Archivio per Ottobre 2006

Paradossi

Ottobre 31, 2006

In Calabria, a mio modesto giudizio, sono in corso smagliature di assurdita’ nel tessuto della conoscenza.Ci sono alcune emergenze, alcune drammatiche, ma la classe politica in un pericoloso equilibrio dell’inazione non se ne occupa. I parlamentari a Roma faranno sicuramente qualcosa(spero) c’e’ pure qualcuno che dovrebbe essere sempre impegnato quotidianamente a richiamare l’attenzione se non altro per motivi personali, ma non lo fa o se lo fa non se ne ha notizia. Poi c’e’ il ciarlare noioso di gente che e’ spuntata dal nulla, non rappresenta nessuno, non ha una storia eppure giornalisti( ehm…scusate..showmen!) li coccolano, danno spazio e la Calabria vera , reale, e con operatori del sociale veri eroi dei nostri tempi, non trova spazio. Altri personaggi prima ti convocano per progettare, poi spariscono e ti chiedono ..”Quali progetti?” cosa c’e’ altro?…ah un qualcosa che non si sa cosa e’, non ha alcuno strumento , ma dovrebbe rappresentare la speranza..de che aho’?….occupiamoci seriamente ei problemi, facciamo progettazione, sfruttiamo i fondi della Unione Europea….non chiediamo pateticamente politiche del lavoro quando vengono i politici nazionali. Si e’ capaci di progettare?..si..bene…altrimenti si abbia la dignita’ di stare zitti….perche’ invece di pensare al futuro…si pensa a fare le parate, i convegni o le riunioni…..che poi che cavolo avranno da dirsi?,…sempre in riunioni sono..che fanno ..giocano a tressette?….
per quanto mi ruguarda..
BASTA!
M’AVETE ROTTO….!!!
d’ora in poi mi occupero’ di cose serie

Il termine paradosso deriva dal greco ed e’ composto da para (contro) e doxa (opinione).
Indica una proposizione formulata in evidente contraddizione con l’esperienza comune o con i propri principi elementari della logica ma che sottoposta a rigorosa critica si dimostra valida.
I paradossi sono smagliature di assurdita’ nel tessuto della conoscenza: dapprima ci fanno dubitare delle nostre credenze e poi ci spingono a ridefinire i nostri concetti.
Alcuni sono antichi quanto la parola, altri sono addirittura preverbali e puramente percettivi.
Studiarli e confrontarcisi e’ un occasione non solo per rimettere in discussione i pregiudizi piu’ radicati, ma anche per scoprire il ruolo che idee semplici e divertenti hanno avuto nello sviluppo delle scienze piu’ disparate, dalla matematica all’economia. (Odifreddi)

http://www.vialattea.net/odifreddi/paradossi/paradossi1.htm

TEMPI (E LUOGHI) DEI PARADOSSI
Piergiorgio Odifreddi
Marzo 1996

Leopardi disse una volta che i bambini possono trovare tutto nel nulla, ma gli adulti non riescono a trovare nulla nel tutto. A seconda dell’atteggiamento con cui si guardi ad essi, i paradossi risultano appunto brandelli di nulla in cui si può trovare tutto, o visioni del tutto in cui si può non trovare nulla: lasciando ad altri tempi la ragionevolezza dell’adulto, optiamo in questi per l’ingenuità del bambino.
Che tipi, e che modi
Nel linguaggio comune `paradosso´ può significare tante, troppe cose: assurdità, contraddizione, enigma, mistero, ambiguità. Per poterne parlare in maniera non superficiale è dunque necessario restringerne l’accezione, e può essere utile definire momentaneamente un paradosso come un argomento molto sorprendente e poco credibile. Poiché un argomento come Dio (o logica) comanda si compone di premesse, ragionamento e conclusione, la definizione permette allora una immediata classificazione in tre tipi.
Un paradosso è logico o negativo se intende rifiutare le premesse su cui si basa, mediante una riduzione all’assurdo. L’attributo `negativo´ non è comunque da intendersi in senso denigratorio: mediante questi argomenti è infatti possibile accorgersi dell’inaccettabilità di assunzioni apparentemente innocue e spesso implicite, e della necessità di una rifondazione intellettuale e filosofica delle aree del sapere che su di esse si basano, consciamente o inconsciamente.
Un paradosso è retorico o nullo se intende semplicemente esibire la sottigliezza del ragionamento o l’abilità di chi lo fa. Se usato didatticamente o letterariamente un tale artificio può anche essere efficace, ma quando viene inteso come metodo filosofico esso rischia di ridurre la cultura al sofismo, e per questo fu severamente criticato da Platone nel Gorgia.
Un paradosso è ontologico o positivo se intende rafforzare le conclusioni a cui arriva, mediante un ragionamento inusuale. A questo tipo si riferivano Schopenhauer e Quine, quando dicevano rispettivamente che “la verità nasce come paradosso e muore come ovvietà”, o “quello che per uno è un’antinomia, per un altro può essere un paradosso veridico; e quello che per uno è un paradosso veridico, può essere una banalità per un altro”.
Quanto ai modi del paradosso, sono anch’essi molteplici. Oltre al ragionamento formale nudo e crudo, alcuni paludamenti e figure letterarie si prestano infatti particolarmente bene all’esposizione di argomenti paradossali: l’esagerazione dell’iperbole, un esempio della quale è “tutto è paradosso”; la concisione dell’ellissi, la cui forma più pura è “0 = 1″ come idea platonica del paradosso; la trasposizione della parabola, che vede in un paradosso la metafora razionale di un problema reale; l’inversione del chiasma, in cui un’affermazione come “il reale è razionale” viene rivoltata e diventa “il razionale è reale”; la contrapposizione dell’ossimoro, come appunto in “ossimoro” (da oxis, furbo, e moron, scemo: cioè, letteralmente, “idiot savant”); l’ironia, sempre implicita e spesso esplicita in argomenti razionali che arrivano a conclusioni inaspettate; l’enfasi, soprattutto quando il paradosso non è inteso che come un argomento stupefacente a favore delle proprie conclusioni; . . .
Al diavolo i paradossi
Il primo apparire del paradosso nella storia è la nascita del diavolo: prima di esso Dio era infatti unità, ed è nel momento in cui decide di guardare a se stesso che egli si sdoppia, diventando automaticamente osservatore ed osservato, e creando così una diabolè (cioè, letteralmente, una scissione).1
Nella mitologia ebraica il diavolo viene presentato sotto forma di serpente che tenta alla conoscenza del bene e del male (Genesi, III, 1-5), cioè della dicotomia vero/falso: egli è dunque lo spirito della logica, e non a caso come tale viene dipinto da Dante (“tu non pensavi ch’ïo loico fossi”, Inferno, XXVII, 123) e Goethe (“ti consiglio anzitutto di iscriverti ad un corso di logica”, dice Mefistofele nel Faust). Nella mitologia cristiana il diavolo diventa lo spirito che si è ribellato a Dio, ed è dunque collegato alla dicotomia libertà/obbedienza tipica di ogni rapporto subordinato. Nella mitologia islamica è invece Dio stesso a porre Iblis in un dilemma diabolico, ordinandogli di adorare Adamo: egli crea dunque un’alternativa da cui si può uscire soltanto disobbedendo o idolatrando, e dunque in ogni caso perdendo.
Già a partire da Paolo di Tarso (Prima lettera ai Corinzi, I, 17-29), il cristianesimo viene visto come una teologia molteplicemente paradossale: esso predica infatti un Dio che si fa uomo, un immortale che diventa mortale, un onnipotente che finisce crocifisso, una sapienza rivolta agli ignoranti, una ricchezza riservata ai poveri, una potenza destinata ai deboli. La fede cristiana viene dunque esplicitamente descritta come lo scandaloso manifestarsi della divinità nella follia del paradosso: “distruggerò la sapienza dei savi, e annienterò l’intelligenza dei dotti”.
A Tertulliano (160-220 circa) viene attribuita la memorabile frase “credo quia absurdum”, cioè “credo perché è assurdo”. In maniera forse meno memorabile, ma sullo stesso tono, Tertulliano ribadiva poi: “è credibile che il figlio di Dio sia morto, perché è inconcepibile; è certo che sia risorto, perché è impossibile”. Queste posizioni portavano alle estreme conseguenze la concezione paradossale della fede cristiana inaugurata da Paolo: invece di stare sulla difensiva accettando di credere benché fosse assurdo, esse partivano all’attacco proponendo di credere perché lo era.
Anselmo d’Aosta (1033-1109) inaugurò una fase nuova della teologia, quando asserì nel Proslogion “credo ut intelligam”, cioè “credo per capire”. Egli contrapponeva infatti la sua posizione a quella del “capisco per credere”, che sembrava essere la naturale conseguenza della sua prova ontologica dell’esistenza di Dio. Questa generò comunque un tentativo di ricostruzione razionale della teologia, durato tutta la scolastica e culminato nella Summa theologica di Tommaso d’Aquino, che mirava a ridurre la fede alla ragione: in altre parole, ad eliminarne appunto l’aspetto paradossale.
In tutt’altra direzione vanno le affermazioni del mistico Johannes Eckhart (1260-1327), secondo il quale fuori di Dio non c’e che il nulla (Niht ûzer gote enist), e Dio stesso è nulla di nulla (Er ist nihtes niht). Le due dichiarazioni si completano a vicenda in modo paradossale, poiché esse propongono da un lato un radicale nichilismo, e dall’altra un globale panteismo: tutto è niente, ma niente è Dio, dunque tutto è Dio. Esse sono però anche interpretabili come espressioni di una teologia negativa, secondo cui ogni essere è negazione dei rimanenti, e Dio è negazione di ciascun essere e dunque doppia negazione, cioè pura affermazione: si assiste così ad un ritorno ad una concezione religiosa basata sul paradosso, che segna il fallimento dell’impresa scolastica di razionalizzazione della fede.
La teologia negativa viene perfezionata da Nicola Cusano (1401-1464), ne La dotta ignoranza: poiché parlare di Dio in modo positivo lo riduce ad una creatura, se ne può parlare soltanto in modo negativo. Il pensiero teologico di Cusano attraversò tre momenti di successiva radicalizzazione paradossale: in una prima fase egli ritenne che, parlando di Dio, le negazioni sono più veritiere delle affermazioni (Dio è quindi infinito, cioè non-finito, immortale, immateriale, e così via); in una seconda fase Cusano indentificò Dio con la coincidenza degli opposti (allo stesso tempo Dio è e non è, è finito e infinito, e così via); in una terza fase Cusano unì i due approcci precedenti, e identificò Dio con la coincidenza di opposti negativi (Dio quindi ne è né non è, non è né finito né infinito, e cosi via).
Come Martin Lutero (1483-1546) considerasse la sua azione di riforma religiosa è mostrato dal titolo che diede alle tesi di Heidelberg del 1518: Theologica Paradoxa. In particolare, egli vide anzitutto una contraddizione interna fra il `Dio rivelato´ e il `Dio nascosto´: il primo è l’aspetto che il secondo ha scelto di farci conoscere, ed è quindi inutile (se non blasfemo) cercare di andare oltre, in particolare volendo interpretare le Scritture, alla cui `chiarezza´ bisogna invece abbandonarsi passivamente. Lutero vide poi una contraddizione esterna fra le libertà di Dio e dell’uomo: se Dio è libero non si può far nulla che egli non voglia, e dunque sia le azioni dell’uomo che la sua salvezza sono predestinate; se invece l’uomo è libero allora sono le sue azioni a determinarne la salvezza, che non può quindi essere predeterminata da Dio. Sia Lutero che Calvino optarono per la predestinazione e il servo arbitrio dell’uomo, andando così contro l’opinione cattolica del libero arbitrio: fu proprio su questo punto che il Concilio di Trento ruppe con la Riforma, asserendo che la grazia è condizione necessaria ma non sufficiente per la salvezza.
Con Blaise Pascal (1623-1662) la contrapposizione fra ragione e fede acquista il suo aspetto moderno. Egli giunge a considerare sia il teismo che l’ateismo, in quanto prodotti di un’attività intellettuale, equidistanti dalla (vera) religione cristiana “delle acque benedette e delle messe”: in altre parole, il Dio dei filosofi e dei dotti non è quello dei miserabili e dei peccatori. A questo si arriva, tanto per cambiare, attraverso le contraddizioni: ma non più astrattamente intellettuali, bensì concretamente esistenziali (più precisamente, il peccato e la redenzione). E se proprio c’è bisogno di un argomento per credere, non sarà più la ferrea logica a fornirlo, ma l’empirica teoria delle probabilità: ecco dunque la famosa `scommessa´, secondo cui si rischia di meno a credere se Dio non c’è, che a non credere se Dio c’è.
Il percorso dei paradossi sul terreno della fede raggiunge il suo punto d’arrivo nel pensiero di Søren Kierkegaard (1813-1855), che ha scorto in essi l’essenza di ciò che Dio cerca di comunicare all’uomo, e che questi non può cogliere mediante la ragione. In questo senso i paradossi teologici, primo fra tutti l’incarnazione, sono uno scandalo nel senso letterale, una trappola (skandalon) in cui la ragione cade andando alla ricerca del divino, e da cui si può uscire soltanto con un balzo, un salto di fede nell’ignoto. Nel caso che poi la cosa non fosse sufficientemente chiara, Kierkegaard ha precisato che “il segno della fede è precisamente la crocifissione della ragione”: questa diviene dunque, come Cristo stesso, un agnello sacrificale destinato a patire una lunga via crucis di flagellazioni e sputi, per togliere i peccati dal mondo.
Circoli da quadrare
Proprio la concezione dell’irrazionalismo come superiore verità, invece che come vergogna, è forse l’insegnamento più profondo e duraturo che il cristianesimo ha lasciato in eredità al mondo moderno, e di esso si sono appropriati avidamente dapprima Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger, e poi i pensieri filosofici che ad essi si ispirano. Ma scherzando col fuoco (eterno) si finisce per bruciarsi, e da queste premesse sono derivate le condizioni di vita deumanizzata del nostro secolo, tutte basate su circoli viziosi e tragici: l’assurdo che permea ogni aspetto della quotidianità, smascherato da Franz Kafka e Harold Pinter; le demenziali costrizioni imposte dal totalitarismo, descritte da George Orwell e Evgeni Zamiatin; le disumane condizioni di vita dei lager, narrate da Primo Levi e Alexander Solzhenitzin; fino alle vere e proprie patologie della schizofrenia, il cui profondo legame coi paradossi è stato svelato da Gregory Bateson e Paul Watzlawick.
Grazie a Dio, non tutte le mentalità sono però viziose o tragiche, ed all’estremo opposto i paradossi sono stati percepiti come circoli virtuosi e comici da una lunga tradizione, che comprende: i sofisti come Gorgia, che venivano considerati degli umoristi; gli scettici come Pirrone e Sesto Empirico, che fecero del regresso infinito un’arma universale a difesa della sospensione di ogni giudizio; i buddisti zen, che racchiudono il loro insegnamento in criptici koan del tipo “qual è il suono di un applauso ad una sola mano?”; i retori come Erasmo da Rotterdam, che scrisse nel 1511 l’Elogio della follia, e il suo seguace italiano Ortensio Lando, che nei trenta Paradossi del 1544 prese le difese di povertà, ignoranza, guerra, prigionia e morte; 2 gli esponenti del non sense inglese come Lewis Carroll; i surrealisti come René Magritte, che disegnò una pipa e scrisse sotto di essa “questa non è una pipa”, illustrando così la differenza tra segni (la parola “pipa” e l’immagine) e significato (la vera pipa), e Salvator Dalì, che popolò i suoi dipinti di visioni oltre la logica e il senso comune; gli autori di letteratura fantastica come Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, che creano mondi alternativi la cui apparenza paradossale deriva dal fatto che le loro leggi, pur perfettamente consistenti (a differenza di quelle delle fiabe), contraddicono quelle del nostro mondo; . . .
Fra gli opposti estremismi, i paradossi possono infine essere considerati come circoli ignavi e neutri. In questa tradizione rientrano gli usi più propriamente intellettuali, sia umanistici che scientifici: la magia, che per agire sulle cose interviene sulle parole o sui simboli, postulando una paradossale coincidenza fra significanti e significati; la mistica, che per superare i limiti del pensiero passa attraverso pensieri al limite che intendono mostrare implicitamente o metalinguisticamente ciò che non si può dire esplicitamente o linguisticamente (in particolare, i legami semantico fra concetti e oggetti, e pragmatico fra regole e comportamenti); 3 la logica del divenire di Eraclito, basata su un’accettazione del principio di contraddizione; la logica trascendentale di Immanuel Kant, che usa le contraddizioni per mostrare l’incompletezza della ragione (mediante un tipico ragionamento per assurdo, di uso comune in matematica); la dialettica di Georg Hegel, che deriva una sintesi dalla contrapposizione paradossale di tesi e antitesi; la pragmatica della comunicazione di Gregory Bateson e Paul Watzlawick, che relega i paradossi alle situazioni rigide come i linguaggi formali, bloccate come le patologie mentali, o artificiali come le rappresentazioni artistiche, notando che nelle situazioni normali si ha invece un processo di controllo spontaneo dei livelli linguistico e metalinguistico della comunicazione, e un disinnescamento spontaneo delle contraddizioni; 4 la teoria dei sistemi, che spiega il sorgere dei paradossi mediante l’annullamento della distinzione fra sistema e ambiente, mappa e territorio, osservato e osservatore; l’autopoiesi di Humberto Maturana e Francisco Varela, che consiste nella possibilità paradossale di un sistema di funzionare in maniera autoreferenziale, principalmente al livello biologico della riproduzione cellulare, psichico del pensiero, e sociale della comunicazione; . . .
Immacolate percezioni
I dati dei sensi ci sembrano fornire la conoscenza più sicura e indubitabile, tanto che spesso non crediamo a qualcosa se non la vediamo coi nostri occhi o non la tocchiamo con mano. Ma la ragione ci mostra a volte che i sensi ci ingannano in maniera inaspettata, e che siamo in realtà vittime di vere e proprie percezioni paradossali.
La vista è forse il senso più soggetto agli abbagli. Il più comune di questi concerne i colori: benché lo spettro delle lunghezze d’onda a cui l’occhio umano è sensibile sia un intervallo lineare che va dai 700 nanometri (miliardesimi di metro) del rosso ai 400 del viola, lo spettro dei colori percepiti è invece circolare e si chiude su se stesso attraverso il colore porpora, che è una combinazione non fisica di rosso e viola. 5
Una tipica illusione ottica strutturata è l’arcobaleno, un arco di cerchio colorato il cui centro sta sulla retta che congiunge il sole e l’occhio dell’osservatore: esso è dunque un oggetto apparente, e ciascun osservatore (anzi, ciascun occhio) ne vede uno diverso in ciascuna posizione. Una illusione ottica dal sapore vagamente mistico è l’aureola bianca che circonda l’ombra sui prati nelle mattine fredde e assolate: essa viene vista da ciascun osservatore sulla propria testa ma non su quella dei vicini, il che può generare facili fraintendimenti (come nel caso di Benvenuto Cellini, che non esitò a scorgervi un segno del proprio genio). Altre illusioni ottiche ben note sono poi l’insegna del barbiere (un cilindro dipinto con striscie alternate bianche e rosse, che quando il cilindro ruota sembrano ascendere indefinitamente), le ruote a raggi (che a certe velocità sembrano essere ferme) e, ovviamente, i miraggi.
Le percezioni visive vengono infine messe a dura prova da raffigurazioni di vario tipo, che vanno dall’ambiguo all’impossibile (alcune di queste sono state utilizzate in famose rappresentazioni da Escher e Vasarely): le anamorfosi, che appaiono come figure corrette solo se osservate da punti di vista particolari; il triangolo di Kaniza, che sembra apparire da tre cerchi a cui sono stati tagliati tre spicchi; il vaso di Rubin, che appare sia come una coppa che come i profili di due donne; i segmenti di Ponzo, che sono uguali, ma appaiono diversi perché sono inseriti fra due rette convergenti; le frecce di Müller-Lyer, che hanno la stessa lunghezza, ma appaiono di lunghezza diversa perché hanno punte rivolte in direzioni opposte (verso l’interno e l’esterno); la stanza di Ames, che usa l’illusione prospettica per ottenere lo stesso risultato; le parallele di Zöllner, gia illustrate in un mosaico romano del Puy de Dome, in cui rette parallele appaiono convergenti o divergenti a seconda che su di esse si disegnino segmenti divergenti o convergenti; le parallele di Hering e di Wundt e le figure di Orbison, che appaiono deformate perché inserite in un fascio di rette che passano per uno stesso punto; i cerchi di Frazier, che sono concentrici, ma appaiono come una spirale perché inseriti in un fascio di curve che passa per il loro centro; la retta di Poggendorf , che sembra collegata non al suo vero prolungamento ma ad un segmento parallelo, dopo essere passata attraverso un rettangolo; i cubi reversibili, gia presenti in alcuni pavimenti romani, e il cubo di Necker, che sembrano alternarsi in rilievo e in profondita; il libro di Mach, che non è chiaro se mostri la copertina o le pagine; la scala di Schröder, che sembra sia salire da un pavimento che scendere da un soffitto; il triangolo di Penrose, disegnato in modo da sembrar avere tre angoli retti; . . .
Tipici paradossi concernenti l’udito sono l’effetto Doppler, che fa percepire il suono di una sirena come più o meno acuto a secondo che essa si allontani o si avvicini, e il suono continuamente ascendente, che è l’analogo sonoro dell’insegna del barbiere (esso si ottiene suonando accordi di tre note con frequenze appropriate).
Anche il tatto genera sensazioni paradossali, di cui la più nota è forse quella delle mani immerse: se si immergono le due mani in acqua tiepida, dopo che se ne era immersa una nell’acqua calda e l’altra nell’acqua fredda, si ha la sensazione che la prima sia immersa nell’acqua calda e l’altra in acqua fredda. Ben nota, ma fortunatamente in genere solo per sentito dire, è la sensazione dell’arto mancante: dopo un’amputazione, si continua per un certo periodo ad avere percezioni relative all’arto che non c’e più.
Se è gia sorprendente accorgersi che i sensi ci ingannano in maniera sottile e subdola, lo è forse ancora di più scoprire la possibilità di percezioni che trascendono i cinque sensi classici. Ad esempio, i campi elettromagnetici si possono toccare indossando guanti di materiale superconduttore e diamagnetico, e si possono vedere mediante lenti polarizzate (specialmente all’alba e al tramonto, nella forma di una croce maltese con un braccio blu ed uno giallo, corrispondenti rispettivamente ai campi elettrico e magnetico 6).
Attraverso i paradossi sensoriali scopriamo dunque da un lato che le nostre percezioni sono non pure e immediate ma costruite e mediate, e dall’altro che esse ci possono comunque fornire soltanto un’immagine contingente del mondo, dipendente dalla nostra particolare struttura biologica (che si esplica attraverso gli a priori kantiani).
Immacolate concezioni
I paradossi percettivi sono momenti di difficoltà dei sensi, smascherati dalla ragione. Ma anche la ragione incontra le sue simmetriche difficoltà nei paradossi logici, smascherati dall’evidenza sensoriale: si può anzi dire che molte delle idee astratte su cui si basa la nostra cultura finiscono per rivelarsi paradossali, ad un esame più ravvicinato.
Una prima concezione fondamentale è la realtà che assegniamo al mondo esterno. Essa viene messa in dubbio da innumerevoli parabole: il maya degli Upanishad, secondo cui il mondo non è che un’illusione da cui ci si deve liberare; la farfalla di Chuang Tzu, che sta forse sognando di essere un uomo che crede di essersi appena svegliato dopo aver sognato di essere una farfalla; la caverna di Platone, sulle cui pareti il fuoco proietta ombre che vengono scambiate per la realtà; il genio malefico di Descartes, che potrebbe essere l’origine delle nostre ingannatorie percezioni (oggi modernizzato nella forma del cervello nella vasca, scorporato e collegato ad un computer); l’albero di Berkeley, che cade nella foresta senza che nessuno lo senta, e o non esiste o esiste soltanto perché lo sente Dio (una posizione ripresa nel dibattito moderno sulla meccanica quantistica, quando Einstein si chiese se Bohr voleva veramente far credere che la luna non c’è se nessuno la guarda); il raddoppiamento dell’universo di Poincaré, che non sarebbe possibile avvertire perché tutto sarebbe mutato in scala, compresi i metri che servono a misurare le distanze; il mondo creato cinque minuti fa di Russell, munito di tutta l’evidenza fossile e storica che ci farebbe credere che ci sia veramente stato un passato; la provocazione di Bateson, che un giorno iniziò una conferenza dicendo “chi crede di vedermi alzi una mano”, spingendo così gli ascoltatori ad una revisione scettica della propria realtà; . . .
Una seconda concezione fondamentale è il senso di identità, sia delle persone che delle cose. Esso viene messo in difficoltà dalle concezioni decostruzioniste, ubique nella storia della filosofia: la nave di Teseo, i cui pezzi vennero sostituiti uno ad uno fino a che di quella originale non rimaneva più niente, ma che continuava ad essere considerata la vera; il fiume di Eraclito, in cui non si può mai entrare due volte perché non c’è appunto un fiume atemporale distinto dai fiumi istantanei; le percezioni non percepite di Hume, che esistono senza che ci sia un io (una posizione anticipata di secoli dal monismo buddista della non-mente); gli istanti atemporali di Borges, che esistono singolarmente senza che ci sia un tempo che li unifica (a cui si potrebbero aggiungere i punti senza lo spazio); . . .
Una terza concezione fondamentale è l’idea di libertà, che sembra essere una condizione essenziale del comportamento umano. Benché noi crediamo di essere liberi, molte provocazioni intellettuali sono rivolte a stimolare il dubbio che potremmo invece essere completamente determinati: i personaggi della seconda parte del Don Chisciotte, che hanno letto la prima parte, e credono dunque di essere consci lettori di un’opera di cui sono invece anche ignari protagonisti, come potremmo essere noi; gli attori dell’Amleto, che si ritrovano ad essere spettatori di una tragedia che viene messa in scena, la stessa che essi stanno recitando, e che ci spingono a chiederci se per caso non siamo anche noi ignari attori osservati dall’esterno; l’ipotesi di Laplace, secondo cui se conoscessimo le condizioni fisiche dell’intero universo in un dato istante, potremmo dedurne completamente il suo comportamento futuro; l’uomo-macchina di La Mettrie, completamente determinato nelle sue azioni (la cui versione moderna sono i robot dell’Intelligenza Artificiale); i condizionamenti inconsci della psicoanalisi, che rivelano insospettate forze che spingono ad agire in maniera determinata; gli androidi della fantascienza, ormai indistinguibili dall’uomo, benché pure macchine; . . .
I momenti in cui la ragione mostra in maniera più scoperta i suoi limiti sono però quelli in cui essa affronta le sue costruzioni più ardite (la verità e l’infinito), che hanno generato i rompicapi più famosi della storia (il mentitore e la tartaruga) e le teorie più sofisticate (la logica e la matematica): esse non si accontentano certo di una generica menzione, ma reclamano un trattamento privilegiato a cui un discorso generale sui paradossi serve soltanto da introduzione.
Note:
1 – Il contrario di diabolè è symbolè, la riunione: per questo Dio parla per simboli, ed il diavolo per contrapposizioni.
2 – Alcuni dei paradossi di Lando sono decisamente umoristici: è meglio la carestia che l’abbondanza (XIII); è meglio aver la moglie sterile che feconda (VIII); è meglio abitare in case umili che nei palazzi (XVI); non è biasimevole né odioso essere bastardo (XVIII); Aristotele non ha scritto le opere attribuitegli (XXVIII), ed egli era non solo ignorante ma malvagio (XXIX).
3 – Tentativi di andare oltre la descrizione puramente logica del linguaggio, nella tradizione di Frege e Russell, per rendere conto degli aspetti `mistici´, sono le teorie dei giochi linguistici di Wittgenstein, degli atti linguistici di Austin e Searle, e dell’agire comunicativo di Habermas e Apel.
4 – A volte le contraddizioni vengono automaticamente affrontate salendo di livello: quelle linguistiche sono analizzate da un punto di vista pragmatico, chiedendosi che cosa si voleva veramente dire o implicare; quelle sociali da un punto di vista normativo, ridiscutendo le regole del gioco. Spesso però esse vengono semplicemente percepite come non problematiche, e perfettamente ammissibili (contrariamente a come vorrebbe invece la logica).
5 – La ruota dei colori deriva dal fatto che la percezione cromatica è determinata dalle stimolazioni relative dei tre tipi di ricettori cromatici dell’occhio, che sono rispettivamente sensibili a rosso, verde e blu (tre ricettori permettono una percezione cromatica bidimensionale invece che puramente unidimensionale, perché tre punti individuano un cerchio e non solo un segmento).
6 – Il fenomeno è stato scoperto nel 1846 dall’austriaco Wilhelm Karl von Haidinger e, una volta allertati ad esso, si può percepire anche a occhio nudo (la capacità di percepire campi elettromagnetici, ad esempio attorno a persone, viene spesso fraintesa come un fenomeno paranormale).

Dalla parte di Claudio Lippi

Ottobre 31, 2006

Non si puo’ che sostenere l’ iniziativa lanciata da Claudio Lippi. E’ una stagione triste per la televisione. Oltre alle volgarità e brutture denunciate dal popolare presentatore, io denuncerei l’ oscenità rappresentata dal fatto che su temi importanti si dia spazio a signori “nessuno” che rappresentano , nella migliore delle ipotesi, solo loro stessi e sfruttano per biechi e squallidi interessi di bottega (propria) tragedie e moti di popolo.

ROMA – Claudio Lippi ha lanciato un appello contro la televisione della volgarità, chiedendo al pubblico «di spegnere la tv per un minuto tra le 17.30 e le 17.35 di domenica 12 novembre e di sostenere l’iniziativa che troverà posto anche nel sito www.Claudiolippiunminuto.Com». Il conduttore tv, una delle colonne storiche di «Buona domenica», ha tenuto una conferenza stampa a Milano per chiarire i perché del suo addio all’ “orrida Buona Domenica» dopo che l’azienda, in una nota, aveva stigmatizzato l’accaduto. Lippi se ne era andato perché «impossibilitato a manifestare il suo dissenso dalle risse e dalla volgarità che presenti nel programma».
BUONA DOMENICA E’ DIVENTATO UN RING – «Buona Domenica – ha detto Claudio Lippi – è diventato un ring dove le finte risse sono premeditate e io non posso condividere una tv spazzatura fatta di parolacce e bestemmie. Credo che sia il momento giusto – dice Lippi – di farmi portavoce e paladino di un messaggio importante, per una televisione che non sopportavo più».
Cesare Lanza, autore e capo progetto di “Buona domenica”, sta intando valutando l’ipotesi di querelare Claudio Lippi.

Facciamoci sentire per non farci seppellire!!

Ottobre 29, 2006

La Lamezia del futuro si ribella alla mafia

Circa 5000 persone, per lo più giovanissimi, hanno manifestato dopo gli ultimi eventi delittuosi. Loiero: “La città non sarà mai di proprietà della criminalità”

LAMEZIA TERME. Contro la criminalita’ organizzata sono scesi in piazza migliaia di cittadini, che hanno partecipato ad una manifestazione indetta dal forum Lamezia. Tra i partecipanti moltissimi studenti delle scuole lametine, ma anche associazioni, amministratori ed esponenti politici, tra questi il presidente della Giunta regionale della Calabria, Agazio Loiero, il quale parlando con i giornalisti ha detto di essere “a Lamezia accanto al sindaco, che rappresenta tutta la citta’ ed al quale va tutta la mia solidarieta’ ed il mio sostegno, in quanto Lamezia – ha aggiunto – e’ dei lametini e non sara’ mai proprieta’ della mafia”. Tra i manifestanti anche il sindaco della citta’ Gianni Speranza, il quale facendo riferimento alla manifestazione l’ha definita “un’importante reazione, positiva e dignitosa, a quello che sta succedendo”. Il corteo e’ partito da Piazza della Repubblica per raggiungere poi l’edificio, con a piano terro un deposito di pneumatici, incendiato nei giorni scorsi. “Facciamoci sentire per non farci seppellire” e’ una delle tanti frasi che campeggiavano su alcuni striscioni portati dai giovani. Emblematico anche quello su cui c’era scritto ‘”Basta convegni, basta decreti, vogliamo gesti concreti”. Il corto prima di raggiungere Via Arturo Perugini dove si trova il deposito di gomme dato alle fiamme martedi’ scorso, ha attraversato alcune via principali della citta’. E percorrendo corso Giovanni Nicotera il corteo si e’ soffermato davanti al negozio di Roberto Molinaro, l’imprenditore che ha oscurato la vetrina del suo negozio per sollecitare le conclusioni delle indagini nei confronti dei suoi presunti estorsori. Ed in piazza questa mattina sono scesi anche gli uomini della polizia di Stato per protestare contro le precarie condizioni in cui operano gli agenti a Lamezia. La manifestazione di protesta, promossa dai sindacati di polizia, Silp per la Cgil, Federazione sindacale di polizia, Lisipo, Sodipo, Rinnovamento sindacale Ugl, si e’ tenuta su corso Giovanni Nicotera, alla presenza dei rappresentanti sindacali provinciali, regionali e nazionali. Una manifestazione, ha spiegato il segretario provinciale della Fsp Vincenzo Paradiso, “per testimoniare lo stato di malessere che stanno attraversando gli operatori di polizia del commissariato di Lamezia, dovuto alla situazione disastrosa di mezzi ed alla carenza di uomini”. Da qui la decisione di manifestazione in piazza al fine di “rendere partecipe la popolazione lametina delle problematiche degli operatori di polizia, in un contesto criminale difficile come quella lametino e del suo vasto territorio”.”Da circa un anno – ha affermato Paradiso – la nostra Federazione sindacale di polizia ha segnalato il forte e motivato disagio operativo in cui e’ costretto a lavorare il personale di polizia a Lamezia, a causa delle carenze tecnico logistiche, con strumentazione totalmente inadeguata ed obsoleta, e di organico”. Da qui l’appello al Governo centrale affinche’ “venga potenziato l’organico oltre ad avere le nuove autovetture idonee ai servizi di polizia, per poter svolgere un adeguato controllo del territorio ed attere una pressante attivita’ investigativa contro le cosche lametine”. Una protesta, ha aggiunto il rappresentante sindacale, “che assume un significato ancora piu’ importante alla luce dell’ultimo e grave fatto criminoso che si e’ verificato la scorsa notte in citta’: la distruzione di un intero palazzo, devastato dalle fiamme, che si trova di fronte il nostro commissariato di polizia in via Arturo Perugini. Quest’ultimo episodio – ha concluso Paradiso – e’ l’ennesima dimostrazione che se lasciati in queste condizioni, non si potra’ mai svolgere un adeguato contrasto alla criminalita’ organizzata da parte delle forze dell’ordine”. Il presidnte della Regione Loiero ha anche incontrato gli agenti della polizia di Stato e poi, assieme al sindaco, ha preso parte ad una riunione nel corso della quale sono state esaminati gli ultimi eventi criminosi. All’incontro hanno preso parte la Giunta ed il presidente del Consiglio comunale, Gianfranco Luzzo. Al termine dell’incontro Loiero ha riferito che “c’e’ stato un confronto sugli eventi criminosi che sono avvenuti in citta’, per vedere cosa poter offrire alla popolazione che e’ smarrita, talvolta angosciata per episodi che si ripetono ormai da qualche tempo”.

fonte www.ilgiornaledicalabria.it

Pubblicato il 27/10/2006

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Urla, sirene, il rumore delle fiamme, sono passate le ore 20 di martedì 24 ottobre 2006 e la terza città della Calabria si ritrova ancora una volta ammutolita, stregata, costretta in ginocchio da mano ignote che questa volta hanno distrutto un magazzino, un lavoro, tante famiglie, un palazzo intero. Ci troviamo sul Viale che porta il nome del fondatore di Lamezia Terme, sul Viale intitolato ad Arturo Perugini, proprio li dove la presenza dello Stato è rappresentata dal Commissariato di Pubblica Sicurezza. E’ li che si è consumata l’ultima delle più grosse tragedie cittadine. Un palazzo intero divorato dalla fiamme. Pochi minuti per rendersi conto di cosa accadeva, poi i soccorsi immediati, ma inadeguati. Nel territorio più ricco e più importante della Regione succede anche e soprattutto questo. Istituzioni che lottano ogni giorno senza supporto, senza qualità, senza nemmeno la forza di reagire ad uno stato di cose che così non puo più andare. Lo Stato: l’eterno assente, l’eterno presente sotto forma di soli convegni, riunioni, dibattiti, passerelle e comunicati di solidarietà. Quelli che ieri (25-10), durante lo sciopero radio-televisivo, si sono ritrovati sul grande universo della rete internet, nei forum cittadini e sulle chat si sono posti tutti la stessa domanda!! Reagiamo! Facciamolo in modo diverso, senza bandiere, senza vessili, facciamolo solo con la forza dell’amore che ci lega per la nostra città. Proprio da quelle discussioni è nata l’idea! Dopo telefonate, incontri, smentite e conferme, si è scelto. Facciamo sentire la nostra voce!! Scendiamo in piazza!!
I portavoce di questa iniziativa sono loro: centinaia di utenti collegati, di ogni età e da ogni parte d’Italia, su lameziaforum.it, vlc1919.it, sambiasecalcio.com, lametropolis.it, lameziaweb.biz che hanno fatto un coro unico, senza distinzioni, senza colori.
Sabato 28 ottobre 2006 vogliamo ricordarla come una data in cui ci siamo battuti per qualcosa di giusto, per un impegno concreto senza retorica. Invitiamo la cittadinanza tutta, a manifestare insieme a noi, insieme agli studenti, insieme alle associazioni, insieme alle istituzioni, in modo pacato, civile e soprattutto silenzioso, per il bene della nostra città. Alle ore 9.00 di sabato da Piazza della Repubblica facciamo che Lamezia tutta unita faccia sentire la sua voce; quella voce sempre dimenticata. Partecipa col cuore

Autore: Forum cittadini

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http://www.lameziaweb.biz/editoblog.asp?id=49

LAMEZIA TERME – ‘Facciamoci sentire per non farci seppellire’: e’ lo slogan su uno striscione che apre a Lamezia Terme il corteo anti criminalita’. Ci sono migliaia di persone, tra cui giovani e bambini delle elementari. La citta’ vuole dire no alla criminalita’ dopo gli attentati ed il duplice omicidio di giovedi’.Nel corteo il sindaco e tutta la Giunta. Lamezia e’ dei lametini e non sara’ mai proprieta’ della mafia’, ha detto il presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero

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http://www.lameziaweb.biz/new.asp?id=2935

Censure Barbariche

Ottobre 27, 2006

Venerdì scorso, nel programma “Invasioni Barbariche” di Daria Bignardi era
> ospite Loredana Bertè che, ad un certo punto, parlando dei tempi in cui
> era
> sposata col celebre tennista Bjorn Borg spesso ospite della Casa Bianca,
> ha
> affermato di aver conosciuto sia i Bush, padre e figlio, che i Bin Laden,
> padre e figlio, tutti alla Casa Bianca. Mentre si accingeva a scendere nei
> particolari e la Bignardi sudava freddo, la Bertè è stata censurata con
> un’immediata pubblicità.
>
vedi il video qui
http://davidemaggio.iobloggo.com/archive.php?eid=325

La parte in questione comincia al minuto 3:33 ed ovviamente al rientro dalla pubblicità la Bignardi ha portato il discorso su tutt’altri argomenti.

La parte incriminata, inoltre, è sparita dalla puntata messa online sul sito di La7.

Un episodio che dimostra come l’autocensura in tv sia ormai automatica, non c’è nemmeno bisogno di qualcuno che controlli, avviene tutto automaticamente.

Del resto anche Daria Bignardi, che finge di non capire i riferimenti della Berté a Bin Laden amico della CIA, tiene famiglia. Gli stessi addetti ai lavori e i cosiddetti giornalisti sanno quali temi si possono toccare e quali no.

Ma al tempo stesso, la vicenda mostra come ormai sia sempre più faticoso continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto.


Quando la famiglia Bin Laden faceva affari con la famiglia Bush
di Giancarlo Radice – Corriere della Sera

In spagnolo, la seconda lingua del Texas, si dice “arbusto”. In inglese
si traduce “bush”. Ed è proprio formando la compagnia petrolifera
Arbusto Energy che il giovane George W. Bush, attuale presidente degli
Stati Uniti, fa il suo debutto ufficiale nel mondo degli affari. E’ il
1978. Sono passati tre anni da quando ha terminato gli studi alla
Harvard Business School. Fra i compagni d’avventura imprenditoriale c’e’
anche James Bath, suo vicino di casa, compagno di Air National Guard e
amico intimo. Ma soprattutto Bath e’ un collaboratore di lungo corso
della Cia e uomo di fiducia in America della famiglia reale saudita.
Nella Arbusto Energy, non a caso, investono direttamente due fedelissimi
della corona di Riad. I loro nomi: lo sceicco Salem Bin Laden,
fratellastro di quell’Osama Bin Laden che sarebbe diventato piu’ tardi
il principe nero del terrorismo islamico, e Khaled Bin Mahfuz, uomo
chiave dello scandalo Bcci e oggi ritenuto uno degli alleati chiave di
Osama.

Ma quella fra i Bush e i Bin Laden e’ una saga che in realta’ comincia a
prendere forma molto prima. In Texas lo sceicco Muhammad Bin Laden, il
patriarca, inizia a fare affari fin dai ‘60. E nel 1968 muore in un
misterioso incidente aereo. Poi il testimone passa al figlio Salem.
Arriva in Texas nel 1973, costituisce ad Austin la compagnia aerea Bin
Laden Aviation ed entra presto nei circoli che contano, fra alta finanza
e politica locale. L’obiettivo e’ di stringere i legami necessari per
arrivare a influenzare la politica Usa a favore degli interessi sauditi.
La chiave d’accesso e’ George Bush, padre dell’attuale presidente, uomo
collegato alla Cia fin dai tempi della Baia dei Porci nel ‘61, poi
nominato a capo della Cia nel ‘76, salito alla Casa Bianca nell’81 come
vice di Ronald Reagan e infine, presidente degli Stati Uniti dall’88 al ‘92.
Così, fin dai primi anni ‘70, le storie e gli interessi delle due
famiglie s’intrecciano a piu’ riprese. Non solo negli affari comuni in
campo petrolifero e finanziario, ma soprattutto nelle vicende che hanno
scandito la politica Usa e internazionale. Un esempio su tutti:
l’affaire Bcci, il piu’ grande scandalo criminal-finanziario del secolo,
un magma di connivenze che e’ servito a coprire le operazioni in Iran e
nell’Iraq di Saddam Hussein, nel Nicaragua diviso fra Sandinisti e
Contras come nell’Afghanistan dei mujaheddin. Ed e’ servito ad
alimentare il riciclaggio di uno spaventoso flusso di denaro proveniente
da traffico di droga e armi.

Un ruolo fondamentale nella liaison Bush-Bin Laden lo svolge proprio
James Bath. All’epoca della Arbusto i suoi affari gravitano attorno a
una serie di piccole compagnie aeree (ottime clienti della Air America,
che si scopre poi essere una società di copertura della Cia). Ma Bath e’
anche molto altro: informatore della Cia, intermediario nella Bcci, uomo
di fiducia in America di Bin Laden, Mahfuz e, in definitiva, della
Corona saudita. E’ lui uno dei grandi finanziatori di quella Arbusto che
piu’ tardi, nell’82, George W. Bush trasforma in Bush Exploration Oil,
poi fonde con altre compagnie e infine trasforma in Harken Energy, in
una continua girandola di nuovi finanziamenti provenienti da paesi arabi
come da personaggi del giro Bcci o fedelissimi di casa Bush come James
Baker (ex segretario di Stato Usa).
A George W. Bush le attivita’ industriali fruttano molto denaro, ruoli
di primo piano nei consigli d’amministrazione e ricchi contratti di
consulenza, anche se le attività, in realta’, vanno malissimo (per due
volte la societa’ arriva alle soglie del fallimento, ma viene sempre
salvata dal consueto circolo di finanziatori). E fioccano le
super-commesse. Come quella dell’89, quando il governo del Bahrein
straccia improvvisamente un contratto con la Amoco e incarica la Harken
di un mega-progetto di estrazione petrolifera off shore , ben sapendo
che la Harken fino a quel momento non ha realizzato altro che qualche
piccola estrazione di greggio di Oklahoma e Louisiana (mai in mare) e si
trova in condizioni finanziarie disperate.

Solo un anno prima, nell’88, muore Salem Bin Laden. Anche lui in Texas.
Anche lui precipitando in aereo in circostanze misteriose. Ma le “strade
parallele” fra i Bush, Bath e le famiglie saudite non si fermano.
Attraversano buona parte degli anni ‘90, per poi scomparire
progressivamente dai rapporti d’intelligence. In Afghanistan la guerra
anti-sovietica e’ finita da un pezzo. La “pecora nera” della famiglia
Bin Laden, Osama, e’ ormai la mente occulta del terrorismo
internazionale. E George W. Bush comincia la sua marcia verso la Casa
Bianca.

Comitato nazionale scuola e legalità

Ottobre 25, 2006

Quando la serieta’, il contenuto, l’ impegno, la sostanza sono riconosciuti a livello istituzionali con la scelte di persone valide nell’organigramma di organi pubblici, non si puo’ che essere contenti.

Legalità, al via il Piano nazionale per la scuola
Roma, 23 ottobre 2006
La lotta a ogni illegalità inizia dalla scuola, dal rispetto dell’altro e delle regole della convivenza civile. Parte su queste basi il primo Piano nazionale sull’educazione alla legalità e alla lotta alla mafia.

Il primo passo è stato l’insediamento, nella sede del ministero della Pubblica Istruzione, del Comitato nazionale scuola e legalità – presieduto dal Ministro Giuseppe Fioroni – del quale fanno parte personalità che a vario titolo ogni giorno combattono il crimine, dal capo della polizia, Gianni de Gennaro al procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, da Maria Falcone ai vertici di Carabinieri e Guardia di Finanza e poi rappresentanti dell’associazionismo del corpo docente e dei ragazzi di Locri.

Obiettivo è quello di educare alla legalità con azioni didattiche, testimonianze, sinergie sul territorio e tra istituzioni diverse.
Vogliamo lanciare un segnale: “per vincere la mafia, diceva Giovanni Falcone, servirebbe sì un esercito ma di maestri delle scuole elementari. Ecco, la scuola è pronta, sta radunando l’esercito”, ha detto il Ministro Fioroni.

Lo diciamo prima di tutto – ha proseguito – a chi in questi ultimi tempi ha alzato il tiro contro le scuole: scuole bruciate, minacciate, devastate, sono il segnale che qualcuno punta anche su questo presidio dello Stato sul territorio.
La risposta è una maggiore presenza sul territorio ma anche una vera e propria offensiva educativa. La scuola non si tira indietro e dice no. Ma non basta dire no: bisogna dirlo con tutti i ministeri coinvolti e in più con le associazioni e il volontariato: da oggi questo no ha la forza di un fronte comune, trasversale e interistituzionale.

Vogliamo dire ai ragazzi – ha detto ancora Fioroni – agli insegnanti, ai presidi che lo Stato c’è, che in questa battaglia la scuola non è sola e che non si può vincere solo con alcuni presidi eroici ma con un’azione corale testimoniata da tutti quelli che oggi sono qui. E vogliamo dire alle organizzazioni criminose che a scuola ci si entra solo per studiare e che qualsiasi altro tentativo di infiltrazione è respinto al mittente, destinato a fallire.

Le violenze vanno estirpate tutte – ha concluso il Ministro – fuori e dentro la scuola, anche il fenomeno del bullismo: 1 ragazzo su 2 dice di aver minacciato o picchiato qualcuno dei suoi compagni a scuola, (come riporta un’indagine di Telefono azzurro-Eurispes. del 2002), altri dati parlano di 1 ragazzo su 2 che subisce episodi di violenza verbale, psicologica o fisica. Il 33% dei ragazzi delle superiori sarebbe una vittima ricorrente di atti di bullismo. Neanche questo è più tollerabile”.

All’incontro hanno partecipato: Maria Chiara Acciarini, Luigi Berlinguer, Maria Bonafede, Salvatore Calleri, Giovanni Cannella, Don Ciotti, Angela Cortese, Maria Coscia, Nando Dalla Chiesa, Ermenegilda De Caro, Giovanni De Gennaro, Maria Falcone, Giuseppe Finocchietti, Piero Grasso, Tano Grasso, Vittorio Greco, Gianluca Guida, Roberto Iannello, Carlo Madia, Piero Marrazzo, Don Mazzi, Luigi Merola, Giovanni Moro, Adriana Musella, Maria Patrizia Paba, Anna Maria Pancallo, Gianfrancesco Siazzu, Benedetta Sili, Roberto Speciale, Vittorio Trani, Fernanda Tuccillo.

fonte:
http://www.pubblica.istruzione.it/ministro/comunicati/2006/231006.shtml

MEGALOMANIA,. MITOMANIA.

Ottobre 22, 2006

I libri a volte forniscono le rispoeta molti dubbi. Per questo io raccomando a tutti di leggere. E’ fondamentale per avere gli strumenti adatti a compredenre quello che ti capita di vivere.

Due piaghe dei nostri tempi sono la Megalomania, la mania di grandezza, e di Mitomania, la mania di mentire a scopo di esaltazione psicologica di sé.

La megalomania è di solito una patologia più che evidente a buona parte di coloro che condividono col soggetto la sua vita privata. Sia perché la persona che ne è affetta si chiude in un mondo tutto suo, che finisce per danneggiarlo, rendendolo una persona fragile e patetica, sia perché sovente egli, per corroborare le sue fantasie o i suoi progetti, compie degli atti che finiscono per mettere nei guai proprio coloro che gli sono più affezionati o che, per leggerezza, si fidano di lui.

Tuttavia, per quanto grave ed evidente agli altri, la condizione patologica di megalomania è dal soggetto stesso ostinatamente negata, per via dell’insopportabile angoscia collegata al prendere coscienza d’essere un malato, un «menomato». Questa negazione fa sì che l’aspirazione alla grandezza venga rilanciata all’infinito, trasformandosi sempre più in una sfida paranoide contro il tempo, contro gli altri e contro il destino.

Pertanto, nonostante il megalomane viva in apparenza in una condizione di sicurezza emotiva e di esaltazione di sè, la sua megalomania nasconde un aspetto molto insidioso: il terrore del crollo depressivo.

Il megalomane vive in uno stato di eccesso maniacale permanente, cioè di esasperato entusiasmo e di esagerato apprezzamento di sé, perché intuisce che al di sotto di questa sottile lastra di ghiaccio si cela l’abisso della devastazione depressiva.

In realtà egli ha una stima di sé bassissima, collegata ad antiche percezioni primarie (giudizi negativi da parte dell’ambiente, modelli di riferimento posti come inarrivabili o anche la coscienza primaria di deficit e handicap, accompagnati dalla derisione, dal disprezzo o dalla compassione altrui). Quindi egli vive da leone, in fuga continua dalla coscienza di sé, che vorrebbe rigettarlo a contatto con la sua immagine interna negativa.

Con gli anni, il megalomane associa a questa immagine interna negativa un angoscioso bisogno di punizione, dovuto sia all’antico disprezzo di sé, che ai sensi di colpa maturati nel corso della vita per via dei suoi sleali e pericolosi comportamenti. Il bisogno di punizione si struttura allora in un masochismo morale, un «volersi male» che lo minaccia di annientamento. In quest’ottica e in questa fase della malattia, i conflitti che egli riesce a procurarsi hanno come segreto fine quello di causare la propria distruzione.

La mitomania (o pseudologia) è una sottile variante della megalomania. Mentre il megalomane ha il bisogno di esporre di continuo i suoi progetti alla prova di realtà (ricavandone guai a non finire), il mitomane, esperto nella suggestione e nell’inganno, evita di esporsi al crollo depressivo che può sortire dal deludente impatto con la vita reale.

Egli preferisce fasciarsi di fantasie, ingannare sistematicamente gli altri eludendo ogni possibile confronto; ma alla fine la vita reale o comunque quella psicologica gli chiedono un conto che egli non è mai in grado di pagare.

A questo punto il suo destino è in tutto identico a quello del megalomane: l’esaltazione maniacale di sé cede alla più nera depressione, oppure, in casi non poco frequenti, subisce ad opera della realtà una punizione terribile (fallimenti economici e affettivi, denunce e beghe giudiziarie o, se va male, malmenamenti e persino uccisioni).

Soluzioni? Prima o poi il maniacale va in stress, diventa abulico o finisce in depressione. E’ a questo punto che bisogna suggerirgli e anzi imporgli la psicoterapia.

Se egli invece non ha un crollo psicologico, ma piuttosto eleva la sua sfida col mondo mirando in tal modo a farsi dei nemici e a farsi fare del male, occorre insistere ossessivamente nel segnalargli che egli non solo sta vivendo una fuga esaltata e maniacale da se stesso, priva di equilibrio e di gratificazione, ma sta anche cercandosi una punizione risolutiva, che può talvolta coincidere con la morte.

La psicoterapia dovrà allora avere diverse mete tra loro collegate.

In primo luogo, dovrà scoprire la genesi dell’immagine di sé negativa, se essa cioè affondi negli anni di formazione dell’identità personale, oppure in una ideologia della grandezza individuale che tormenta il soggetto e in rapporto alla quale egli si sente e si sentirà sempre ridicolmente piccolo.
In secondo luogo, dovrà risolvere l’impotenza psicologica causata dall’immagine di sè negativa, che di solito comporta la paralisi delle proprie volontà e azioni nel mondo o una iperattività maniaca tesa al riscatto grandioso di sè, quindi comunque un sistematico difetto di misura.
In terzo luogo, la psicoterapia dovrà risolvere la radicata dipendenza del soggetto dall’opinione altrui (portata dentro di sé): il suo drammatico attaccamento ad un ideale sociale interiorizzato e, più in generale, al giudizio sociale tout court, di cui egli è, in fondo, un’inconsapevole e patetico schiavo.
Infine, la psicoterapia dovrà porsi – per quanto possibile – il problema dell’impotenza pragmatica, reale, causata dalla prolungata assenza di rapporto fra il soggetto e il mondo. Più le nostre angosce e le nostre illusioni ci allontanano dal confronto con le cose reali, più cresce un’impotenza reale, oggettiva: una effettiva ignoranza e inesperienza delle cose del mondo.

fonte:

http://www.vertici.com/rubriche/approfondimenti/template.asp?cod=8910

ULTIMA FERMATA!…L’INCUBO

Ottobre 21, 2006

Cancellato il pizzo sulla circolazione delle informazioni

Ottobre 21, 2006

La Commissione Bilancio alla Camera decide di togliere dal collegato alla Finanziaria quelle misure che hanno allarmato rete ed editoria e che avrebbero modificato il diritto d’autore

Roma – La notizia l’ha data in una nota Franco Grillini, deputato dell’Ulivo: è quella della cancellazione di certe misure del collegato alla Finanziaria che, come ben sanno i lettori di Punto Informatico, rischiavano di creare non pochi problemi alla libera informazione in rete. Una questione talmente centrale da aver spinto la celebre associazione Peacelink a varare una campagna di informazione e protesta.

“La commissione Bilancio della Camera – spiega Grillini – ha soppresso la parte relativa all’editoria ricompresa nel collegato fiscale. Per questa parte avevo presentato un emendamento che abrogava la proposta di far pagare, a qualsiasi titolo, la rassegna stampa”.

In sostanza la Commissione ha abolito l’art. 32 destinato a modificare le attuali normative sul diritto d’autore in senso restrittivo, proponendo un complesso sistema di autorizzazioni e compensi per la riproduzione parziale o totale con qualsiasi mezzo di articoli di riviste e giornali. Gli effetti sulla libera circolazione di informazioni in rete con una normativa di questo tipo avrebbero potuto essere ad ampio raggio.

“Si trattava – sottolinea Grillini – di un provvedimento non necessario, difficile da applicare e che avrebbe finito per limitare la libertà di diffusione delle informazioni e di circolazione delle idee”.

Ma la storia di questo articolo potrebbe non finire qui. La cancellazione in Commissione fa sì, infatti, che l’argomento sia rimosso anche dal futuro dibattito in Aula. Ma esiste la possibilità che il Governo presenti nuovamente il testo di quell’articolo in una fase successiva, quando cioè decidesse di chiedere la fiducia sul collegato. La richiesta di fiducia, come noto, si traduce in un voto diretto sul provvedimento senza spazi per correzioni ed emendamenti. La speranza, dunque, è che il Governo prenda atto della cancellazione avvenuta in Commissione.

Lo spiega lo stesso Grillini: “Rivolgo un appello alla Presidenza del Consiglio dei Ministri affinché nella discussione, prevista per la prossima settimana, qualora si ponga la questione di fiducia questo articolo non sia reintrodotto”.

FONTE
www.puntoinformatico.it

"A casa nostra"

Ottobre 20, 2006

La Festa del Cinema di Roma mi interessa particolarmente, perché un caro amico debutta come regista col film “Lettere dalla Sicilia”, una storia molto bella ambientata nella Sicilia da Grand Tour di metà Ottocento.
http://www.pacocinematografica.it/content_ita/index.php?option=com_content&task=view&id=17&Itemid=27
E grazie a Manuel, debutto anch’io, come comparsa :-D


Un altro film italiano, poi, che mi pare degno di nota è “A casa nostra” della Comencini, che indaga nei meandri della “capitale morale d’Italia”, per farne emergere la sua triste essenza.
Non sono un leghista al contrario, e non ho assolutamente nulla contro padani e milanesi (i milanesi, peraltro, sono coi veneziani senza dubbio i padani più evoluti e signorili); mi preme invece che si diradi quella specie di nebbia ideologica post-risorgimentale, che in quasi un secolo e mezzo ha tirato fuori il peggio da tutti gli italiani (sempre ammesso e non concesso che esista questa benedetta nazione italiana), e ha fatto dell’Italia un Paese ridicolo e scandaloso insieme.

Un Nord Italia (apparentemente) “risorgimentato” ai fasti del Rinascimento del Quattrocento; ma solo apparentemente, perché non ha compreso che quel suo Rinascimento era il frutto (o sarebbe meglio dire: il fiore) di una civiltà cristiana che si era sposata col meglio della civiltà pre-cristiana, quella greco-romana, quindi col contributo assolutamente indispensabile ed insostituibile dell’Italia a sud di Roma.
I mercanti fiorentini e veneziani avevano sì creato, con le loro enormi risorse economiche, le condizioni perché tanti artisti esprimessero al meglio il loro genio; ma senza il substrato culturale di cui accennavo sopra, Firenze-Genova-Milano-Venezia di allora non sarebbero state niente di più e di meglio delle odierne Lussemburgo-Liechtenstein-San Marino-Montecarlo; ovvero degli staterelli ricchissimi ma politicamente insignificanti, e senza alcun particolare “surplus” artistico…
E oggi, di quell’antica ricchezza del Nord Italia non si vede l’ombra (la ricchezza si valuta in proporzione a quella di altri Stati del mondo, come quelli del Nord Europa), tranne che in strettissime, avide e sterili elites (quelle descritte nel film della Comencini), e il peso culturale dell’Italia nel mondo, che da sempre è stato molto consistente, è oggi svanito e sostituito da vagonate di (meritati) insulti…

(da repubblica.it del 20/10/2006)
“A casa nostra”, un mondo in cui l’unico scopo è il guadagno
Nel cast tra gli altri Luca Zingaretti, Valeria Golino e Laura Chiatti
La Milano ossessionata dai soldi nelle storie di Francesca Comencini
di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA – In principio fu la Milano da bere. Poi arrivò la Milano di Tangentopoli, che travolse potenti e luoghi comuni (vedi il mito della capitale morale). E adesso, ecco la Milano dei furbetti dell’alta finanza: quelli che scalano la Borsa, che flirtano con l’illegalità, che hanno spie tra i giudici. Quelli delle belle case, delle mogli ricche e spesso depresse, delle amanti di lusso tutte passerelle e cocaina.

Un mondo con un unico scopo: i soldi. L’ossessione del danaro. Perché nell’Italia di oggi – e, a maggior ragione, nel suo maggiore centro economico – ogni cosa ruota intorno al guadagno. Almeno, è questo che emerge dalla visione di A casa nostra, regia di Francesca Comencini, con Luca Zingaretti, Valeria Golino e Laura Chiatti. Di scena, oggi alla Festa del cinema. E presentato ieri sera, in anteprima, alla stampa.

[...]

Santoro….il tramonto

Ottobre 19, 2006

A cominciare dai capelli si capisce che non e’ piu’ lui. Anni ad aspettare il rientro (lui), settimane per aspettare la fine del ciclo di trasmissioni(noi).
L’eta’ avanza. I migliori sono andati via. Iacona, Costamagna, Venditti.
Chi e’ rimasto campa di rendita su un qualcosa che ormai non esiste piu’.
Il giornalismo di inchiesta (?), il pubblico competente(?), ma alla fine al telespettatore non resta che discutere su cosa sia successo ai capelli di Santoro, poiche’ altro da porre all’attenzione non c’e’.
Cosa dire?…siamo nell’epoca delle apparenze. Tutti preoccupati ad essere inquadrati. Per fortuna lo spessore inesistente non puo’ essere truccato, per cui basta sentir parlare per capire il livello delle discussioni e dei loro protagonisti.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque! La speranza non finisce mai, e noi speriamo che, finalmente, la televisione sia fatta dai migliori e mostri il meglio di ogni realta’.
Per il momento la televisione e’ eterea come i pensieri di chi la popola.
ANche gli ospiti fissi sono influenzati dalla evanescenza intellettiva dai loro compagni di una sera. SI domandano..ma chi li ha invitai..e ..perche’?…
ce lo domandiamo anche noi ..telespettatori…sorpresi da cotanta vuotezza…
Se gli autori di queste trasmsissioni facesero un minimo di sforzo nel preparare per bene cio’ che poi hanno il coraggio di mandare in ond, avrebbero capito che si dovevano scartare per primi coloro su cui hanno costruito l’intera trasmissione.
Chi e’ causa del suo mal pianga se stesso.
E’ ora l’auditel dia il suo responso.!

P.S.

MA CHE COSA HA FATTO SANTORO AI SUOI CAPELLI?