Archivio per Settembre 2006

Settembre 30, 2006

Da due giorni mi trovo a Torino.Dopo tutte le mie “peripezie” culturali di questi ultimi tempi ho detto scherzosamente di trovarmi nella “capitale del nemico”.
In effetti ieri sera nella Basilica di Superga avevo una strana sensazione nel sentire la storia dei Savoia, la quale trova ampio spazio nei libri in uso nelle scuole d ‘Italia.
Perche’ i ragazzi Italiani devono sorbirsi la storia di una regione che di storico ha ben poco? E il Meridione ricchissimo di storia non deve trovare alcuno spazio?Che me ne frega a me delle vicende di provincialotti senza arte ne’ parte, e essere costretto ad ignorare la Storia con la S maiuscola?…
Il mio soggiorno a torino continua…
al prossimo appuntamento…

Pace preventiva – L’Occidente e le sue fittizie "guerre di civiltà"

Settembre 29, 2006

Un giorno o l’altro comincerò a postare qualche articolo anche sui grandi protagonisti della scuola di musica classica napolitana, dal Seicento all’Ottocento, scuola di primissimo piano in Europa, e senz’altro la prima in Italia.
I musicisti del Regno, in parallelo con la grande tradizione culturale e filosofica napolitana, affondavano le loro radici e la loro ispirazione nel mito greco e nella storia cristiana cattolica (universale), sublimandoli con melodie ricercate e coinvolgenti.

Nel momento in cui l’Occidente fa la brusca virata illuministica razionalista-positivista, Napoli e la Sicilia si ritrovano ad essere i più autorevoli e convincenti avversari e difensori della “tradizione”, anche più di Austria, Spagna e Russia: sia dal punto di vista filosofico (con pensatori di prim’ordine), sia da quello politico (col riformismo giuridico che accoglie le istanze illuministiche ma senza stravolgere e rivoluzionare l’esistente, la tradizione appunto, e soprattutto escludendo le parti più arroganti e disumane delle nuove teorie francesi ed anglosassoni), sia da quello artistico (con la grande e splendida scuola musicale e la non trascurabile scuola pittorica), sia da quello economico-industriale (con il grande progresso del Regno, soprattutto dell’ultimo trentennio prima dell’unificazione).

Insomma: Napoli era un nemico micidiale, inattaccabile, a meno di non “giocare sporco”.
E infatti, si è giocato sporco: si è dichiarata una sorta di guerra di civiltà al cosiddetto “ancien regime”, si è proclamato che era “il popolo” a volersi liberare dell’oppressiva tradizione, che “magnifiche sorti e progressive” ci attendevano, una bella dose di menzogne ed inciuci e il resto è stato facile.
O quasi…

Ora, quello che sta accadendo tra “occidentali” e “islamici” (a prescindere dalle colpe e dalla presunta arretratezza dei secondi) mi ricorda molto le vicende accadute all’interno del nostro Occidente, solo un paio di secoli orsono.
E giacché proprio il “nostro” Vico ci insegna che è la Storia, prima ancora che le Scienze Fisiche, la “Nova Scienza” che ci aiuta a comprendere a fondo l’uomo ed il mondo, mi permetto di invitare tutti a non fermarsi mai all’apparenza, di approfondire sempre mirando alla verità delle cose, e soprattutto di diffidare sempre di chi (avendo profondo ribrezzo del “popolo”, della massa maggioritaria di persone, lontane dai giochi di potere) utilizza la pura propaganda per smuovere gli animi.

Infine, segnalo questo bell’articolo su una “propaganda” assai curiosa e cerebrale: “l’Islam contro Mozart”. Nell’articolo emerge anche con chiarezza l’importanza della scuola musicale napolitana nel Settecento.

http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=1456&parametro=cultura

I fatti tutti interi, e non a brandelli

Settembre 28, 2006

Ho la netta sensazione che i poteri forti italiani abbiano intuito che non sia più possibile difendere e tramandare ad oltranza l’improbabile versione eroico-risorgimentale: sia perché è sempre più facile imbattersi in documenti “in contro-tendenza”, sia perché l’Italia meridionale è stata talmente tanto spremuta, da prendere ormai in seria considerazione l’ipotesi di sganciare le zavorre.

Ma quest’operazione, oltre ad avere un effetto deprimente sull’umore degli italiani, in larga maggioranza di origini meridionali, presenta evidenti aspetti delicati.
Il più delicato: il rischio che la popolazione, rendendosi conto da un momento all’altro dell’enorme imbroglio su cui si regge l’Italia, e accorgendosi di quanto il loro passato-presente-futuro sia (stato) negativamente influenzato da esso, rimanga talmente shockata ed amareggiata da passare alle vie di fatto, e diventare perciò del tutto ingovernabile.

Da qui, la necessità di “correggere” il risorgimento in modo dolce e indolore (vedi Tremonti, Maroni, ecc.), lasciando passare molto tempo e abituando i cittadini al fatto che sì sono stati un po’ imbrogliati, ma per il loro stesso bene.

Non so a voi, ma a me quest’idea fa piuttosto ribrezzo.
Quindi, per chi si sente adulto e vaccinato, ecco la vera storia, tutta intera:



da uno scritto di Nicola Zitara del 3 giugno 2002

“…Ancor prima che venisse proclamata l’unità nel marzo del 1861, la truffa nazionale era già evidente. Ad attestarlo ci sono dei fatti precisi. Ne ricordo alcuni soltanto. Primo: mentre il governo di Torino stava pensando a come chiudere il regio Banco delle Due Sicilie, un gruppo di ricchi mercanti napoletani chiese a Cavour di essere autorizzato ad aprire una banca d’emissione con 100 milioni di capitale (cioè due volte più grossa della banca d’emissione di Genova e Torino). Cavour non autorizzò, e i patrioti ancora ci debbono spiegare il perché del (sicuramente nobile) diniego. Secondo: l’imposizione, anch’essa cavouriuana, della tariffa sarda alle ex Due Sicilie. Fu una misura talmente negativa che persino la storiografia più ligia all’unità la giudica causa principale del crollo alla radice dell’intero sistema industriale e manifatturiero del paese meridionale. Terzo: la decapitazione di Napoli e Palermo, città capitali, e la parificazione delle uniche metropoli italiane a Cuneo e a Vercelli: peggio di due eruzioni del Vesuvio e di quattro terremoti di Messina. Quarto: la risoluzione di combattere la rivolta nelle campagne napoletane con il ferro e con il fuoco, cioè allo stesso modo dei generali di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Quinto: la negazione degli stessi vantaggi di cui godeva Genova alla marina mercantile duosiciliana, dodicimila velieri e numerosi vapori, a cui precedentemente il governo borbonico assicurava benefici pari a quelli di cui godevano le marine d’Inghilterra e di Francia.

Incidentalmente, vorrei ricordare che dopo queste misure la Casa di don Carlo Rothschild, che s’era impiantata a Napoli al tempo dell’occupazione austriaca, e che vi aveva sviluppato importanti attività creditizie, tagliò i ponti e si trasferì credo a Londra.

Morto Cavour nel giugno dello stesso 1861, i suo successori e aventi causa moltiplicarono l’insultante opera di devastazione. I beni della Chiesa, costituenti non il valore attribuito di circa mezzo miliardo, ma un valore effettivo di oltre un miliardo e mezzo (in un tempo in cui il bilancio annuale dello stato italiano non toccava i 160 milioni), vennero praticamente regalati a una società di profittatori del regime, alla cui testa c’erano i vecchi sodali di Cavour Giuseppe Balduino, Pietro Bastogi e Carlo Bombrini. Fu lo scjalo. L’identico scjalo che la speculazione tosco-padana già aveva instaurato con le ferrovie meridionali e con il monopolio dei tabacchi, e che di lì a non molto prolungherà con le società di navigazione, con le acciaierie e la cantieristica navale. In tale turbinio di imbrogli, il governo torinese riuscì anche a chiudere l’officina di Pietrarsa che, nel 1863, il direttore del ministero dell’industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo (futuro fondatore della società elettrica Edison) giudicò essere l’unico impianto esistente in Italia atto a produrre materiale ferroviario. Riuscì anche a chiudere la fonderia della Ferdinandea e le officine meccaniche di Mongiana affermando che il loro esercizio era antieconomico. La cosa era tanto vera che, una ventina d’ anni dopo, il patrio governo le regalò al sedicente conte Breda, un mangione ancora non noto al tempo di Cavaour, il quale le usò per fondare l’italica acciaieria di Terni, di cui l’impareggiabile patrio ammiraglio, Benedetto Brin, seppe fare un’elegante voragine di soldi pubblici. In ciò seguito dall’imparziale e finalmente democratico governo di Giovanni Giolitti, questa volta, però, con i dollari che gli emigrati mandavano da New York.

Ma, in verità, la spoliazione del visibile non fu il costo maggiore. Quest’ultimo si configurò nel corso degli anni e si realizzò (uno) con il drenaggio dell’argento meridionale, in cui era incorporato il capitale commerciale del paese duosiciliano, e (due) con l’indebitamento dei meridionali a futura memoria. Il meccanismo ha il sapore di una di quelle scaltrite truffe per cui vanno celebri le Maghe di Milano, e tuttavia rappresenta una delle autentiche patrie glorie. Fatta l’Italia, il Galantuomo, quello che voleva fare gli italiani senza neppure saperne la lingua, il figlio non primogenito di un povero macellaio fiorentino, che lo aveva ceduto per poche lire ai Savoia, prese a spendere cifre inaudite per comprare cannoni e corazzate. Qualche anno dopo, l’indebitamento pubblico superava i quattro miliardi e mezzo. Come se l’Italia di oggi non avesse due milioni di miliardi di debito pubblico, ma venti milioni di miliardi (il conto in euro lo faccia Ciampi). Il capitalismo padano (o italiano, che dir si voglia) non è nato producendo, ma fregando lo stato. Il quale, peraltro, era nato proprio con la funzione esplicita d’arricchire Lor Signori. Ascoltate come. Vi assicuro che non si tratta di una favola. Le cartelle del tesoro ( i Bot del tempo) erano la promessa di pagare cento lire alla scadenza, più un interesse annuo del cinque per cento. Siccome la fiducia in uno stato, nato già pesantemente indebitato, era scarsa, le cartelle venivano collocate sul mercato con lo sconto: cinquanta lire invece che cento. A comprarle non erano tanto i privati quanto le banche private. Comunque sia, al prezzo di cinquanta lire, l’interesse annuo effettivo non era più del cinque per cento, ma del dieci per cento. Il guadagno era grosso, e non finiva lì. Per spiegare il marchingegno, è opportuno premettere che la moneta ufficiale era la lira d’oro o d’argento. Però, in circolazione, d’oro e d’argento c’era ormai ben poco. Solo i duosiciliani opponevano una resistenza tardiva allo scippo dei loro ducati d’argento, ovviamente di (detestato) conio borbonico. La circolazione effettiva era costituita da banconote fiduciarie emesse dalla Banca nazionale – un’istituzione che volle rimanere privata – alla quale nel 1866 il governo (anzi il patriota napoletano professor Antonio Scialoja, ministro delle finanze in Torino) aveva accordato il corso forzoso, cioè la facoltà (per la Banca Nazionale) di non convertire in lire metalliche i suoi biglietti. Biglietti che peraltro neanche i padani volevano, tant’è che, sulla piazza di Milano, per avere 100 lire oro bisogna dare 125 in biglietti della Nazionale.

Questa patriottica istituzione (dico la Banca Nazionale), pupilla degli occhi del Conte, nostro patrio padre, era l’unica a sapere come sarebbe finita. Più carta avrebbe emesso, più ricca si sarebbe ritrovata. Cosicché faceva di tutto per aiutare lo stato a indebitarsi. Lo faceva in questo modo: anticipava 100 lire in biglietti a chi le lasciava in deposito una cartella del debito pubblico, che in effetti ne valeva solo cinquanta. Chi aveva ottenuto le cento lire, di cartelle ne comprava due (lire 50 ciascuna) e le riportava in Banca per ottenere 200 lire in prestito. Le quali 200 lire, spese nuovamente, acquistavano quattro cartelle. La magia continuava: otto, sedici, trantadue… xn. Avendo speso 50 lire, al quinto giro si avevano già 800 lire di credito verso lo stato, più 40 lire annue d’interesse. Insomma, una catena di Sant’Antonio in piena regola. Alle spalle del contribuente. Ad arricchire, anzi a diventare i veri padroni dello stato nazionale italiano, furono la Banca Nazionale e i suoi consorti padani.

Ovviamente furono gli italiani a pagare la vertiginosa cifra ascendente, sul finire del secolo, a ben 13 miliardi in conto capitale e a poco meno di un miliardo di interessi annui (al tempo in cui un pane costava trenta centesimi). Ma quali italiani? Quei poveri disgraziati che, come racconta Nitti, erano costretti a emigrare perché il peso delle tasse sabaude aveva tolto loro il pane di bocca.

F.S. Nitti, che pure lo sapeva meglio di chiunque, non ci informa invece che con le loro rimesse in valuta, quei poveracci, oltre a pagare il debito pubblico, spingevano in su il cambio della lira, tanto da portarla a un apprezzamento del cinque per cento sul franco francese. La qual cosa consentì ai signori Agnelli, Pirelli, Perrone, Falk e ad altri Loro Eccellentissimi Colleghi di procurarsi macchine e impianti moderni in Inghilterra, Germania e Stati Uniti.

Il contributo del povero Sud alla formazione del capitalismo padano è stato notevolmente più alto che quello del ricco Nord. Il tutto in cambio di calci dove il sol non luce…”

ADOZIONI A DISTANZA

Settembre 26, 2006



REGALA UN SORRISO A TANTI BAMBINI

Fratel Matteo ha conosciuto Madre Teresa negli anni Settanta quando ella iniziava la fondazione della Nirmala Hrudaya Bhavan a Vijayawada, Andhra Pradesh, India (1973, 76). All’epoca fratel matteo era preside di una scuola a Vijayawada. Da allora ambedue hanno avuto buoni rapporti di amicizia. Dopo la venuta di Fratel Matteo in Italia, ella gli disse una volta: “Ogni nuova adozione a distanza che fai con l’aiuto dei tuoi collaboratori, sembra una cosa piccola, ma in realtà è un investimento sicuro e duraturo per il progresso dei Popoli, specialmente per un Paese immenso come l’India. Quindi, non stancarti mai di parlare dell’adozione a distanza ai tuoi amici in Italia.” L’adozione a distanza è un’iniziativa di solidarietà concreta, efficace e diretta che permette ad un bambino di andare a scuola, curarsi e crescere nel proprio Paese, con la propria gente. Ricordiamo l’esortazione di Siracide, “Figlio, non rifiutare il sostentamento al povero. Non negare un dono al bisognoso. Non respingere la supplica di un povero, se è in tuo potere il farlo”. Ecco, più di 4.600 bambini bisognosi bussano alla tua porta. Tendi la tua mano in soccorso di uno di questi bambini bisognosi. Il Signore, che non si lascia vincere in generosità, ti darà la ricompensa.

Patrona della nostra attività ONLUS “ADOZIONE A DISTANZA”
DESTINATARI
Sono i bambini provenienti da famiglie con problemi, costrette a vivere in condizioni di estrema povertà. A questi bambini, attraverso il nostro progetto di sostegno scolastico a distanza, diamo la possibilità di essere istruiti e di ottenere un titolo di studio che li aiuti a trovare un lavoro per vivere dignitosamente nel proprio paese. Attualmente abbiamo le richiete di circa 4.600 bambini che sperano di essere adottati a distanza.Vi invitiamo a dare un aiuto concreto ai bambini e alle loro famiglie sofferenti.L’adozione a distanza è anche un mezzo efficace per prevenire l’emigrazione irregolare.

Da due mesi io e il mio ragazzo abbiamo adottato un bambino indiano di cinque anni, Abin.
E’ un’esperienza davvero emozionante, e mi rivolgo a tutte quelle persone che hanno un’animo nobile e generoso, se potete, adottate un bambino, farete del bene non sono al piccolo,ma anche a voi stessi.

Fonte http://www.adozioniadistanza.net/

La mafia al Nord – Note a margine

Settembre 26, 2006


Non mi ci sono soffermato granché, ma ho notato che ieri sera su Canale5 in prima serata c’era l’ennesima fiction sulla mafia.
Non so se fosse bella o brutta, meritevole o meno, non ne conosco neppure il titolo: ma negli unici pochi secondi che ho intravisto, c’era un giudice siciliano che, parlando con la sua donna, diceva che la mafia sta cambiando, che si sta spostando verso il nord-Italia perché è là che ci sono i soldi…

Ripensandoci stamattina, volevo sottolineare una cosa: viene sempre evidenziato come i mafiosi abbiano interesse ad investire i proventi delle loro lucrosissime attività illecite in posti ricchi ed ordinati, come può essere il nord-Italia, o più ancora la Svizzera.

Mentre viene, guarda caso, quasi sempre ridimensionato il punto di vista opposto, assai più inquietante: i banchieri/imprenditori/potentati dei posti ricchi di cui sopra, non solo non si scandalizzano affatto di vedere arrivare tanto “denaro sporco” nelle loro mani, ma anzi lavorano perché questo avvenga!
Lavandosi la coscienza che pecunia non olet, che la mafia ormai è un’azienda vera e propria che ha diritto di reinvestire i propri utili, e così via.

Lo smantellamento dell’antico e solido sistema bancario del Sud suggerisce appunto che l’incontro tra gli interessi dei mafiosi/imprenditori e quello dei banchieri “settentrionali” sia stato ben preparato ed assai proficuo e soddisfacente per entrambe le parti.

Potrò sembrare irriverente, ma voglio confessarvi questa mia sensazione: spesso si condanna e si deride la “diffusa illegalità/immoralità” delle popolazioni dell’Italia Meridionale, che accettano il sistema criminale e lo coprono persino con l’omertà.
Ma a me pare, ancora una volta, che le cose stiano un po’ diversamente: se nel Sud, distrutto e mortificato dall’unificazione della penisola, le persone sanno ancora distinguere i mafiosi/camorristi/delinquenti dalle cosiddette “persone perbene” (benché i primi rimangano intoccabili e pericolosi per l’incolumità dei secondi, che quindi frequentemente si rassegnano a convivere con loro), al Nord la situazione è un po’ più sporca: la classe ricca/potentata è purtroppo sempre di più una “mafia dall’aspetto più gradevole”, e le “persone perbene”, allo stesso tempo, sono una categoria i cui confini sono sempre più difficili da delineare: infatti essi, per i “mafiosi gradevoli”, non hanno quel SACRO DISPREZZO che le persone perbene del Sud hanno.
Al contrario, chi diventa ricco e fa carriera è generalmente degno di stima e rispetto incondizionati, soprattutto se il suo accento non è terrone, e quindi “in odore di mafia”…

Quindi si crea un’incredibile confusione tra Bene e Male, più evidente al Nord che al Sud, anche se bisogna dire che tutta l’Italia in questo ha ormai una triste ma meritata pessima fama nel mondo.

In più, la fittizia distinzione politico-morale che si è creata solo in Italia tra destra e sinistra (qualcuno infatti avrà probabilmente pensato che mi riferissi SOLO a Berlusconi o alla destra…), confonde ancora di più le acque, inducendo le persone (storicamente, dal dopoguerra) a dare al proprio partito politico un contenuto morale ed idealistico che non solo non ha, ma che nemmeno deve avere…

Perverso, eh?

Riuscirà l’Italia a tirare fuori dall’armadio il peggiore tra i suoi scheletri?

Settembre 25, 2006

Non voglio essere prematuro, ma mi sembra di avvertire che il tempo in cui il vento della verità soffierà sull’Italia e spazzerà via le nubi grigie che la soffocano, stia finalmente per arrivare…

Giacinto De’ Sivo è il più autorevole tra gli storici contemporanei ai fatti del risorgimento, che ha lasciato documenti fondamentali per ricostruire quelle vicende, al di là delle nebbie ideologiche, aiutandoci a ristabilire la verità.

Ma a parte i suoi libri, a me piace questa sua frase, forse un po’ sentimentale, però esemplificativa dei fatti, e dell’orgoglio napolitano che è stato mandato in frantumi per costruire uno Stato italiano da operetta.

Preventive Peace – Il Papa incontra leader islamici

Settembre 25, 2006

Un buon esercizio di igiene intellettuale è quello di leggere ed ascoltare SOLO le parole pronunciate DIRETTAMENTE dal papa e dagli altri leader da lui invitati, evitando le parole e i commenti di politici, giornalisti ecc.
Sia di quelli del “nostro mondo” (l’Occidente) sia del “loro mondo” (il mondo arabo).

In questo modo le manipolazioni ai nostri danni diventano più difficili…

Questo è il saluto del Papa:

«Signor Cardinale, Signore e Signori Ambasciatori, cari amici musulmani, sono lieto di accogliervi in quest’incontro da me auspicato per consolidare i legami di amicizia e di solidarietà tra la Santa Sede e le Comunità musulmane del mondo. Ringrazio il Signor Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, per le parole che mi ha rivolto, come pure tutti voi per aver risposto al mio invito. Ben note sono le circostanze che hanno motivato questo nostro appuntamento, e su di esse ho già avuto occasione di intrattenermi durante la passata settimana. In questo particolare contesto, vorrei oggi ribadire tutta la stima e il profondo rispetto che nutro verso i credenti musulmani, ricordando quanto afferma in proposito il Concilio Vaticano II e che per la Chiesa Cattolica costituisce la Magna Charta del dialogo islamo – cristiano: «La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce» (Dichiarazione Nostra aetate, n. 3).

Ponendomi decisamente in questa prospettiva, fin dall’inizio del mio pontificato ho auspicato che si continuino a consolidare ponti di amicizia con i fedeli di tutte le religioni, con un particolare apprezzamento per la crescita del dialogo tra musulmani e cristiani (cfr Discorso ai Delegati delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre Tradizioni religiose, Oss. Rom. 26 aprile 2005, pag. 4).

Come ebbi a sottolineare a Colonia lo scorso anno, «il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta del momento. Si tratta effettivamente di una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro» (Discorso ai Rappresentanti di alcune comunità musulmane, Oss. Rom. 22 – 23 agosto 2005, pag. 5). In un mondo segnato dal relativismo, e che troppo spesso esclude la trascendenza dall’universalità della ragione, abbiamo assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa. In continuità con l’opera intrapresa dal mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti ispirati a fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra cristiani e musulmani, non solo proseguano, ma si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso, un dialogo fondato su una conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze. Il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà. In questo ambito, i nostri contemporanei attendono da noi un’eloquente testimonianza in grado di indicare a tutti il valore della dimensione religiosa dell’esistenza.

È pertanto necessario che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma di intolleranza ed opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è altresì doveroso che noi, Autorità religiose e Responsabili politici, li guidiamo ed incoraggiamo ad agire così. In effetti, ricorda ancora il Concilio, «sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonchè a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Dichiarazione Nostra aetate, n.3).

Gli insegnamenti del passato non possono dunque non aiutarci a ricercare vie di riconciliazione perché, nel rispetto dell’identità e della libertà di ciascuno, diamo vita a una collaborazione ricca di frutti al servizio dell’intera umanità. Come il Papa Giovanni Paolo II affermava nel suo memorabile discorso ai giovani a Casablanca, in Marocco, « il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2, 1985, pag. 501). Cari amici, sono profondamente convinto che, nella situazione in cui si trova il mondo oggi, è un imperativo per i cristiani e i musulmani impegnarsi nell’affrontare insieme le numerose sfide con le quali si confronta l’umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa e la promozione della dignità dell’essere umano e i diritti che ne derivano. Mentre crescono le minacce contro l’uomo e contro la pace, riaffermando la centralità della persona e lavorando senza stancarsi perché la vita umana sia sempre rispettata, cristiani e musulmani rendono manifesta la loro obbedienza al Creatore, la cui volontà è che tutti gli esseri umani vivano con quella dignità che Egli ha loro dato.

Cari amici, auspico di vero cuore che Dio misericordioso guidi i nostri passi sui sentieri d’una reciproca e sempre più vera comprensione. Nel momento in cui i musulmani iniziano l’itinerario spirituale del mese di Ramadam, rivolgo a tutti i miei cordiali voti augurali, auspicando che l’Onnipotente accordi loro un’esistenza serena e tranquilla. Che il Dio della pace colmi con l’abbondanza delle sue benedizioni voi e le comunità che rappresentate».

LUCA COSCIONI – IL MARATONETA

Settembre 23, 2006

«Ogni limitazione della conoscenza, della ricerca scientifica in nome di pregiudizi ideologici è un contributo al perpetuarsi di dolore e sofferenze.»
LUCA COSCIONI

Faccio mie le parole di Luca Coscioni.Il suo libro e’ da leggere con attenzione, perche’ si abbia idea di cosa si parla quando si affrontano determinati argomenti tipo la bioetica. Il mio pensiero a Luca Coscioni. UN GRANDE ITALIANO

Luca Coscioni nasce il 16 luglio 1967 a Orvieto. E’ proprio dalla sua città natale che parte il suo impegno politico quando nel 1995 viene eletto consigliere comunale. Lo stesso anno si ammala di sclerosi laterale amiotrofica (malattia nota anche come morbo di Lou Gehriggli) e decide di dimettersi.

Trascorre alcuni anni passando da un ospedale a un altro, da un ricovero a un altro, dalla speranza alla disperazione, fino a quando gli viene definitivamente confermata la diagnosi iniziale.

Nel 1999 decide di candidarsi alle elezioni amministrative. Questo è il momento in cui ha comincia a reagire veramente alla malattia e a rinnovare quella passione per la politica che non aveva più alimentato. Nel mese di luglio dello stesso anno, navigando su internet, scopre il sito dei Radicali, www.radicali.it, e comincia ad interessarsi alle iniziative e alla storia di questo partito con grande interesse e attenzione.

Nell’aprile 2000 è candidato della Lista Bonino alle elezioni regionali in Umbria. Nel mese di agosto del 2000 i Radicali lanciano le prime elezioni on-line per eleggere 25 nuovi membri del Comitato di Coordinamento dei radicali. E’ così che inizia la sua avventura politica con Marco Pannella e Emma Bonino.

Nel mese di dicembre dello stesso anno viene eletto nel Comitato e nel mese di Febbraio del 2001 interviene per la prima volta con il suo sintetizzatore vocale durante i lavori del Comitato a Chianciano. A conclusione della riunione, il Comitato fa propria una mozione che impegna il movimento nella battaglia per la libertà di ricerca scientifica.

Il 13 febbraio 2001 Luca Coscioni interviene all’audizione convocata dalla Commissione Temporanea sulla Genetica Umana e le Biotecnologie del Parlamento Europeo, tenutasi al fine di raccogliere il punto di vista di chi è colpito da malattie genetiche. Il suo intervento colpisce molto i commissari e i parlamentari, risollevando il dibattito europeo sulla clonazione terapeutica e l’utilizzo delle cellule staminali degli embrioni soprannumerari. In occasione delle ultime elezioni politiche Marco Pannella e la direzione dei radicali propongono a Luca Coscioni di essere il capolista delle liste Emma Bonino nel proporzionale. Nel frattempo il Comitato dei radicali lo elegge all’unanimità Presidente.

Durante i mesi di campagna elettorale 48 Premi Nobel e oltre 500 scienziati e ricercatori di tutto il mondo sostengono la sua candidatura portando all’attenzione dell’opinione pubblica il confronto laico su temi fino ad allora mai presi in seria considerazione da nessuna forza politica.

Luca Coscioni è morto il 20 febbraio 2006: la triste notizia è stata data in diretta a Radio Radicale da Marco Pannella.

Da caso pietoso a caso pericoloso: storia di una battaglia di libertà

Non può parlare ne’ muoversi, ma conduce la sua battaglia con la tenacia del maratoneta e la forza di Superman. Il suo nome è Luca Coscioni, e con il Superman americano Christopher Reeve, con Nancy Reagan e con Michael J.Fox, lotta per il diritto di tutti i malati del mondo alla libertà di terapia e di coscienza.
La ricerca sulle cellule staminali embrionali potrebbe un giorno curare patologie mortali come il Parkinson, l’Alzheimer, la sclerosi. Potrebbe curare, soltanto in Italia, 10 milioni di vite. Ma le pressioni clericali tentano ovunque di bloccarla. Tocca alla politica decidere quali saranno i vincitori: i difensori di una scienza laica o i talebani della legge etica, Superman o il Vaticano.
Questo libro è la voce di chi vuole separare, oggi più di ieri,la religione dallo Stato. Di chi vuole una ricerca libera dalla schiavitù dei fondamentalismi, che sono gli stessi dei roghi e delle inquisizioni. Luca Coscioni ci ricorda che siamo tutti chiamati a scegliere su una questione di vita o di morte. E che la scelta non può aspettare.

brani tratti da

LUCA COSCIONI
IL MARATONETA

IO, LUCA

La voce degli alberi
Certe volte mi domando perché mi sono ammalato di sclerosi
laterale amiotrofica. Perché questa malattia sia toccata a me e
non a qualcun altro. Perché a 28 anni e non più tardi, magari
a 50 o, meglio ancora, a 70 anni, come accade nella maggior
parte dei casi. Perché. A questi interrogativi non mi è possibile
rispondere. Poi mi domando cosa mi sarebbe successo se fossi
nato in un paese che noi occidentali definiamo ipocritamente
in via di sviluppo o a basso reddito. Per capirci meglio, in uno
di quei paesi in cui ancora oggi la gente muore di fame, è uccisa
dalla dissenteria, crepa per una banale influenza. A quest’ultimo
interrogativo mi è invece possibile rispondere. Non sarei
arrivato ai miei 31 anni. Sarei morto di fame, sarei stato ucciso
dalla dissenteria, sarei crepato per una banale influenza.
Oppure, molto più semplicemente, mi sarei spento così come
si spegne una candela quando si esaurisce la cera, per mancanza
di Speranza e di Amore.
Non privare mai un uomo dell’Amore e della Speranza, quest’uomo
cammina ma in realtà è morto.
Il vento è molto forte. Soffia da nord-est ed è rasente il terreno
sabbioso. La motocicletta è al massimo dei giri e non riesce a
superare i novanta chilometri orari. Il rumore ovattato e metallico
del monocilindrico a quattro tempi è modulato a tratti dall’intensificarsi
delle raffiche di vento. Sono l’ultimo della carovana
dei motociclisti. Ho freddo e decido di fermarmi. Spengo
il motore della moto, posiziono il cavalletto laterale e scendo
lentamente dalla mia tre e cinquanta. Durante il mese di gennaio
le temperature nel Deserto del Sahara raggiungono i valori minimi e il freddo si fa sentire sul serio. Soprattutto se si viaggia
in moto. Sfilo i guanti ed il casco, li appoggio sul sellino e
comincio a camminare. Non so dove sto andando. Le gambe si
muovono da sole. Il corpo le segue senza opporre alcuna resistenza.
La mente non ha pensieri. Mi fermo dopo aver percorso
qualche centinaio di metri. Guardo verso nord. Il confine con
la Tunisia è a duemila chilometri di distanza. Oltre la Tunisia, il
blu del Mediterraneo e poi l’Italia. Ruoto su me stesso di centottanta
gradi e indirizzo lo sguardo verso sud. Davanti a me
deserto e poi ancora deserto. Tamanrasett e il massiccio dell’Hoggar
sono ormai luoghi lontani. Sono solo. Finalmente
solo. Percepisco soltanto sabbia e vento e sole. Non sento più
freddo. Respiro profondamente e chiudo gli occhi. L’aria fresca
del Plateau du Tademait penetra dolcemente nei miei polmoni.
Il sole, alto e luminosissimo, passa attraverso le palpebre abbassate
e diffonde il suo rosso tepore in tutto il mio corpo. Il vento
accarezza con forza i miei capelli ed il mio viso. E muove i miei
pensieri. Il deserto è un luogo unico. Le emozioni che suscita
sono irripetibili e indescrivibili. La mente si purifica e diviene
chiara, trasparente, limpida, come mai lo è stata. Puoi ascoltare
nel silenzio più assoluto il tuo respiro e accorgerti che sei soltanto
respiro, che il tuo corpo, la tua mente, il tuo cuore, il soffio
vitale che è in te ora sono un tutt’uno. Sei immerso nell’Erg,
ne fai inevitabilmente parte. In questo luogo di trascendenza,
l’ateo prega ed il credente perde il suo Dio. In questo luogo di
materia, non c’è materia. Un solo granello di sabbia contiene
tutto lo scibile umano, la Terra, la Luna, il Sole e le Stelle. L’Universo
è sul palmo della tua mano. In questo luogo sacro, sei
solo ma non provi solitudine. Sei Sacerdote di un Tempio che
non è stato edificato dall’uomo e che non ha colonne o confini.
Il vento si sta intensificando e comincia ad alzare con maggiore
decisione la sabbia color oro del Plateau. Mi appresto a ripartire.
Accendo la moto e comincio a ripercorrere la Transahariana
in direzione nord per ricongiungermi ai miei compagni di viaggio.
Sergio e Sandro forse si sono fermati ad aspettarmi. Lascio
i miei pensieri in un punto dell’Erg a duemila chilometri di
distanza dal confine con la Tunisia. Credo di lasciarli in una
zona del Sahara algerino sospesa tra i flutti del Mediterraneo ed
il cuore montuoso dell’Hoggar. Li porto inconsapevolmente
con me nel viaggio di ritorno verso le porte dell’Europa.
Lo scooter elettrico si sposta silenziosamente sulla stradina di
campagna. Le sue tre piccole ruote lasciano dei segni chiari,
quasi argentei, sul verde dell’erba umida. Paiono le tracce
lasciate dal passaggio di una lenta lumaca. Le nubi, gonfie di
pioggia, ed il temporale si stanno pian piano avvicinando. Il
vento, teso e piacevolmente freddo, porta con sé il profumo
dell’acqua di un temporale di fine settembre. In lontananza,
in direzione nord, i lampi aprono varchi luminosi nel nero
cupo delle nuvole. Ad ovest il sole sta tramontando ed i suoi
ultimi raggi si stagliano contro alcune nubi bianche che sembrano
voler congiungersi alle buie sorelle del temporale
incombente. Vorrei scendere e camminare e abbracciare il vento,
ma non posso. Mi piacerebbe andare incontro al temporale
correndo, ma non posso. Vorrei innalzare un inno a questo
spettacolo meraviglioso, ma le parole mi nascono nel cuore e
mi muoiono in bocca. Dovrei essere uno spirito libero per
poter gioire, ora. Sono invece un uomo provato dalla Sofferenza
e dalla perdita della Speranza. Non sono solo, ma provo
solitudine. Non è freddo, eppure provo freddo. Tre anni fa mi
sono ammalato ed è come se fossi morto. Il Deserto è entrato
dentro di me, il mio cuore si è fatto sabbia e credevo che il mio
viaggio fosse finito. Ora, solo ora, comincio a capire che questo
non è vero. La mia avventura continua, in forme diverse.
Nove anni fa, nel Deserto del Sahara, stavo cercando qualcosa.
Credevo di essere alla ricerca di me stesso e mi sbagliavo. Pensavo
di voler raggiungere un traguardo e mi sbagliavo. Quello che
cercavo non era il mio ego o un porto sicuro, ma una rotta verso
quella terra per me così lontana dove abitano Amore e Speranza.

Noi che non possiamo
aspettare

Per scrivere una parola. Mediamente, impiego 30 secondi per
scrivere una parola. Questo, di fatto, significa che, per me, le
parole sono una risorsa scarsa. Rispetto a quando stavo bene e
potevo liberamente disporre della mia voce, il mio modo di
scrivere e, in parte, di pensare, ha subìto dei cambiamenti.
Trovandomi costretto a fare economia di parole, devo puntare
con decisione a quei concetti che ho definito, per comodità,
conclusivi. Certo, questo modo di scrivere ha fatto perdere ai
miei scritti una buona parte della loro ricchezza e complessità,
tuttavia è possibile, anche in questa condizione di restrizione
della mia libertà espressiva, un vantaggio, quello di dover puntare
al cuore di un problema, o di un tema, con il minor numero
possibile di battute, che mi costringe, letteralmente, ad essere
chiaro con me stesso, prima ancora di esserlo con gli altri.
“Vita o morte, civiltà o violenza”.Noi chiediamo il confronto
democratico sulla clonazione terapeutica, la libertà di ricerca
scientifica, l’utilizzazione degli embrioni soprannumerari, l’eutanasia,
la libertà e la responsabilità nell’assistenza personale ai
disabili gravissimi, la terapia del dolore, così come su tutto ciò
che è stato espulso dal dibattito politico. L’onorevole D’Alema
ci scrive chiedendoci di sospendere la nostra lotta, ritenendo
che i nostri argomenti, proprio perché interrogano la coscienza
individuale, sono “questioni che non si possono ridurre a
campo di scontro in una campagna di per sé tesa e difficile”.
All’onorevole D’Alema io rispondo che la politica, nel bene o
nel male, è tutto questo. È vita o morte, civiltà o violenza. Alla
violenza di questa cinica esclusione dei diritti fondamentali dei
cittadini, rispondo io con il mio corpo, che gli oscurantisti, gli
integralisti politici clericali e verdi, vorrebbero costringere in
un gigante di pietra; risponde Emma con la sua sete di verità,
rispondono i premi Nobel e gli scienziati.
Il primo nemico della coscienza religiosa. Sono Presidente
del Comitato dei radicali. 50 premi Nobel della scienza e della
cultura, circa 500 scienziati, ricercatori, accademici di tutto
il mondo sono accorsi per sostenere la mia candidatura di capolista
delle Liste Bonino, precedendo Marco Pannella, come già
fu per Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora, in Emilia Romagna,
Lazio, Umbria.
Per molti politici e potenti… sono uno scandalo, sono strumentalizzato.
Perché non provano anche loro a strumentalizzare
altri, milioni di altri malati, come sono io? Per l’onorevole
Gasparri ed altri liberali di sinistra, destra, centro come lui,
lo scandalo è che io viva, che io non sia solamente un oggetto
di cure, e un soggetto che vive e lotta, con altri, per la sua vita
e quella di milioni di altri. Cosa farei in Parlamento, ridotto
apparentemente come sono? Mobiliterei tutti, nel mondo, a
partire dall’Italia, per far approvare una legge, più leggi, per
difendere la libertà della ricerca scientifica, per sostenerla, per
regolamentarla, rafforzarla, non per proibirla, per impedire
l’infamia di gettare nella spazzatura 30.000 embrioni, invece
che farne occasione di vita, di guarigione, come si è deciso in
Italia. E questo non è che un esempio, un’occasione per battere
quel potere clericale e reazionario contrario intimamente, in
primo luogo, alla libertà di coscienza, di religiosità, che in Italia
ci ha ridotto al centotreesimo posto nel mondo per la terapia
del dolore, facendo della morte all’italiana un mostro, come
il divorzio all’italiana, per cui l’incubo non è nella morte, come
ha detto Montanelli, ma nel morire cui ci condannano. Farei
approvare, con i miei compagni radicali, quella regolamentazione
dell’eutanasia, che oggi si pratica incontrollata, clandestina
e proibita, che l’85% degli olandesi ha approvato, perché
informati, mentre in Italia il popolo continua ad essere la misura
politica dei due Poli, anche in questo tanto uniti quanto rissosi
per spartirsi il bottino dell’ignoranza e di voti, che sperano
di ottenere tappando la bocca ai radicali. Insomma, non
sarebbe più necessario, se le donne e gli uomini liberi e di buona
volontà fossero informati, l’eroismo, il sacrificio di alcuno.
Un muto restituisce la parola a 50 premi Nobel. Alcune persone
che si contano sulla punta delle dita sostengono che io sia
stato strumentalizzato. A questi rispondo che proprio io, muto,
ho, in realtà, restituito la parola a 50 premi Nobel, e a centinaia
di scienziati di tutto il mondo, anche loro resi muti, in Italia, dal
silenzio della politica ufficiale e del sistema informativo, su temi
fondamentali per la vita, la salute, la qualità della vita, e la morte,
dei cittadini italiani (…) La circostanza che una persona gravemente
malata, che non può camminare, che per comunicare è
costretta ad utilizzare un sintetizzatore vocale, viva pienamente
la propria esistenza, questa circostanza rischia di scuotere le
coscienze, le agita, le mette in discussione. Il fatto poi che io abbia
sollevato una questione politica, che non abbia accettato di rappresentare
un cosiddetto caso umano, che abbia scelto lo strumento
della lotta politica, infastidisce enormemente. Perché, in
Italia, la persona malata, non appena una diagnosi le fa assumere
questo nuovo status, perde immediatamente elementari diritti
umani, e tale perdita è tanto maggiore, quanto poi più gravi
sono le condizioni di salute della persona in questione. La mia,
la nostra battaglia radicale per la libertà di Scienza, mi ha consentito
di riaffermare, in particolare, la libertà dell’elettorato passivo,
di poter essere eletto in Parlamento, per portare istanze delle
quali nessun’altra forza politica vuole, e può, essere portatrice.
La battaglia che mi ha scelto. La battaglia radicale, alla quale
sto dando spirito e corpo, è quella per le libertà, e in particolare
quella di ricerca scientifica. È una battaglia radicale che non ho
scelto, così come Marco Pannella non mi ha scelto e designato
alfiere, portabandiera della libertà di Scienza. È una battaglia
radicale che mi ha, ci ha scelto. La stiamo combattendo, così
come si vive un’esistenza, percorrendola, sapendo che non la si è
scelta, ma che se ne può essere gli artefici nel suo divenire.
Invettiva agli ipocriti. Voglio affrontare un argomento che
credo sia di un certo interesse, almeno per me. Mi sono spesso
domandato quale potesse essere il significato della mia esistenza,
e il contributo che avrei potuto dare a me, e ai radicali italiani.
La risposta è al tempo stesso semplice e complessa, così
come semplici e complessi sono tutti i fatti della vita di una
persona. Dopo questo lungo pippone, ho optato per un taglio
conclusivo comico, in modo da non essere mandato a fare in
culo, prima della fine di questo mio, non breve, intervento.
In primo luogo, il significato della mia esistenza è quello di
viverla, così come mi è consentito, punto e basta. Nella mia
avventura radicale, la cosa più importante, che penso di essere
riuscito a realizzare, è quella di aver fatto di una malattia una
occasione di rinascita e di lotta politica. Di avere avuto la forza
e il coraggio di trasformare il mio privato in pubblico. Di
avere ribadito che la persona malata è innanzitutto persona, e
come tale ha diritto a vivere una esistenza piena, e libera, contro
il senso comune e le ipocrisie quotidiane che vorrebbero,
invece, relegarci in una terra di nessuno.
Che cosa può succedere quando ci si ritrova su una sedia a rotelle
e senza voce? Succede di tutto. Il silenzio si fa, però, parola,
anche se parola interiore.
Così, uscendo dall’albergo, per andare a piazza del Pantheon, mi
si avvicina una signora che, guardandomi le gambe, e non negli
occhi, mi domanda se sono sordo. Non posso parlare, ma la mia
voce interiore le dice: “Brutta imbecille, se mi guardassi negli
occhi, e non le gambe, non ti ci vorrebbe molto, a capire che ci
sento benissimo, anche se non ho nessuna voglia di ascoltare le
tue cazzate”. Tornando in albergo, il portiere domanda a Maria
Antonietta se posso salire da solo i tre gradini, sui quali non è stata
predisposta la pedana di accesso per i disabili. “Ma, brutto
testa di cazzo”, replica la mia voce interiore, “ti sembra che se
potessi farlo, me ne starei seduto su una sedia a rotelle?”. A Milano,
Vincenzo Silani, un neurologo squallido, che sta facendo di
tutto per opporsi al protocollo di studio nel quale sono stato
arruolato, incontrandomi un anno e mezzo fa, nonostante fossi
il paziente più grave, mi ha ricevuto per ultimo, facendomi passare
davanti anche quei pazienti che avevano un appuntamento
successivo al mio. Una volta entrato, non sapendo ancora chi
fossi, mi ha messo nelle mani del suo assistente. Con aria scocciata
mi ha poi spiegato che non c’era niente da fare, che si trattava
di una malattia incurabile, come se non lo sapessi già, e mi
ha consigliato di tornarmene a casa, dal momento che, di lì a
poco, non mi sarei nemmeno potuto più muovere. La mia voce
interiore gli ha risposto: “Grandissimo pezzo di merda, ho già
sepolto uno dei medici che mi ha fatto la diagnosi infausta, e non
è detto che non riesca a sopravvivere anche a te, che con le tue
parole false stai distruggendo la speranza di migliaia di malati,
che confidano nella ricerca sulle cellule staminali. La ragione per
la quale, tu macellaio, ti opponi a questa sperimentazione è tremenda,
non vuoi perdere le parcelle dei tuoi pazienti che, uno
dopo l’altro, ti stanno abbandonando”.
Ancora, questa volta a Roma, non direttamente a me, ma a
Maria Antonietta, c’è qualcuno che le chiede se posso o no scopare.
La mia voce interiore, risponde, nuovamente: “La sclerosi
laterale amiotrofica colpisce la muscolatura volontaria, e non
le funzioni sessuali. Certo, non posso fare tutte le posizioni del Kamasutra, ma me la cavo, brutto imbecille!”. La scorsa settimana,
mi sono recato in una sanitaria per ordinare la mia nuova
sedia a rotelle, quella con il supporto per la testa. Lì, ho
incontrato il marito di una malata di sclerosi laterale amiotrofica
che rivolgendosi, chiaramente, a Maria Antonietta, mi ha
detto: “Poverino, non è che al partito ti fanno strapazzare troppo?
E quando sei stanco, come fai?”. La mia voce interiore gli
ha risposto: “Primo, poverino un pezzo di cazzo! Secondo, sono
io ad avere deciso di strapazzarmi, non gli altri per me. Terzo,
siccome sono sempre molto stanco, tanto vale dare un senso
politico a questa stanchezza. Quarto, nonostante tua moglie sia
malata come me, non hai capito minimamente che tutto quello
che sto facendo è anche per lei, e non solo per me. Ma va a
fa’ nculo!”. C’è però una cosa che non mi è stata mai detta direttamente:
povero handicappato, sei stato strumentalizzato. Il
motivo è semplice. La mia voce interiore avrebbe chiamato il
mio avvocato, trasformandosi in un messaggio di posta elettronica,
per far partire una denuncia per diffamazione. Si sa, il
99 per cento delle persone è senza coglioni, e quando si tratta
di affrontarsi a viso aperto, gli occhi puntati negli occhi, non
ce la fa proprio, e allora abbassa lo sguardo.
Un vescovo col diavolo in corpo? La Commissione Dulbecco
ha espresso parere favorevole, a maggioranza, sulla utilizzazione
degli embrioni soprannumerari e, all’unanimità,
sulla clonazione terapeutica, la cosiddetta “Via italiana alla
clonazione”, che ha ricevuto il voto e il plauso del cardinale
Ersilio Tonini. Dall’altro lato, secondo il Vaticano, la ricerca
statunitense sarebbe un “atto del maligno”. Ne prendo atto,
segnalando però al Segretario di Stato vaticano che allora
anche il cardinal Tonini ha il diavolo in corpo, visto che è stato
uno dei più ferventi sostenitori della clonazione terapeutica
“all’italiana”.

Cari Rutelli e Berlusconi, e se i malati foste voi? Vorrei rivolgere
una domanda a Silvio Berlusconi e a Francesco Rutelli. Se
esistesse in Inghilterra una terapia basata sulle cellule staminali
embrionali, e uno dei loro figli potesse essere salvato da una
malattia come quella che ha colpito Gianluca Signorini e me,
invocherebbero il principio della sacralità degli embrioni, o li
porterebbero immediatamente in quel paese? Inoltre mi piacerebbe
anche sapere cosa dovrà fare chi non ha le disponibilità
monetarie e i poteri per poter emigrare, tra virgolette, all’estero.
Forse crepare in silenzio? La domanda è stata posta. Attendo con
fiducia una risposta.
Il disegno di legge in discussione al Senato è un testo pieno di
divieti. E come tale è politicamente e umanamente inaccettabile.
Vieta la fecondazione eterologa, la maternità surrogata, di
produrre più di 3 embrioni per ogni tentativo di fecondazione
medicalmente assistita. Vieta anche gli studi sugli embrioni.
Vieta addirittura la via italiana alla clonazione, che tanto era
piaciuta anche a Monsignor Tonini e al Ministro della salute
Sirchia, proprio perché consente la produzione di cellule staminali,
senza la formazione dell’embrione.
Noi che non possiamo aspettare. C’era un tempo per i miracoli
della fede. C’è un tempo per i miracoli della Scienza. Un
giorno il mio medico potrà, lo spero, dirmi: “Prova ad alzarti,
perché forse cammini”.
Ma non ho molto tempo, non abbiamo molto tempo.
E, tra una lacrima e un sorriso, le nostre dure esistenze non hanno
bisogno degli anatemi dei fondamentalisti religiosi, ma del
silenzio della libertà, che è democrazia. Le nostre esistenze hanno
bisogno di una cura, di una cura per corpi e spiriti.
Le nostre esistenze hanno bisogno di libertà per la ricerca scientifica.
Ma non possono aspettare.
Non possono aspettare le scuse di uno dei prossimi papi.

Perché la legge 40 mi riguarda personalmente:

Settembre 23, 2006

Piergiorgio Welby
Soffro di Distrofia Muscolare Progressiva

Sono di:
Roma
Il mio nome è Piergiorgio, la mia storia è simile a quella di tanti altri distrofici.
Ricordare come tutto sia iniziato non è facile perché la memoria non è accumulazione ma selezione e catalogazione. Forse fu una caduta immotivata o il bicchiere, troppo spesso sfuggito di mano etc. ma quello che nessun distrofico può scordare è il giorno in cui il medico, dopo la biopsia muscolare e l’elettromiografia, ti comunica la diagnosi: Distrofia Muscolare Progressiva.
Questa è una delle patologie più crudeli; pur lasciando intatte le facoltà intellettive, costringe il malato a confrontarsi con tutti gli handicap conosciuti: da claudicante a paraplegico, da paraplegico a tetraplegico, poi arriva l’insufficienza respiratoria e la tracheotomia.
Il cuore, di solito, non viene colpito e l’esito infausto, come dicono i medici, si ha per i decubiti o una polmonite.
Io ho raggiunto l’ultimo stadio: respiro con l’ausilio di un ventilatore polmonare, mi nutro di un alimento artificiale (Pulmocare), parlo con l’ausilio di un computer e di un software.
Per anni e anni ho sperato che la ricerca scientifica trovasse un rimedio. Oggi, che le prospettive di una cura potrebbero, grazie agli studi sulle cellule staminali, sia adulte che embrionali, trasformarsi da speranza in realtà, sempre più ostacoli si frappongono sul cammino di una ricerca libera.
Questa malattia non è una maledizione biblica, è una malattia genetica che può essere sconfitta grazie alla diagnosi prenatale: i villi coriali, l’amniocentesi e soprattutto la diagnosi preimpianto.
In Italia ci sono oggi circa 2.000 bambini con distrofia muscolare Duchenne. L’incidenza della distrofia miotonica, la più comune distrofia muscolare dell’adulto, è di approssimativamente 135 casi ogni milione di nascite (maschi o femmine). L’incidenza della distrofia dei cingoli è di circa 65 casi per milione di nascite e quella della distrofia facioscapolomerale è ancora inferiore. Considerando insieme tutte le principali malattie neuromuscolari ereditarie, verosimilmente ne risultano colpiti in Italia circa 30 persone ogni 100.000 abitanti, ossia oltre 17.000 persone.
Se delle dispute capziose e, spesso, ideologiche dovessero ritardare la scoperta di una cura e condannare anche un solo bambino a vivere il dramma che io ho vissuto e sto vivendo…beh, pensateci! Pensateci questa estate quando vi tufferete, affronterete un sesto grado, percorrerete un sentiero con la mountain bike…

fonte
http://www.lucacoscioni.it

MOlto spesso si discute solo per produrre parole…

CARO PRESIDENTE…VOGLIO L’ EUTANASIA

Settembre 23, 2006

personalmente penso che chi voglia morire e in piena coscienza faccia questa scelta debba essere messo nella condizione di realizzare la sua volonta’. Cosa contano le dispute sociologiche, morali, legislative di fronte alla decisione fondamentale di un Uomo intorno al proprio destino?…NIENTE!

Lettera del co-presidente dell’associazione Luca Coscioni a Napolitano «Caro Presidente, lasciatemi morire» Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare, tenuto in vita dalle macchine, dice «è un testardo e insensato accanimento»

Piergiorgio Welby
ROMA – Caro presidente voglio l’eutanasia». «È quanto chiede Piergiorgio Welby, co-presidente dell’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica, malato di distrofia muscolare, al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nella lettera inviata giovedì, Welby scrive: «la mia volontà, la mia richiesta che voglio porre nelle sedi politiche e giudiziarie è poter ottenere l’eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini sia data la stessa oppurtunità che è concessa agli svizzeri, belgi, olandesi». Welby è tenuto in vita dalle macchine e lui stesso dice che «è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche».
APRIRE UN CONFRONTO CON LE ISTITUZIONI – Marco Cappato (Rnp) si fa portavoce di «questa battaglia». «Va aperto un confronto con le istituzioni sulla proposta dell’eutanasia. È ancora l’ultimo tabù della politica italiana per questo interpelliamo la classe politica per aprire questo dibattito. È un’urgenza per Welby, ma è anche un’urgenza politica che i pone alle istituzioni del Paese. Il nostro impegno è quello di sbloccare l’iter parlamentare per la riforma del testamento biologico e incardinare anche una proposta per l’eutanasia».
PANNELLA: «URGENZA CIVILE» – Anche per Marco Pannella si tratta di una questione di «urgenza civile, politica e morale che come direzione della Rosa nel Pugno proporremo alla politica». Per Rita Bernardini, tesoriera della Rosa nel Pugno, «il dibattito non si è ancora aperto per le posizioni assunte dalla chiesa.

Il presidente della Repubblica risponde all’appello di Piergiorgio Welby Eutanasia, Napolitano: «Serve un confronto» «Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenza con sincera comprensione e solidarietà»

ROMA – «Raccolgo il suo messaggio di tragica sofferenzacon sincera comprensione e solidarietà. Esso può rappresentare un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi di particolare complessità sul piano etico che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più»: è quanto scrive il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in risposta al video-appello di Piergiogio Welby sull’eutanasia.
LA LETTERA – La lettera di Napolitano è stata resa nota durante i lavori della direzione nazionale della Rosa nel Pugno. «Caro Welby – scrive il Presidente della Repubblica – ho ascoltato e letto con profonda partecipazione emotiva l’appello che Lei ha voluto pubblicamente rivolgermi. Ne sono stato toccato e colpito come persona e come presidente. Lei ha mostrato piena comprensione della natura e dei limiti del ruolo che il Parlamento mi ha chiamato ad assolvere, secondo il dettato e lo spirito della nostra Costituzione. Penso che tra le mie responsabilità vi sia quella di ascoltare con la più grande attenzione quanti esprimano sentimenti e pongano problemi che non trovano risposta in decisioni del Governo, del Parlamento, delle altre autorità cui esse competono». Napolitano nell’augurarsi un dibattito sui temi sollevati da Welby, sostiene: «Mi auguro che un tale confronto ci sia, nelle sedi più idonee, perchè il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento».

fonte
www.corriere.it