogno di essere governata con impegno e serenità e il clima non può essere arroventato da diatribe tra persone e organizzazioni che dovrebbero, invece, fare un fronte comune contro la criminalità che opprime la nostra regione. Basta, dunque, con le polemiche”.

Fonte DNA

CONDIVIDIAMO APPIENO L’APPELLO DEL GOVERNATORE LOIERO, NON ESPRIMENDO COMMENTI SU CIO’ CHE SI E’ LETTO IN QUESTI GIORNI SU ALCUNI QUOTIDIANI.
C’E’ IMPERANTE UN LOGICA DEL “TANTO PEGGIO TANTO MEGLIO”,LA QUALE NON HA NIENTE A CHE FARE CON I VALORI DI CUI CI SI DICE PALADINI.

La Calabria pretende serietà

Giugno 29, 2006

La Calabria ha bisogno di persone serie, le quali si impegnino per la risoluzione dei suoi molteplici problemi.
Lasciando la stretta attualità giudiziaria, trovo offensivo per la mia intelligenza leggere alcune pagine di quotidiano.
Persone(ignoro i motivi o i meriti) godono di un diritto di tribuna non per proporre o portare all’evidenza problematiche di rilievo economico sociale, ma per fare comizi contro le più alte cariche istituzionali della regione.
Il lato comico della vicenda è che attori istituzionali trovino tempo e modo di occuparsi di questo piuttosto che dei problemi e delle questioni che interessano davvero il popolo Calabrese.
Molte volte la ricerca spasmodica dello scoop, porta a prendere delle cantonate colossali.
Creare un caso dove non ci sono nemmeno lontanamente le sembianze dimostra una povertà di idee disarmante, a meno che non si tratti di giochi di sponda per dare evidenza a persone in cerca di pubblicità.
Non faccio pure io lo stesso errore, auspico che si tralasci il folklore e ci si occupi seriamente dei problemi della nostra Regione.

I NUOVI BARBARI

Giugno 29, 2006

LEGGENDO OGGI ALCUNI ORGANI DI INFORMAZIONE MI E’ VENUTO IN MENTE L’ ARTICOLO CHE RIPORTO QUI DI SEGUITO.
RINGRAZIO IL MIO ACUME PER AVERMI FATTO SCENDERE IN TEMPO DA UN AUTOBUS PARTITO DA UNA GRANDE TRAGEDIA UMANA E DIRETTO VERSO IL NULLA DELLA VANITA’ E RICERCA DELLA GLORIA PERSONALE.

L’sms, le oche di Lorenz e i “nuovi barbari”
di Gianteo Bordero – 8 ottobre 2004

Il rapporto Censis del 2003, nella parte dedicata a “giovani e media”, ha messo in evidenza in maniera chiara come ormai il primo strumento di comunicazione usato dalle nuove generazioni sia, senza dubbio, il telefonino. Fin qui nessuna sorpresa: non ci sarebbe neppure bisogno di indagini e statistiche per rilevare quello che è sotto gli occhi di tutti. Basta guardarsi attorno per vedere che il cellulare è il principe della comunicazione in questo inizio di terzo millennio…

Ma il rapporto del Censis ci dice di più, ed è scorporando i dati che vengono fuori le sorprese ed emergono quelle dinamiche che possono aiutare a comprendere, molto più di tante astrazioni intellettualistiche, come gli adolescenti di oggi vivano, pensino e – soprattutto – come concepiscano se stessi e il loro rapporto col reale. Il 93,7% dei giovani tra i 14 e i 30 anni usa abitualmente il telefonino e dichiara di trovarsi a proprio agio con esso; a fare la differenza sono invece le fasce d’età singolarmente considerate: non tanto per il numero di utenti, quanto piuttosto – e in maniera significativa – per le modalità d’uso.

A servirsi del cellulare per stretta necessità (cioè per telefonare) sono soprattutto, come immaginabile, i giovani tra i 25 e i 30 anni: sono, tra gli utenti abituali, il 75,7%; percentuale che scende proporzionalmente alla diminuzione dell’età, fino ad arrivare al 54,7% degli adolescenti tra i 14 e i 18 anni. A che scopo, allora, i “più piccoli” usano il telefonino? In sostanza, per mandare “messaggini”. E’ su questo punto che si rileva la “forbice” più ampia tra adolescenti e giovani, non solo per il fatto che gli uni studiano e gli altri lavorano, ma soprattutto perché pare emergere un vero e proprio iato generazionale, una diversa modalità di comunicazione e di linguaggio, e quindi di aspettativa nei confronti delle relazioni e della realtà.

Tra gli adolescenti che fanno uso quotidiano del cellulare, il 79,7% dice di servirsene per inviare e ricevere sms; nei giovani tra i 25 e i 30 anni, invece, la percentuale ha una caduta verticale, e si assesta sul 45%. Una vera “rivoluzione”, insomma: si scopre che la nuova generazione comunica principalmente non attraverso il discorso strutturato, non attraverso la logica dei concetti. S’avanza, piuttosto, un modo di relazione che trova nel virtuale il suo sbocco ultimo, e nella destrutturazione del linguaggio un carattere che ormai si potrebbe definire “tipico”. Come nota lo stesso rapporto Censis: «In realtà i più giovani usano il cellulare come un prolungamento del proprio campo d’esperienza personale e sociale, per cui il successo dei messaggini deriva principalmente dalla opportunità che essi offrono di confermare con continuità l’esistenza stessa della rete di relazioni all’interno delle quali ciascuno di essi si colloca». E’, dunque, il virtuale che conferma e attesta il reale, il rapporto virtuale – perché tale è e rimane l’sms – che attesta e verifica il rapporto reale.

Ma c’è di più, e a nostro avviso sbaglia chi sottovaluta il fenomeno descritto, spesso dicendo che «intanto, nei messaggini, si scrivono le cavolate». Non è sempre così, anzi, quasi mai è così. Konrad Lorenz, il fondatore dell’etologia, passò lungo tempo a studiare il verso delle oche, per decifrare – in qualche modo – come esso fosse percepito tra le oche stesse. Ne concluse che, in realtà, il contenuto del verso era fondamentalmente un semplice attestato, un’estrinsecazione di esistenza, come a dire: «Io ci sono…e tu ci sei?». Qualcosa di simile sembra accadere con gli sms, in cui il termine primo che si ha di mira non sembra essere la relazione in sé, quanto se stessi, il proprio “io” all’interno della relazione. Sono i “mitici” 160 caratteri per dire «Io ci sono…e tu ci sei?». Il resto del contenuto viene dopo, ma sempre subordinato a questo richiamo “cifrato”.

E’ nei 160 caratteri dell’sms, dunque, che si svolge una buona parte della trama comunicativa degli adolescenti. Qualcosa che ricorda anche il famoso messaggio che il naufrago affidava al mare. Qui la distesa spaziale è annullata dalla potenza della tecnologia, e quasi al 100% si è sicuri che il messaggio giungerà a destinazione…ma forse lo spirito non cambia: una specie di SOS per non restare e non sentirsi soli.

Ancora più semplice – ma ancora più chiaro come essenza – dell’sms è l’altrettanto famoso “squillino”: un attestato di esistenza puro e semplice, che così viene descritto dal Censis: «Chiunque abbia a che fare con gli adolescenti, sa che il telefonino di ciascuno di loro spesso squilla solo perché qualcuno vuole fargli sapere che lo sta pensando: si controlla a chi appartiene il numero da cui è arrivata la “chiamata persa” e si è contenti per il pensiero». E se la persona a cui si fa lo squillo non fa altrettanto? «Allora subentra una specie di ansia da abbandono, che spinge l’adolescente a mandare ai suoi coetanei prima richieste di funzionamento del canale, poi appelli alla risposta».

Abbiamo parlato di oche di Lorenz e di statistiche, con la consapevolezza però che qui si ha a che fare con l’irriducibilità della singola persona, del singolo “io”, per cui le generalizzazioni valgono fino ad un certo punto. Eppure è innegabile che vi sia, oggi, una specie di cambio epocale, che magari non fa clamore e non è accompagnato da particolari casse di risonanza, ma che mostra la sua esistenza proprio nelle cose quotidiane, come appunto possono essere l’uso del telefonino e i “messaggini”, e come – per altri versi – mostrano gli attuali mutamenti all’interno del mercato del lavoro. E’ come, cioè, se la base di partenza in cui oggi un giovane, un adolescente entra nel mondo non fosse più costituita da particolari convinzioni ideali o ideologiche, da “sistemi” monolitici di pensiero; è come se fossimo in un’epoca di “nuovi barbari”. Non nel senso dispregiativo di “rozzo” e “violento”, ma nel senso etimologico tratto dell’onomatopeica “bar-bar”: “balbuziente”. Una generazione “balbuziente”, dove però il balbettare è il segno dell’incertezza più che della disperazione, della ricerca più che della negazione, dell’essere ai blocchi di partenza più che dell’esser definitivamente fermi. Un balbettare che è come il vagito di qualcosa che cerca un linguaggio attraverso cui esprimersi; e forse, spesso, non ne trova le parole e non ne trova la cultura, perché le stesse parole e la stessa cultura sembrano, dopo il Novecento, uno spazio da riempire piuttosto che un “depositum” da accettare in blocco.

Così oggi, nel tempo dei “nuovi barbari”, come nel tempo della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, si ritorna alla grande questione e alla grande sfida, ossia alla ricerca di quello spazio e di quella modalità esistenziali in cui si possa aprire un cammino e quindi un linguaggio, in cui il balbettio possa farsi parola, cultura e civiltà; e in cui il presente e il mondano possano aprirsi al futuro e, infine, al Mistero e all’Eterno. Perché, come scrisse già nel V secolo Salviano da Marsiglia, «gesta Dei per barbaros».

Gianteo Bordero
bordero@ragionpolitica.it

PROPAGANDA

Giugno 27, 2006

La propaganda è la diffusione di informazioni, vere o false, allo scopo di sostenere un’azione. Quando tali informazioni sono vere, possono essere tuttavia di parte o non fornire un quadro completo della situazione.

In tardo latino, propaganda significa “cosa da propagare” o “che deve essere diffusa

Numerose tecniche vengono usate per creare messaggi falsi ma persuasivi. Molte di queste tecniche si possono trovare anche nell’articolo falle logiche, in quanto i propagandisti usano argomenti che, anche se a volte convincenti, non sono necessariamente validi.

Del tempo è stato speso per analizzare i mezzi con cui vengono trasmessi i messaggi propagandistici, e questo lavoro è importante, ma è chiaro che le strategie di disseminazione dell’informazione diventano strategie di diffusione della propaganda solo quando sono accoppiate a messaggi propagandistici. Identificare questi messaggi è un prerequisito necessario per studiare i metodi con cui questi vengono diffusi. Ecco perché è essenziale avere qualche conoscenza delle seguenti tecniche di produzione della propaganda:

Ricorso alla paura: Il ricorso alla paura cerca di costruire il supporto instillando paura nella popolazione. Per esempio Joseph Goebbels sfruttò la frase I tedeschi devono morire!, di Theodore Kaufman, per sostenere che gli alleati cercavano la distruzione del popolo tedesco.

Ricorso all’autorità: Il ricorso all’autorità cita prominenti figure per supportare una posizione, idea, argomento o corso d’azione.

Effetto gregge: L’effetto gregge o l’appello alla “vittoria inevitabile” cercano di persuadere il pubblico a prendere una certa strada perché “tutti gli altri lo stanno facendo”, “unisciti alla massa”. Questa tecnica rafforza il naturale desiderio della gente di essere dalla parte dei vincitori. Viene usata per convincere il pubblico che un programma è espressione di un irresistibile movimento di massa e che è nel loro interesse unirsi. La “vittoria inevitabile” invita quelli non ancora nel gregge ad unirsi a quelli che sono già sulla strada di una vittoria certa. Coloro che sono già (o lo sono parzialmente) nel gregge sono rassicurati che restarci è la cosa migliore da farsi.

Ottenere disapprovazione: Questa tecnica viene usata per portare il pubblico a disapprovare un’azione o un’idea suggerendo che questa sia popolare in gruppi odiati, temuti o tenuti in scarsa considerazione dal pubblico di riferimento. Quindi, se un gruppo che sostiene una certa politica viene indotto a pensare che anche persone indesiderabili o sovversive lo appoggiano, i membri di tale gruppo possono decidere di cambiare la loro posizione.

Banalità scintillanti: Le “banalità scintillanti” sono parole con un’intensa carica emotiva, così strettamente associate a concetti o credenze di alto valore, che portano convinzione senza supportare informazione o ragionamento. Esse richiamano emozioni come l’amore per la patria, la casa, il desiderio di pace, la libertà, la gloria, l’onore, ecc. Chiedono approvazione senza esaminare la ragione. Anche se le parole o le frasi sono vaghe e suggeriscono cose differenti a persone differenti, la loro connotazione è sempre favorevole: “I concetti e i programmi dei propagandisti sono sempre, buoni, auspicabili e virtuosi”.

Razionalizzazione: Individui o gruppi possono usare generalizzazioni favorevoli per razionalizzare atti o credenze. Frasi vaghe e piacevoli sono spesso usate per giustificare tali atti o credenze.

Transfer: Questa è una tecnica di proiezione di qualità positive o negative (lodare o condannare) di una persona, entità oggetto o valore (un individuo, gruppo, organizzazione, nazione, il patriottismo, ecc.) ad un altro soggetto per rendere quest’ultimo più accettabile o per screditarlo. Questa tecnica viene generalmente usata per trasferire il biasimo da un attore del conflitto all’altro. Evoca una risposta emozionale che stimola il pubblico ad identificarsi con l’autorità riconosciuta.

Ipersemplificazione: generalizzazioni favorevoli sono utilizzate per fornire risposte semplici a problemi sociali complessi, politici, economici o militari.

Uomo comune: L’approccio dell’”uomo comune” tenta di convincere il pubblico che le posizioni del propagandista riflettano il senso comune della gente. Viene designato per vincere la confidenza del pubblico comunicando nel suo stesso stile. I propagandisti usano un linguaggio e un manierismo ordinario (e anche gli abiti nelle comunicazioni faccia a faccia o audiovisive) nel tentativo di identificare il loro punto di vista con quello della persona media.

Testimonianza: Le testimonianze sono citazioni, dentro o fuori contesto, dette specificamente per supportare o rigettare una data politica, azione, programma o personalità. La reputazione o il ruolo (esperto, figura pubblica rispettata, ecc.) dell’individuo che da la dichiarazione viene sfruttata. La testimonianza pone la sanzione ufficiale di una persona rispettata o di un’autorità sul messaggio propagandistico. Questo viene fatto in un tentativo di far sì che il pubblico si identifichi con l’autorità o che accetti le opinioni e le convinzioni dell’autorità come se fossero sue.

Stereotipizzazione o Etichettatura: Questa tecnica tenta di far sorgere pregiudizi nel pubblico etichettando l’oggetto della campagna propagandistica come qualcosa che la gente teme, odia, evita o trova indesiderabile.

Individuare il Capro espiatorio: Colpevolizzare un individuo o un gruppo che non è realmente responsabile, alleviando quindi i sentimenti di colpa delle parti responsabili o distraendo l’attenzione dal bisogno di risolvere il problema per il quale la colpa è stata assegnata.

Parole virtuose: Sono parole appartenenti al sistema di valori del pubblico, che tendono a produrre un’immagine positiva quando riferite ad una persona o a un soggetto. Pace, felicità, sicurezza, guida saggia, libertà, ecc., sono parole virtuose.

Slogan: Uno slogan è una breve frase ad effetto che può includere la stereotipizzazione o l’etichettatura.

IL MONDO DELL’INFORMAZIONE CALABRESE NON E’ ANCORA MATURO.SOGGETTI NATI RECENTEMENTE, DOPO UN INIZIALE FASE VIRTUOSA SI SONO TRASFORMATI IN PURI STRUMENTI DI PROPAGANDA OVE LE VOCi DISSONANTI O NON TROVANO SPAZIO O, PEGGIO, SONO ISOLATE PRIMA E COSTRETTE ALL’ALLONTANAMENTO POI, ANCHE IN MODO VIOLENTO,RIVENDICANDO DIRITTI DI PROPRIETA’ E RICORRENDO ALL’OFFESA.
NON E’ MANIFESTANDO DISPREZZO VERSO LA CALABRIA, LA SUA STORIA E CIVILTA’(SE CHI DICE DI VOLER SALVARLA VEDE I SUOI ABITANTI COME CITTADINI DI SERIE B)CHE SI OTTERRA’ IL SUO AFFRANCAMENTO DALLO STATO ATTUALE.
E’ BENE CHE CAMBI OBIETTIVO, POICHE’ COSI NON TRARRA’ NULLA DI BUONO
OCCORRE PRIMA DI TUTTO CONOSCERLA E AMARLA!!!

Ti amo campionato

Giugno 26, 2006


da www.corriere.it

Il testo integrale della canzone cantata da Elio nel ‘98

Ti amo campionato

Basta adesso con i litigi, i bisticci, basta con ladri e Juventopoli e tutte quelle cose lì, basta! Chiudiamo il campionato così com’era iniziato, nel segno dell’amore!
Ti amo, ti amo campionato, ti amo campionato, perché non sei falsato, no, no, non sei falsato, a me mi eri sembrato falsato, ma han detto che non sei falsato. Ha detto Umberto Agnelli che son state solo delle sviste. Due o tre sviste arbitrali.
Ma a me mi era sembrato che già da molto tempo qualcosa stava accadendo. Ad esempio, in Juve – Udinese dell’1 Novembre ‘97 il signor Cesari non ha convalidato un gol che aveva fatto Bierhoff che era entrato di tanto così, diciamo delle dimensioni tipo Rocco Siffredi.
E poco dopo, in Juve – Lazio, c’è stata un’azione in cui Del Piero è stato atterrato in area l’arbitro ha detto “Regola del vantaggio”, Inzaghi ha preso il palo e subito dopo l’arbitro ha detto: “Non è più regola del vantaggio” diamo il rigore alla Juve.
Ma questo è stato fatto nel segno dell’amore. Io non vado certo a pensare che ci siano dietro delle cose sporche, no no no no no no, è stato fatto tutto nel nome dell’amore, in nome del campionato, del buon svolgimento e dell’amore fra le squadre, io non porto nessun risentimento. Perché ho visto che l’amore vince tutte le battaglie è in grado di far superare gli odi sia razziali sia interraziali, sia quelli tra le squadre. Diciamo che in questo momento io sono quasi contento che alla fine della fiera mi sembra che l’ho preso in quel posto.
E penso a quelli che hanno fatto un abbonamento da un miliardo in tribuna rossa per andare a vedere l’Inter che si era comportata bene, o per andare a vedere la Lazio che a un certo punto della sua carriera, diciamo il 5 aprile del 1998, ha avuto un fallo in area fatto da Juliano e l’arbitro Collina non l’ha fischiato e allora tutti hanno pensato male. Ma non dovevano pensare male! No no no no no no! Perché l’arbitro Collina, così come l’arbitro Rodomonti, diciamo quello di Juve – Empoli, non ha commesso quella svista in nome di chissà quale pastetta, no no no no no, l’ha fatto in nome dell’amore!
Perché lui ama il campionato e voi non lo sapete ma gli arbitri si vogliono bene, e si vogliono bene anche con i calciatori tanto è vero che io con i miei occhi ho visto che alla fine di Inter – Juventus l’arbitro della partita è andato dai calciatori della Juve e li ha baciati e li ha abbracciati come se fossero degli amici, e tutto questo in nome dell’amore, e allora tutti insieme cantiamo:
Ti amo, ti amo campionato perché non sei falsato, anche se inizialmente era sembrato in realtà non sei falsato. L’ha detto Umberto Agnelli l’han detto tanti critici di calcio, l’ha detto tanta gente, insomma: non sei falsato.
Anche se sarebbe sembrato… Ad esempio mi era sembrato, in Juventus – Roma dell’8 febbraio ‘98, quando l’arbitro Messina non ha dato il rigore su Gautieri, e ad esempio anche in Brescia-Juve dell’11 febbraio ‘98 quando il signor Bettin non ha dato un rigore a Hubner, un rigore grosso così. E questo è stato fatto nel segno dell’amore perché l’amore è importante, l’amore è un qualcosa di essenziale, sembra che nel calcio non ci sia e invece dopo c’è, tu dici: “Ma l’amore nel calcio non c’è”. No, guardando bene lo trovi in ogni piccolo particolare.
Ad esempio nel mio amico che sembra che indossi la maglia del Milan, e invece è la maglia del Foggia, se voi guardate bene, quella lì è la maglia del Foggia, così come se voi guardate bene le sviste arbitrali non sono state due ma sono state tipo dieci, dieci, undici o dodici, e la maggior parte delle quali a favore della Juve. Ma alla fine l’amore dato è uguale all’amore che dai.
E allora amici, cantiamo tutti insieme: ti amo campionato, tu non ci sei mancato, anzi, tu ci eri mancato, adesso siamo contenti che sia finita così perché l’amore ha riempito tutto l’universo della F.I.G.C., particolarmente Baldas!
Ad esempio in Juve-Piacenza, Borriello ha convalidato il secondo gol irregolare che ha fatto Del Piero che si è fatto passare la palla sul braccio. Ma era talmente bello che era un peccato non convalidarlo, e allora cos’ha detto? “Convalidiamolo”. Perché nel calcio tutti si amano, e allora cosa vuoi fare? Vuoi dare il rigore a Ronaldo, vuoi convalidare il gol del Napoli che forse c’era, vuoi dare, per esempio vuoi dare un fallo a Montero che gli ha dato una gomitata a Neqrouz in piena area?
Era calcio di rigore con espulsione e non ha dato niente perché aveva capito che Montero amava Neqrouz E d’altra parte Neqrouz con i suoi trascorsi cosa vuoi che non ami Montero? I due si amavano, l’arbitro aveva già visto che c’era qualcosa in quella gomitata, che non era altro che una scaramuccia, perché l’amore non è bello se non è litigarello. Era una scaramuccia… Era una scaramuccia… E forse abbiam finito…
23 maggio 2006

Frase ricorrente di questi giorni: «Eeehhh, il calcio è marcio… lo sapevano tutti…». Già, forse lo sapevano tutti. Ma chi osava fare nomi e cognomi? Al più si parlava di “sudditanza arbitrale”. Del non meglio definito “Palazzo”. Del “sistema”. Qualcuno invece, con ironia iconoclasta, lo cantava forte e chiaro. E mica sei mesi fa. Ma ben 8 anni fa. Protagonista di un video che rimbalza su blog e forum è Elio, cantante degli Elio e le Storie Tese, che con il fido Rocco Tanica nel 1998 intonò nell’ultima puntata di “Mai dire Gol” una profetica e irresistibile “Ti amo campionato, perché non sei falsato”.

Era l’anno di Juventus-Inter, 26 aprile 1998, dell’intervento in area di Iuliano su Ronaldo non fischiato da Ceccarini, delle polemiche furibonde che ne seguirono. Sulla panchina bianconera c’era Lippi, oggi ct. C’era la Triade. E il tifo anti-juventino lanciò accuse di “Juventopoli”. Un interista sfegatato come Elio, all’epoca davvero sulla cresta dell’onda dopo il successo mediatico della “Terra dei cachi” a Sanremo ‘96, non poteva non raccogliere la cosa.
Lo fece a modo suo: con la complicità dei Gialappa’s mandò in onda un video che riassumeva i casi dubbi a favore della Juve. Riassunti nella strofa cult «Ha detto Umberto Agnelli che son state solo delle sviste. Due o tre sviste arbitrali. Ma a me mi era sembrato che già da molto tempo qualcosa stava accadendo». Un brano irresistibile e attualissimo (pubblicato dal gruppo nel cofanetto di 5 cd “Perle ai Porci” e nel cd Bonus “Peerla”), singoli episodi a parte, che alcuni tifosi anti-juventini ed “eliofili” hanno ritirato fuori nelle ultime settimane. Svelando le inedite facoltà profetiche del sopraccigliuto frontman degli “elii”.

LORENZO DEL BOCA…..

Giugno 23, 2006

“Lorenzo Del Boca, novarese, è giornalista professionista dal 1980, vanta una lunga carriera ne “La Stampa” e “Stampa Sera”, ed è presidente del Sindacato Unitario dei Giornalisti (FNSI) dal 1996 e presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti dal 2001.

Importante e molto discussa la sua attività di storico, in particolare di revisionista del Risorgimento italiano. Nella sua impietosa rilettura, peraltro opportunamente documentata, si tratteggiano vari eventi imbarazzanti nei quali i padri della patria (Vittorio Emanuele, Cavour, Garibaldi) appaiono piuttosto come gli iniziatori di una consuetudine italiana all’intrallazzo, al tradimento, alla meschineria e alla nefandezza.

Alla luce di questa nuova prospettiva, sarà interessante chiedere a Del Boca come si inquadra il fenomeno della mafia, anti-stato criminale che da oltre un secolo insanguina le contrade del Sud, mantenendole in uno stato di insopportabile sottosviluppo.”

LA LIBERTA’

Giugno 23, 2006


Che cos’è la libertà? Possiamo forse comprenderla come un “qualcosa”, allo stesso modo in cui comprendiamo, dimostriamo, calcoliamo i fenomeni? Questa dimostrazione della nostra libertà è impossibile.
Proviamo a dimostrare questa impossibilità. Facciamo un esperimento di pensiero: come posso provare, ora che sto parlando, che ciò che sto dicendo dipende da una mia scelta, che io ho scelto di dire ciò che sto dicendo? Come faccio a provare che è per mia libertà che ho detto le parole che ho appena pronunciato?
Vi è un possibile esperimento di ciò? Sì, ci sarebbe un possibile esperimento di ciò. In che cosa consisterebbe un simile esperimento? Io dovrei poter tornare indietro all’istante immediatamente precedente questo in cui vi sto parlando, e con me dovrebbero poter tornare indietro tutte – nessuna esclusa – le condizioni generali di un istante fa: e a quel punto io dovrei ripetere, con la stessa voce, con gli stessi termini, ciò che avete appena ascoltato. Questo è l’unico esperimento mediante il quale io potrei dire: sì sono libero. Se potessi ripetermi per un istante – ma non io solo, bensì io insieme a tutte le condizioni -, se tutto il mondo tornasse a un istante fa, e io ripetessi ciò che avete appena ascoltato; allora dimostrerei che l’ho fatto per mia libera scelta.
Ma questo esperimento è radicalmente impossibile; è concepibile ma non può realizzarsi. Allora per forza io dubiterò sempre che ciò che vi ho detto sia il frutto di una costrizione, che io sia stato causato a dirvi ciò che vi ho detto, che le mie parole siano state un effetto di una catena concomitante di cause che in quell’istante preciso – mio e del mondo – ha costretto me, questa parte del mondo, a dirvi le cose che vi ho detto.
La libertà è indimostrabile. Questa è l’idea kantiana: la libertà non è un fenomeno, non è una cosa. La libertà è un pensiero dell’uomo, indimostrabile, incatturabile; la libertà è un noumeno, qualcosa che noi pensiamo, non un fenomeno, non qualcosa che possiamo vedere calcolare, misurare, catturare; la libertà è un’idea. Quest’idea non è dimostrabile: mai potrò dimostrare di essere libero – ecco il taglio luterano che impronta di sé tutta la cultura contemporanea – perché non posso costruire quell’esperimento che vi ho raccontato. Ma questa idea della libertà è un’idea che mi è necessario alimento: ecco la ragione pratica kantiana. E’ vero che io non posso dimostrare di essere libero, ma è vero altresì che non posso vivere senza questa idea. Ecco la necessità della libertà: non posso vivere senza questa idea.
Nietzsche dirà che la libertà è un errore originario, un errore inevitabile; so benissimo di poter essere sempre confutato, anzi sarò sempre confutato; la filosofia deve sempre confutare chi si illude di poter dimostrare la nostra libertà. Ma la libertà è un errore originario che non posso cancellare dalla mia mente, che alimenta tutto il mio pensiero. La libertà è una insopprimibile supposizione, è il presupposto di ogni nostro agire; ma come tutti i presupposti, come tutti i principi primi, è indimostrabile, è necessario ma indimostrabile.

La libertà è una congettura: il nostro libero arbitrio è una congettura necessaria. E aggiungerei, per finire: non sono congetture un po’ tutte le nostre verità ultime? Tutto ciò che alla fine ci sta veramente a cuore, tutto ciò per cui alla fine davvero viviamo e a volte moriamo, non sono congetture? Proprio le congetture, gli errori originari, le insopprimibili supposizioni, lungi dall’essere le cose più deboli ed evanescenti della nostra vita, sono le cose più necessarie alla nostra vita? Nel nostro linguaggio, non sono proprio congetture ciò che ci è più proprio? Ciò che possiamo dimostrare, ciò che possiamo provare riguardo ai fenomeni, riguardo alle azioni, è ciò che ci sta davvero più a cuore? O piuttosto non ci sta più a cuore l’indimostrabile, l’inattingibile, l’incatturabile? La libertà appartiene a questo nostro proprio, a questo nostro fondamento assolutamente infondato, a questo nostro originario che non potrà mai essere provato, che non potrà mai essere dimostrato, che non potrà mai essere analizzato come analizziamo le cose e i fenomeni.

Vi è un destino, che avvertiamo nella nostra mente: in questa porzione di cosmo che è la nostra mente si mostra un destino, una necessità per noi: pensare che siamo liberi.

Tratto dall’intervista “Il libero arbitrio” – Napoli, Vivarium, giovedì 8 aprile 1993 -

Cari "Ragazzi di Locri"

Giugno 22, 2006

in questi mesi in Calabria si sono combattute mille battaglie sociali, civili, di libertò e sopravvivenza.
Suggerimmo di usare il movimento mediatico per dare voce a quelle battaglie.
Restammo inascoltati.
Ben vengano i convegni, i bei video, i pistolotti sul web, lettere aperte, discorsi chiusi, articoli di giornale…
ma nella vita sociale di tutti i giorni il movimento non ha inciso punto.
E’ questo l’ unico appunto che vi faccio..
PERCHE’ NON SIETE SCESI TRA LA GENTE E NON AVETE DATO LORO PAROLA, VISIBILITA’?…
se lo aveste fatto oggi parleremmo di altro che di qualcosa confinato negli angusti confini del recinto mediatico..
e a voglia a cacciare le voci contrarie e che danno fastidio…
l’ amara realtà non viene cambiata e tutto resta come un meraviglioso bocciolo di rosa che non AVETE VOLUTO far sbocciare

INDIETRO SAVOIA!

Giugno 21, 2006

Indietro Savoia!

Indietro Savoia! di Lorenzo Del Boca – Edizioni Piemme

Da che mondo è mondo la storia è sempre stata insegnata secondo le esigenze della classe dominante.
A questa verità non poteva sfuggire, pertanto, anche il nostro paese e a tante menzogne che ancor oggi vengono propinate sui banchi di scuola ha cercato di porre rimedio Lorenzo Del Boca, con questo piacevole volumetto che tratta del nostro periodo risorgimentale.
Che Carlo Alberto fosse re tentenna lo sapevamo tutti, ma che poi fra le sue caratteristiche ci fosse anche la vigliaccheria e la cattiveria ci è sempre stato taciuto. E la più volte ripetuta ferocia austriaca durante le cinque giornate di Milano? Radetzky, che peraltro era sposato a un’italiana di umili origini, avrebbe potuto tranquillamente bombardare la città e invece non lo fece, perché quella era la sua città.
Un altro personaggio chiave, sempre descrittoci come eroico e glorioso, cioè Vittorio Emanuele II, altri non era che un donnaiolo impenitente di bocca buona, per nulla coraggioso, al punto da nascondersi durante le battaglie della II Guerra d’Indipendenza, e per di più anche disonesto; fra l’altro lui sì che fece bombardare Genova nel 1849, soffocando nel sangue una pacifica manifestazione di protesta dei cittadini di quella città.
Le chicche più ghiotte, però, si leggono relativamente alla leggendaria impresa dei mille, con un Garibaldi ben diverso da quello della storiografia ufficiale, mai in prima linea e in ogni caso non a cavallo, a causa di un’artrosi che lo affliggeva da anni e che gli impediva di stare in sella.
L’epica battaglia di Calatafimi, dove le camicie rosse, sparute di numero e male armate, mettono in fuga un esercito borbonico di 100.000 soldati ben addestrati, mi aveva reso dubbioso fin dalle elementari ed ecco spiegati i motivi della grande vittoria: corruzione fra gli alti dignitari e ufficiali del Regno delle due Sicilie, abilmente messa in atto da Cavour attingendo alle risorse della Lombardia da poco conquistata.
Meno noto e veramente increscioso fu poi il trattamento riservato dalle truppe piemontesi alla povera gente del sud che, tartassata da tasse e balzelli, sognava il ritorno dei Borboni.
La storiografia ufficiale parla di guerra al brigantaggio e invero qualche brigante esisteva in meridione, ma non tale da giustificare l’uccisione di circa 200.000 civili, la distruzione di villaggi, la violenza alle donne.
Non vado oltre per non anticipare le risposte alle domande che molti si porranno; mi limito a dire che è un libro che consiglio vivamente, sia per la sua facile lettura, sia perché la ricerca della verità dovrebbe essere propria di ognuno di noi.

L’autore

Lorenzo Del Boca è giornalista di professione e dal 2001 Presidente dell’Ordine dei Giornalisti. Ha scritto altri saggi storici, fra i quali Maledetti Savoia e Il dito dell’anarchico.

ABBIAMO L’ONORE DI AVERE UNA LINEA DIRETTA CON IL GRANDE LOLRENZO DEL BOCA.
GAETANO FILANGIERI E’ L’ARTEFICE DI QUESTA GRANDE COSA.
ABBIAMO CHIESTO AL FORUM “AMMAZZATECITUTTI” DI OSPITARE L’ILLUSTRE OSPITE, PER UN IMPORTANTE CONFRONTO CON GLI UTENTI.
CERTI CHE LO STAFF DEL FORUM IN PAROLA SAPRA’ COGLIERE L’IMPORTANTE OPPORTUNITA’ ASPETTIAMO FIDUCIOSI POSITIVI SVILUPPI SUL PIANO ORGANIZZATIVO.