Archivio per Novembre 2006

Il meridionale tenuto all’oscuro della sua autentica identità

Novembre 29, 2006

(immagine tratta dal sito www.superterrone.com)

Rubo all’amico Salvator Rosa, delegato dei Neoborbonici di Ascoli Piceno, questo quadretto sociologico che aveva postato su un forum qualche tempo fa.
Vi pare sensato / interessante / utile?

La classe su cui, da sempre, agisce il potere economico-politico per portarlo dalla sua parte è la classe medio borghese – e questo è assunto non da me concepito (Weber). Si sa pure che il mezzo più efficace, perché costante e capillare, è il mass-media. La televisione, precisamente, che si frappone tra noi e il mondo, ci mostra i buoni e cattivi e la classe media si riconosce sempre nei “buoni”. Essa, cioè, non è critica, rispetto a questo mezzo che gli presenta un mondo di buoni e di cattivi. I “borghesimedi” guardano i fetenti in TV e sanno solo che devono sentirsi diversi.
Quando i “cattivi” (che in realtà sono funzionali al sistema) sono mostrati, il borghese meridionale dice: “Ma che paese ‘e mmerda, hanno ragione a ce shifà proprio”.
Quando il figlio dello stesso meridionale, laureato, cerca il lavoro – e non lo trova -, il papà mica si pone il problema che la corruzione è funzionale allo stesso sistema economico. Mica si indigna di un sistema Paese che impone l’emigrazione del proprio figlio.
Dice, piuttosto: “Che paese ‘e mmerda, cca se va annanze solo cu ‘e solite cavece ‘nculo”. Riferendosi ovviamente al Meridione. Quando poi lo stesso figlio trova il lavoro al nord (mica il sistema era fesso che si lasciava sfuggire uno con quelle competenze), il papà “borghese medio” è contento e dice: “Nun ce stà niente a fà, ‘o nord vanno annanze pe merito, mica comm’è cca…”
Il figlio che, “finalmente”, ha l’illusione di essere riconosciuto per le competenze che ha, sarà il primo a dir bene del paese che lo ha accolto. Poco importa se deve posare quasi tutto lo stipendio, almeno lavora. Invece al sud…

L’analisi potrebbe essere approfondita e rivelare cose molto interessanti.
I meridionali in genere si vergognano della loro meridionalità, sono i primi a scagliarsi contro le loro terre di provenienza che i media gli rimandano come ambienti corrotti e insanabilmente degradati.
I napolitani emigrati però, ho rilevato personalmente, sono un caso a parte: I napolitani – a volte – paradossalmente accettano di buon grado gli stereotipi che sono stati creati per loro e invece di dissentire o nascondere la propria napolitanità se ne fanno vanto (per un meccanismo psicologico anche lo stereotipo che gli si attribuisce – assolutamente montato e fattoglielo indossare per forza – diventa il simbolo di una forte identità negata).
Quindi questa identità, anche se negativa e creata ad arte, diventa per lui motivo di vanto e genera pure un complesso di superiorità sbagliato.
E’ facile che al cospetto di un insulto collettivo rivolto alla napolitanità in generale, il soggetto offeso risponda (o pensi) “per forza, siamo più furbi!”

Grande Fabio!!!

Novembre 28, 2006

L’innaffiatore del cervello di Passannante

Novembre 27, 2006

Ciao belli,
E’ da tanto che non scrivo nel Blog alla deriva. E per farmi perdonare vi propongo una storia molto interessante.

La storia inizia nel paese di Savoia di Lucania, piccolo comune della Basilicata, dove gli abitanti, nonostante siano passati 126 anni dalla cancellazione dell’antico nome di Salvia, si chiamano ancora oggi salviani. Il paese cambiò nome in modo repentino e brutale l’indomani dell’attentato contro re Umberto I di Savoia, in visita a Napoli il 17 novembre 1878. Chi attentò – o per meglio dire provò ad attentare, perché procurò delle ferite del tutto superficiali usando un piccolo temperino comprato al mercato in cambio della propria giacca – alla vita del re fu Giovanni Passannante, nativo di Salvia. Il lascito brutale di quel tentativo anarchico di vendicare il malessere dei contadini del sud fu l’imposizione del cambiamento di nome al paese che aveva dato a Passannante i natali. Così Salvia cambiò nome in onore della casa regnante, cui era stata recata offesa; e si chiamò da allora Savoia di Lucania. Non solo. La famiglia dell’anarchico fu sconvolta e massacrata: madre e fratelli vennero rinchiusi nel manicomio di Aversa come espiazione per aver partorito un tale «mostro» .

Passannante fu rinchiuso in una torre sull’isola d’Elba. La sua cella buia, grande un metro per due e con il soffitto bassissimo che impediva al prigioniero di stare in piedi, era sotto il livello del mare. Si ammalò, cominciò a cibarsi dei propri escrementi. Anni dopo fu trasferito in un manicomio criminale dove morì nel 1910.

Al cadavere fu tagliata la testa. Il corpo fu dato in pasto a cani e maiali, il cranio e il cervello furono esposti nel museo criminologico di Roma dove ancora adesso possono essere “ammirati” pagando 2 euro.

E’ nata una petizione che chiede di poter dare all’anarchico degna sepoltura. Neanche i resti di Hitler ricevono un così indegno trattamento. Firmatela!

(il titolo del post proviene dall’ononima opera teatrale di Ulderico Pesce)

(*Il titolo dello stimolo proviene da un’ononima opera teatrale di Ulderico pesce.)

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Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei

Novembre 27, 2006

Chi come me è credente, riesce a scorgere una costante attenzione della Madonna nei confronti del martoriato popolo delle Due Sicilie: prima a La Salette in Francia, poi a Gaeta in territorio napoletano (dove nel 1848 suggerisce al papa il dogma dell’Immacolata Concezione), poi a Lourdes un paio d’anni prima della drammatica invasione garibaldina e piemontese, ed ancora a Pompei fino alle recenti apparizioni a fratel Cosimo, in Calabria.
Di Pompei vorrei parlare qui, intanto perché è la mia città natale, ma soprattutto perché la Madonna del Rosario è la mia protettrice.
Questa che ho copiato e incollato qui, è la storia del fondatore del Santuario, il beato Bartolo Longo.
A prescindere da qualsiasi considerazione spirituale, è una storia molto bella e avvincente. E noi meridionali siamo da sempre molto sensibili alle storie belle, a partire da Eschilo e i drammaturghi greci, che 2500 anni fa emozionavano ed educavano alla bellezza e alla morale i nostri pro-pro-progenitori, fino ad arrivare a Pirandello e a De Filippo, passando per tutte le infinite tradizioni popolari di ogni paese, villaggio e piccola contrada.
E’ grazie a questo “atavico allenamento” che riconosciamo facilmente, devo dire più facilmente degli altri, se un racconto è pieno di bellezza e verità, oppure se è invece un inganno brutto come la morte.

UN PUGLIESE TRAPIANTATO A NAPOLI
Crisi di identità.
L’universitario Bartolo Longo, proveniente da Latiano (Br), dove era nato nel 1841, si trovava a Napoli per riprendere gli studi di giurisprudenza interrotti a Lecce a causa del nuovo clima politico creatosi dopo la raggiunta unità d’Italia. L’Università di Napoli fu per il giovane Bartolo Longo un banco di prova, non per gli studi, nei quali sempre primeggiò fino ad una brillante laurea e ai successi del foro, ma per la sua fede e la pratica della vita cristiana.
Il contatto con Professori assai rinomati, anche perché patrioti finalmente liberi da persecuzioni politiche ma avversi ad ogni idea di cristianesimo, gli fu fatale. La goliardia fu anche sinonimo di scristianizzazione. Non che abbandonasse completamente la preghiera e un sia pure esile respiro di fede, ma il Bartolino degli anni di prima giovinezza era irriconoscibile. In questa crisi, ciò che maggiormente lo disorientò fu la lettura di un libro: la vita di Cristo di Rénan, razionalista e perciò in aperta opposizione a tutto ciò che sapesse di soprannaturale. Nel dubbio sulla divinità di Gesù Cristo, un altro abisso si aprì davanti ai suoi passi: un amico lo avvio alla pratica dello spiritismo. Qui egli pensò di trovare le risposte ai suoi dubbi, e vi si tuffò con tanto fascino da diventare sacerdote dello spiritismo. Ma gli costò caro: non solo si annebbiò la mentalità cristiana, ma anche la salute restò danneggiata, in quanto i prolungati digiuni cui veniva assoggettato per acquistare sempre nuova sensibilità nelle oscure trame dello spiritismo, gli fiaccarono irrimediabilmente l’apparato digerente, in particolare l’intestino.
VIE UMANE TRACCIATE DA DIO
Vegliava però la Provvidenza Divina su di lui, e, come fu un amico ad aprirgli la strada dello spiritismo, così un amico, il suo conterraneo Prof. Vincenzo Pepe, uomo di santa vita, con la preghiera sua e di altre sante persone, lo trasse dall’errore. Il 29 maggio 1865, nella chiesa di S. Domenico Maggiore in Napoli, Bartolo Longo gettava ai piedi del confessore, il P. Alberto Radente domenicano, il carico delle sue colpe. E, dopo un mese di colloqui giornalieri, – narra egli stesso – rifece la sua Prima Comunione. Era il 23 giugno 1865. La forza del mistero pasquale appare immediatamente nell’esperienza di questo giovane che torna alla vita cristiana come un naufrago alla riva. Tutto è nuovo per lui e tutto dev’essere rinnovato intorno a lui. Gli stessi ambienti che lo hanno visto ribelle egli intende evangelizzare radicalmente. E piovono i frizzi degli ex amici su questo “sprovveduto e improvvisato profeta.. .”. Egli accetta con umiltà e con spirito penitenziale: deve riparare. La conoscenza di persone eminenti nell’impegno cristiano, tra cui la Ven. Caterina Volpicelli, apostola del S. Cuore, lo collocò in un ambiente di intenso fervore. Qui conobbe la Contessa Marianna Farnararo, pugliese anche lei, vedova del Conte Albenzio De Fusco, proprietaria di terreni in Valle di Pompei. La distanza dei suoi fondi, l’inesperienza in materia di affari e il numero notevole dei figli, impedivano alla signora di amministrare oculatamente e con profitto i suoi beni. L’Avvocato si offre gratuitamente a fare da amministratore. Questa circostanza lo conduce a Valle di Pompei ai principi di ottobre 1872.
A VALLE DI POMPEI
Valle di Pompei, men che un villaggio, si estendeva nella plaga vesuviana, a pochi passi dalla antica città romana, divisa in vari comuni e con una piccola chiesa che faceva da parrocchia: stinta, con ragnatele e un altare di legno dissestato. Non un vigile urbano, non una scuola: nulla che potesse indicare presenza dell’autorità civile. Di fronte alla parrocchia sita al lato Nord della strada nazionale delle Calabrie, esisteva una taverna che, divenuta proprietà del Conte De Fusco, era stata ampliata e resa abitabile. Qui dimorava nelle sue visite a Pompei, l’Avv. Bartolo Longo. Da pochi giorni egli è a Valle, quando una tempesta gli scoppia nell’animo: il ricordo del tempo passato nella colpa e l’incertezza del perdono del Signore. Egli stesso narra che, in preda alla disperazione, si pose in cammino per una strada polverosa in un giorno quanto mai grigio. Camminava frettolosamente senza sapere dove andasse, fin quando, entrato in un vicoletto chiamato Arpaia, udì una voce, che nell’animo gli sussurrava: “Se vuoi la salvezza, propaga il Rosario. E’ promessa di Maria: chi propaga il Rosario si salva”. Sorpreso, si sente rianimato, e, nella solitudine e nel silenzio della campagna, grida: “Se è vero che tu hai promesso a S. Domenico che chi propaga il Rosario si salva, io mi salverò, perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver propagato il tuo Rosario”. L’eco lontana di una campana che suonava l’Angelus di mezzogiorno lo piegò in ginocchio sulla nuda terra a pregare. Alzatosi, si accorse che una lacrima gli grondava dagli occhi, ma soprattutto provava una insolita, mai gustata pace. Egli stesso ritenne che gli assalti del male contro di lui erano vinti definitivamente. Bisognava darsi all’opera; ed eccolo catechista, collaboratore parrocchiale, animatore di un popolo, organizzatore di feste popolari a sfondo religioso. Una fiamma gli brucia nell’animo. Un’idea geniale è l’organizzazione di una Missione Popolare affidata a tre Sacerdoti secolari della Diocesi di Castellammare di Stabia, nella prima metà del novembre 1875.
Egli narra: “… Udivi la sera, dopo la predica, per queste campagne, innanzi mute e solitarie, risuonare il dolce saluto a Maria, mentre che gli abitatori, tornandosi a casa in vari capannelli, cantando il Rosario, si disperdevano per le vicine terre…”. Questo fervore sembrò il clima adatto per lanciare finalmente la campagna del Rosario quale impegno personale e comunitario dei Valpompeiani.
LA LOGORA TELA
Occorreva un’immagine della Madonna del Rosario. Non la si poteva trovare che a Napoli; e qui si reca il 13 novembre 1875 pensando di acquistare un quadro già visto altre volte in un negozio di Via Toledo (ora Via Roma). Un incontro provvidenziale col suo confessore, Alberto Radente, gli evita inutili patteggiamenti di prezzo. Il P. Radente aveva acquistato, molti anni prima un quadro della Madonna del Rosario da un rigattiere per sole L. 3,40, allo scopo di sottrarlo a quella profanazione fra tanto ciarpame. Dopo averlo tenuto per alcuni anni nella sua cella, aveva dovuto liberarsene perché scacciato dal Convento a seguito delle leggi eversive che incameravano i beni della Chiesa in Italia dopo la raggiunta unità. Aveva prudentemente consegnato il quadro ad una Suora del Rosariello di Porta Medina, Sr. M. Concetta De Litala, che, nella sua pietà delicata, lo custodiva gelosamente. Il P. Radente propone a B. Longo di accettare quel quadro: pur non presentando alcun valore, poteva servire per una chiesa di campagna. La Suora poi l’avrebbe ceduto volentieri. L’impressione di Bartolo Longo di fronte a quel quadro è tutt’altro che favorevole: “…Provai una stretta al cuore al primo vederlo… Chi mai dipinse questo quadro? Misericordia!… Deformità e spiacevolezza del viso… manto screpolato e roso dal tempo e bucherellato dalla tignola… screpolature… distaccati e caduti qua e là brani di colore… bruttezza degli altri personaggi: S. Domenico e S. Rosa… una S. Rosa con una faccia grossa, ruvida e volgare…”. Ma non c’era da discutere: o prendere o lasciare. La suora lo incoraggiò con parole assai suadenti . C’era poi una difficoltà: il quadro doveva essere a Pompei la sera di quel sabato 13 novembre, e l’Avvocato, date le dimensioni piuttosto notevoli, non si sentiva di portarlo con sé in ferrovia viaggiando in quarta classe. Gli balena nella mente un’idea: è a Napoli Angelo Tortora, un contadino di Valle di Pompei che fa trasporti di materiali vari. Non c’è che da chiamarlo, perché non si rifiuterà. E infatti non si rifiutò: accolse il quadro avvolto in un lenzuolo e, assicurando che in serata sarebbe stato a Pompei, si accomiatò. Il brav’uomo aveva caricato il suo carretto del letame delle stalle dei signori di Napoli da distribuire ai contadini di Valle per la concimazione dei campi. Su quel carico adagiò, con molta semplicità, il quadro della Madonna, che arrivò così a Valle di Pompei sull’imbrunire del 13 novembre 1875, trasportato da un carro di letame. Pare di trovarci di fronte ad una favola. No, è storia vera, che, per di più, in un certo senso, richiama la nascita del Redentore nella stalla di Betlemme. Non fu possibile esporre quel quadro; lo si dovette ritoccare. Vi pose mano un pittore, Guglielmo Galella, che era solito riprodurre le immagini dipinte negli Scavi dell’antica Pompei. Intanto è a Pompei il Vescovo di Nola (Valle di Pompei faceva parte di quella Diocesi). Egli non può non rallegrarsi del nuovo fermento di fede e dell’opera di quell’avvocato. Ma, da saggio pastore, guardando lontano, invita alla costruzione di una chiesa nuova; e indica quale dev’essere il terreno da acquistare, aggiungendo, per prevenire ogni possibile illusione: “… Ma siete disposto ad essere chiamati ladri, briganti e trascinati per le vie di Napoli quasi facinorosi e malfattori? Se siete a ciò disposti, voi compirete l’opera di Dio, …altrimenti non concluderete nulla”.
IRROMPE IL SOPRANNATURALE
Cominciano così le peregrinazioni di questo sant’uomo per i casolari di Valle e dovunque potesse sperare di trovare offerenti per un soldo al mese. Anche la Contessa De Fusco, sulle prime restia a stendere la mano, si incoraggiò a chiedere. E a lei toccò essere testimone del primo prodigio operato dalla Madonna sotto il titolo del Rosario di Pompei. Il 3 febbraio 1876 lei, recatasi in casa Lucarelli a Via Tribunali n. 62 (Napoli), chiedeva la sottoscrizione di un soldo al mese per la costruzione di una chiesa a favore dei poveri contadini di Valle. La signorina Anna, sensibilissima alla carità, fu pronta a dare il suo contributo, non certo limitato a un soldo, ma parlò alla Contessa De Fusco di una sua nipotina dodicenne, Clorinda, affetta da epilessia assai grave con crisi più che giornaliere, giudicata inguaribile dal celebre Prof. Cardarelli. Il 13 febbraio, giorno in cui l’immagine della Madonna, restaurata alla meglio, veniva esposta in Pompei alla pubblica venerazione e il popolo si impegnava nella recita del Rosario, Clorinda guariva perfettamente: non più neanche un accenno ad una benché minima convulsione. Era il primo di una lunga serie di miracoli, che costelleranno la storia del Santuario di Pompei. Il fervore derivante dall’incalzare dei prodigi spinge il Vescovo a porre immediatamente la Prima Pietra del futuro tempio nel terreno da lui indicato, e, per la verità storica, comprato a caro prezzo. La data che Bartolo Longo propone è l’8 maggio, festa, allora, di S. Michele Arcangelo, venerato al Monte Gargano. Egli voleva, per profonda devozione verso l’Arcangelo, porre la nuova chiesa sotto la sua protezione particolarissima. I sistemi piuttosto semplicistici nel progettare la nuova chiesa senza ricorrere ad architetti per timore di spendere troppo, ritardarono i ritmi di costruzione, ma la Provvidenza Divina apriva ben presto una strada: l’Architetto Antonio Cua, uomo di santa vita, si offriva a rifare di sana pianta il progetto e dirigere gratuitamente i lavori.
IL RESTAURO DEL QUADRO
La tela della Madonna, restaurata dal pittore Galella, appariva ancora assai dozzinale. Occorreva una mano di vero artista. E venne l’artista, offertosi anch’egli gratuitamente: il Prof. Federico Maldarelli dell’Accademia di Napoli. Con l’aiuto del Signor Francesco Chiariello, che mise in atto la sua vasta esperienza in materia di restauro, egli rese alla tela un aspetto tutto nuovo; per di più l’immagine di S. Rosa fu mutata, per volere di Bartolo Longo, in quella di S. Caterina da Siena, che egli era solito chiamare sua sorella e figlia primogenita di S. Domenico. Ma, nonostante la perfezione artistica, il volto della Madonna mancava di qualcosa. Narra Bartolo Longo che il giorno 8 dicembre 1881, quando il Quadro “venne tolto dalla vecchia e crollante parrocchia del SS. Salvatore e fu posto in una cappella nuova… da quel giorno cominciò nella fisionomia della celeste Regina a ravvisarsi una bellezza, una maestà ed una confidenziale dolcezza, che non vi si ravvisavano innanzi… E’ raggio di bellezza, di dolcezza e di maestà insieme che piove da quel ciglio e che fa piegare il ginocchio e battere il cuore a quanti con fede si accostano in questo Santuario a quella vecchia tela. Io sono convinto che con un visibile portento la Vergine abbia abbellito la sua figura…”.
IL TEMPIO E LE OPERE SOCIALI
Una tappa importante è segnata all’8 maggio 1887. E’ consacrato il nuovo altare ed è inaugurato il trono della Madonna. In quel giorno nasce anche la prima Opera sociale di Pompei, l’Orfanotrofio Femminile ad esclusivo carico del Fondatore unitamente alla Contessa Marianna De Fusco, divenuta, dal 1 aprile 1885, sua consorte. La prima bambina, orfana di ambo i genitori, è di Venezia e si chiama Maria. Ben presto saranno cinque, poi quindici, poi cominciano a non contarsi più. 1891, 6 maggio: Consacrazione della nuova chiesa. 1891, 24 maggio: Appello di Bartolo Longo ai devoti della Madonna e agli uomini di buona volontà di tutto il mondo per la fondazione di un’Opera per i Figli dei Carcerati. Era un grido che il Fondatore aveva compresso nell’animo per molti anni, mentre difficoltà su difficoltà e pareri contrastanti vi si opponevano. La fiamma della carità prevalse su tutto; e nel 1892 veniva accolto il primo figlio di carcerato, un calabrese, che poi fu Sacerdote. Un’opera gloriosa, ma combattuta dalla cultura, dalla scienza positivista del tempo, che non riconosceva la educabilità del figlio del delinquente. Con i fatti e con gli scritti, egli dimostrò il contrario, anzi, attraverso la carità offerta ai figli, riuscì a riscattare i genitori colpevoli.
IL CALVARIO
Ma sul fulgido meriggio cala d’improvviso la notte: una penna assai forbita ed astuta tesse ingiuriose calunnie sull’apostolo di Pompei e, abilmente rivestite di verosimiglianza, riesce a farle giungere sul tavolo del Papa Pio X. Sono anni di buio dolorosissimo che però provvidenzialmente servono a consolidare l’Opera di Pompei. Infatti, Bartolo Longo e la Contessa De Fusco, attuando un saggio consiglio del sempre rimpianto P. Ludovico da Casoria, con atto notarile del 12 settembre 1906, donano tutto al Papa. Da quel giorno l’Opera di Pompei, divenuta Pontificia, acquista ufficialmente il carisma dell’universalità. La strategia divina non si smentiva. Già il Papa Leone XIII aveva chiamato il Santuario di Pompei “parrocchia del mondo” e vi aveva avviato personalmente i pellegrini venuti a Roma. Il Papa Pio X, venuto finalmente a conoscenza della verità, mostrò grande stima per il Fondatore della nuova Pompei. In una delle udienze concessegli, alla domanda di Bartolo Longo “Santo Padre, ora posso morire in pace?”, il Papa rispose: “No, voi non dovete morire, dovete lavorare, Bartolo nostro!”. Tra l’altre approvò la Pia Unione Universale per la recita del Rosario in comune e nelle famiglie, proposta da Bartolo Longo; anzi, volle essere il primo iscritto, e spontaneamente offrì per l’iscrizione la somma di L. 500.
BILANCIO DI UNA VITA
Bartolo Longo, all’età di 80 anni, nel 1921, riuscì a completare la sua opera di redenzione, aprendo l’Istituto per le Figlie dei Carcerati . Era “l’ultimo voto del cuore”. Ma di voti ne aveva formulati e realizzati non pochi. Vogliamo elencarne qualcuno: Il Santuario iniziato con la raccolta di un soldo al mese, diventato Basilica Pontificia di fama mondiale. Il culto del Rosario diffuso nel mondo. La preghiera universale simultanea: la Supplica alla B.V. del Rosario l’8 Maggio e la Prima Domenica di Ottobre. La promozione del Movimento Assunzionista per ottenere la definizione del domma dell’Assunzione di Maria. Furono raccolte milioni di firme. Tre Opere sociali: l’Orfanotrofio Femminile, l’Istituto per i Figli dei Carcerati, l’Istituto per le Figlie dei Carcerati. Una Congregazione femminile: le Suore Domenicane Figlie del S. Rosario di Pompei, con lo scopo primario di assistenza e di educazione dei bambini e delle ragazze delle Opere. Il monumento alla Pace Universale, costituito dalla facciata del Santuario, frutto di un plebiscito mondiale. Doveva essere la consegna del secolo che tramontava, il 1800, al secolo che nasceva, il 1900. E’ datata infatti 1901. Nella sua grandiosa linea architettonica reca una folla acclamante alla pace. La previsione si avverò il 21 ottobre 1979 con la venuta di Giovanni Paolo II.
Le Case Operaie per i dipendenti. Una tipografia con annessa legatoria anche artistica. Officine varie. Scuola di arti e mestieri. Oggi queste attività sono cessate, per dare spazio alle scuole: Elementare, divisa in 3 grandi plessi; Media (n. 2 Scuole); Magistrale (femminile); Professionale (maschile). Funziona anche una banda musicale formata da ragazzi e giovani. Bartolo Longo fu anche ottimo scrittore. Facciamo solo un cenno alla sua produzione letteraria: Il bollettino “Il Rosario e la Nuova Pompei” fondato nel 1884. Il volume “I Quindici Sabati”. Vite di santi. La storia del Santuario. Vie meravigliose della Provvidenza (le origini intime dell’Opera dei figli dei carcerati). San Domenico e l’Inquisizione. Come si deve pregare. “Piccole letture” in numero di 72. Altri numerosi testi ed opuscoli, tra cui la Novena di impetrazione e quella di ringraziamento.
IL SEGRETO DEL SUCCESSO
Bartolo Longo tutto realizzò con la fede e la preghiera. La carità gli fiorì nelle mani mediante i miracoli della Madonna invocata sotto il titolo del Rosario di Pompei. La sua vita fu una immolazione totale di sé nelle mani della Divina Provvidenza. Le sue parole – testamento sono queste: “… Per le mie mani sono passati fiumi di denaro… ma io nulla più posseggo; sono povero. Mi restano solo le insegne cavalleresche, a testimonianza di benevolenza dei Sommi Pontefici; e queste pure voglio donare. .. Sulla lapide che coprirà la mia modesta tomba, siano scritte queste parole: “Qui giace l’Avvocato Bartolo Longo, Fondatore di questo Santuario. Implorate pace”". Moriva il 5 ottobre 1926. Il 26 ottobre 1980, il Papa Giovanni Paolo II, già pellegrino a Pompei, lo proclamava Beato. E’ conclusa così l’avventura di Pompei e del suo protagonista umano, Bartolo Longo? Nel 1939 il Santuario fu ampliato di cinque volte, ma ora non riesce a contenere le folle. E la carità ancor oggi – la sola carità – sostiene la vita di queste grandi Istituzioni. E’ il miracolo di ogni giorno. Giacciono inerti le spoglie mortali del Fondatore nella cripta del Santuario, all’altare appositamente preparato, ma il suo spirito, più che mai libero, veglia solerte e ispiratore.

La luce della ragione

Novembre 26, 2006


(nella foto, il grande poeta calabrese Corrado Alvaro)

La tradizione dei pensatori meridionali è portentosa: da Parmenide a Zenone di Elea, dai sofisti ad Archimede e a Pitagora, e poi dai monaci e filosofi medievali (Tommaso d’Aquino svettante sopra tutti) e rinascimentali a Gianbattista Vico e ai suoi discepoli, i cosiddetti illuministi napoletani, e infine (ahimé in decrescendo, però) agli hegeliani Croce e Gentile e all’esistenzialista Abbagnano.
Praticamente un buon 80% della storia complessiva del pensiero italiano; e un contributo considerevole a livello europeo e occidentale.
Zitara, a mio modestissimo avviso, è da inserire a pieno titolo in coda a questo formidabile filone.

E sarà grazie alla forza della ragione, e non certo a più o meno riuscite operazioni di marketing, che l’Italia del Sud potrà ritrovare la sua dignità e il suo benessere, schiacciando le mafie e la rassegnazione dei cittadini meridionali.

http://www.eleaml.altervista.org/nicola/letteratura/corrado_alvaro.html

GLI "ANTI-BORBONICI", DA SEMPRE, HANNO IN ODIO IL POPOLO MERIDIONALE!

Novembre 26, 2006

Essere anti-borbonici significa essere dalla parte dei carnefici dell’Italia meridionale, significa giustificare e appoggiare quelli che l’hanno ridotta (e la riducono tutt’oggi) ad essere l’avamposto più settentrionale del cosiddetto Sud del Mondo, invece di farla (tornare a) essere “il sorriso del Signore”, secondo una delle tante celebri definizioni con cui in passato fu descritto il Regno meridionale.
Essere borbonici, invece, significa amare la propria patria, le Due Sicilie, e da qui eventualmente amare l’Italia intera. Significa volere davvero, autenticamente il bene del Sud Italia, delle NOSTRE TERRE, e poi eventualmente (e perché no: sperabilmente) il bene di tutto lo stivale.

E allora, che ognuno dichiari esplicitamente da che parte sta: dalla parte neoborbonica, o dalla parte filo-risorgimentale, storicamente anti-borbonica?

Per quanto riguarda me, beh credo si sia capito sufficientemente bene da che parte sto….

(da Libero del 5/11/2006)

SIAMO TUTTI BORBONICI, ANCHE BEPPE GRILLO!!!!!

Novembre 26, 2006

Beppe Grillo è, tra l’altro, il re dei blogghisti italiani (e non solo italiani).
Mi sento enormemente GRATO che abbia scritto questo importantissimo post:

http://www.beppegrillo.it/2006/11/siamo_tutti_bor.html#comments

"Colpire la borghesia di Cosa Nostra"

Novembre 26, 2006

Una notizia importante.

Cronache
26 nov 17:18
Mafia: Forgione, “Colpire la borghesia di Cosa Nostra”
MILANO – Il presidente della Commissione Antimafia, Francesco Forgione, ha ribadito che la mafia attuale non e’ fatta solo di “picciotti, ma di medici, commercianti, imprenditori, politici”. Si tratta, ha detto Forgione in un’intervista, di una ”borghesia mafiosa che rappresenta il punto vero di collusione con la politica e con le istituzioni”. E’ a questo livello, secondo il presidente della commissione, che lo Stato deve intervenire per colpire Cosa Nostra; gli interventi non vanno attuati solo al sud, ma anche al nord Italia, specie a Milano, “dove gran parte dei soldi delle mafie vengono reinvestiti”. (Agr)

Fonte

www.corriere.it

ADDIO PHILPPE NOIRET

Novembre 25, 2006

Addio a Philppe Noiret, il francese della commedia italiana
L’attore francese aveva 76 anni. Era malato da tempo. Centotrenta film in cinquant’anni di carriera, divisa tra Francia e Italia
PARIGI – È morto, dopo una lunga malattia Philippe Noiret. Lo ha annunciato il suo agente. L’attore francese aveva 76 anni. Centotrenta film in cinquant’anni di carriera, il più nordico e riservato dei grandi interpreti francesi non ha mai capito fino in fondo le ragioni del fatto che gli italiani lo hanno così tanto amato.GLI ESORDI – Nato il 1 ottobre 1930 a Lille, Noiret studia recitazione con Roger Blin, quindi entra al Theatre National Populaire di Jean Vilar, dove reciterà poi per una decina d’anni, coltivando parallelamente il cabaret assieme a Jean-Pierre Darras. Il suo esordio al cinema, nel 1956 in «La pointe courte» di Agnes Varda, ha un sapore del tutto occasionale; tuttavia, trascorsi cinque anni, la sua figura comincia ad apparire con frequenza via via crescente sugli schermi del cinema francese, seppure ancora in ruoli secondari. Nel 1960 è lo zio di Zazie in «Zazie nel metrò» di Louis Malle, nel 1961 recita in «Tutto l’oro del mondo» di Renè Clair, nel 1965 è in «Parigi brucia?» di Renè Clement (per citare i titoli più noti). Nel 1969 è accanto a Michel Piccoli in «Topaz» (Alfred Hitchcock), ma la vera popolarità arriva negli anni 1970, quando interpreta uno dei quattro amici che vogliono suicidarsi a furia di cibo e sesso in «La grande abbuffata» di Marco Ferreri (1973), con il quale gira l’anno seguente «Non toccare la donna bianca».UNA CARRIERA FRANCIA E ITALIA – Sempre nel 1974, sostiene con successo il ruolo drammatico offertogli da Bernard Tavernier in «L’orologiaio di Saint-Paul», riconfermando le sue capacità interpretative l’anno successivo in «Il giudice e l’assassino» e «Che la festa cominci», ancora di Tavernier. A partire dal 1975, quando recita in «Amici miei» di Mario Monicelli, la sua carriera si divide tra la Francia e l’Italia, dove nell’arco di tre lustri interpreterà diversi film d’autore, a partire dal «Deserto dei tartari» di Valerio Zurlini (1976) per arrivare a «Dimenticare Palermo» di Francesco Rosi (1990), passando per «I tre fratelli» di Rosi (1981), «Speriamo che sia femmina» di Monicelli (1986), «La famiglia» di Ettore Scola (1987) e «Nuovo cinema Paradiso» di Gabriele Tornatore (1988). In Francia continua la collaborazione con Tavernier in «Colpo di spugna» (1981) in cui ricopre uno dei suoi ruoli più interessanti ed elaborati, e «La vita e nient’altro» (1989), nonchè la partecipazione a numerosi altri film, anche per la televisione.
Addio grande regista di tanti film indimenticabili.

fonte www.corriere.it

ALLA DERIVA!…verso dove?

Novembre 25, 2006

Quando iniziai questo blog avevo in mente un certo percorso ed esso si inseriva pienamente in esso. Doveva essere il diario di una passione civiel che avrebbe dovuto cambiare le cose in Calabria. Quel momenti unico di sintesi di esperienze, passioni è stato distrutto dai suoi stessi creatori, i quali avevano in mente ben altro percorso: cambiare il loro destino cercando di giungere alle poltrone e al potere.Si è cercato di collaborare alla costruzione di un progetto che si è rivelato solo uno spottone pubblicitario per altra gente mirante alla conservazione del potere alla ricerca di serbatoi di voti. Ora sinceramente questo blog pur avendo un suo fine non si lega ad alcun percorso di natura concreta. Cosa devo fare? Ha una sua utilità? Continuerà ad essere aggiornato ovvio, ma ora è davvero alla deriva…per un pò ho cercato di perseguire una ricerca della storia e delle curiosità della mia terra, e , magari continuerò, .
IL punto è che la classe politica , che in genere è la punta di diamante di una terra, nel caso della Calabria diventa il principale elemento di danno. Ed è questo che rode. Il meglio della calabria è fuori dalla politica. Io proporrei che ci possano governare esponenti di altre terre. Penso che ci troveremmo meglio.