Archivio per Dicembre 2006

I PANICILLI DI D’ANNUNZIO

Dicembre 31, 2006
“Sorrido pensando a quegli invogli di fronde compresse e risecche, venuti dalla Calabria che un giorno vi stupirono ed incantarono, quando ve li offersi sopra una tovaglia distesa sull’erba, non ancora falciata …Gli invogli erano di forma quadrilunga come volumetti suggellati d’ un solitario che avesse confuso felicemente la bibliotecha e l’orto. Ci voleva l’unghia per rompere la prima buccia… Ma ecco l’ultima foglia in cui è avvolto il segreto profumato come il bergamotto. L’unghia la rompe; le dita s’aprono e si tingono di sugo giallo, si ungono di non so che unguento solare. Pochi acini di uva appasita ed incotta….pochi acini umidi e quasi direi oleati di quell’olio indicibile ove ruota alcun occhio castagno ch’io mi so, pochi acini del grappolo della vita del sole appariscono premuti l’un contro l’altro, con che di luminoso nel bruno, con un sapore che ci delizia prima di essere assaporati…..”

Così Gabriele D’Annunzio nella “Leda senza cigno” (1916) descrive minuziosamente questa autentica delizia dell’artigianato calabrese e da lui scelta come prezioso dono per una sua amante, omaggiata sui prati del Vittoriale
Sulla riviera dei cedri li chiamano ancora oggi “panicilli di uva passa” e a lui li aveva mandati in regalo un suo amico di Diamante che continuò poi a mandarglieli per molti anni visto che gli piacevano tanto.Il Vate se ne ricordò mentre scriveva la “Leda senza cigno” e proprio in questo romanzo c’è la descrizione più bella di questi dolci prelibati.

DIAMANTE – Un “presidio slow food” per valorizzare i “panicilli” di uva passa che piacevano tanto a Gabriele D’Annunzio e che stanno rischiando di scomparire.Questo il messaggio della mostra “Panicilli e uva passa di Calabria” organizzata a Diamante dall’Accademia del peperoncino col patrocinio della Provincia di Cosenza, assessorato al mercato del lavoro.Sedici pannelli esposti sul lungomare nei locali della Motonautica De Maria.Un’iniziativa curata da Enzo Monaco con le fotografie di Francesco Martorelli.Una documentazione completa che parte dalle testimonianze dello storico Leopoldo Pagano, illustra le varie fasi della lavorazione e si conclude con le descrizioni di Gabriele D’Annunzio che era un grande estimatore dei panicilli.”Il dato più interessante – dice Enzo Monaco – ce lo fornisce Leopoldo Pagano. Ci informa che sulla fine dell’Ottocento la lavorazione delle uve passe era la spina dorsale dell’economia locale e che in tutta la riviera da Scalea a Cetraro se ne producevano qualcosa come diciottomila quintali. Per avere una vigna per la produzione delle uve passe equivaleva ad avere una laurea dottorale o un diploma”.Ancora negli anni cinquanta e sessanta in tutte le case di Diamante si facevano i “panicilli” e molte famiglie grazie a questo commercio assai fiorente hanno potuto sbarcare il lunario e hanno mantenuto i figli all’Università.Agli inizi del secolo è iniziata la decadenza della coltivazione. Pagano dice “essendo mancante da un lato le terre per il passaggio della ferrovia e dall’altro la coltivazione per deficienza di capitali e di braccia”.Oggi la lavorazione delle uve passe è quasi scomparsa e di conseguenza anche i “panicilli” ma chi ha la possibilità di assaggiarli rimane estasiato dal sapore inconfondibile di quei chicchi d’uva seccati al sole, avvolti nelle foglie di cedro e passati al forno.”Con questa iniziativa – dice Enzo Monaco – vogliamo iniziare un percorso di valorizzare di questi dolci unici e straordinari. Con la speranza di farli ritornare agli splendori di una volta quando a Natale erano presenti su tutte le tavole e sostenevano l’economia della zona”.
Diamante con annessa Cirella è un paese situato nell’alto tirreno cosentino, al centro della Riviera dei Cedri che va da Tortora a Paola. Si può raggiungere comodamente in aereo da Lamezia terme; in treno direttamente a Diamante o Scalea; in macchina lasciata l’A3 SA-RC, da nord uscita Lagonegra, da sud uscita Falerna percorrendo la SS.18; via mare approdo turistico Diamante

Pro-Loco Diamante Cirella
TEL. 0985/81130

TARTUFO, PRIORITA’ DELLA CALABRIA!

Dicembre 31, 2006

CI ERAVAMO SBAGLIATI!!!
L’EMERGENZA DELLA CALABRIA E’ IL TARTUFO!!

verrebbe da ridere se non si trattasse di una tragica realtà.

La Regione propone l’istituzione di 2 organismi che si dovranno occupare del prezioso tubero
Calabria, commissioni sul tartufo: scoppia la polemica
Pirillo: “Le impone la legge”. Bruno (Dl): “Serve Authority”. Galan: “Scelte stravaganti da reprimere”. Cota (Lega): “Una follia”
Roma, 30 dic. (Adnkronos/Ign) – Calabresi estimatori di tartufo. E’ proprio il caso di dirlo visto che la Regione Calabria tra 60 nuovi organismi proposti con legge, conta anche una “Commissione nominata dal comitato tecnico per l’accertamento della specie di tartufi” e una ”Commissione per valutare l’idoneità dei raccoglitori di tartufi”. Iniziative politiche bacchettate, peraltro, dalla Corte dei conti che denuncia la mancanza di copertura finanziaria. Un caso ‘al tartufo’, dunque, che suscita curiosità e polemiche. E sulla questione delle commissioni sui tartufi interviene l’assessore all’Agricoltura della Calabria Mario Pirillo. ”Stiamo parlando di proposte di legge che, come tali – dice all’ADNKRONOS-, giacciono in Consiglio regionale: proposte che devono essere discusse, approfondite, magari anche modificate, ma che intanto dimostrano che non manca in Calabria una attività legislativa che va ascritta proprio a quei cinquanta consiglieri regionali”. In ogni caso, sottolinea Pirillo, le commissioni ”dovranno essere istituite. E non perché amiamo la politica tartufesca, ma perché ce lo impone la legge nazionale, la numero 752 del 1985, che affida alle Regioni il compito di disciplinare la raccolta e la commercializzazione dei funghi epigei anche attraverso l’istituzione di una Commissione per l’accertamento delle specie di tartufi e di una Commissione per la valutazione dei raccoglitori”. Secondo il coordinatore della Margherita della Calabria, Franco Bruno serve l’authority di controllo. “La struttura che proponiamo come Ulivo -commenta all’ADNKRONOS- servirà proprio a verificare la congruità di decisioni come queste”. Poi spiega: ”L’Authority di cui si sta discutendo verificherà gli incarichi e gli organi collegiali controllati dalla Regione e ha un senso proprio in questa direzione. Addirittura è previsto nell’articolato che alcune funzioni che la Regione svolge possano essere considerate inutili e quindi soppresse”. Per il presidente del Veneto Giancarlo Galan ”bisogna fare una scelta e puntare sulle priorità, nel senso della necessità e della qualità. Poi se ci sono delle cose, delle scelte, stravaganti indubbiamente penso che queste andrebbero represse. Francamente se gli altri si divertono col tartufo noi abbiamo altri problemi più importanti da risolvere, non avendo il federalismo fiscale. In Veneto siamo i primi per accoglienza turistica, per integrazione verso i lavoratori straneri e nel campo sanitario. Noi spendiamo per ottenere queste cose ma non avendo il federalismo fiscale, e neppure i tartufi, soffriamo”. Dal canto suo Roberto Cota, segretario della Lega in Piemonte e vice capogruppo del Carroccio alla Camera dei deputati, ironizza sulle ‘originali’ decisioni degli amministratori calabresi. ”Il tartufo piemontese è inarrivabile -dice all’ADNKRONOS-, da questo punto di vista non abbiamo nessun timore. E questo particolare evidenzia ancor di più come questa spesa della regione Calabria sia una spesa folle”. E chi si intende da sempre di tartufi che ne pensa? ”Niente guerra del tartufo, Alba sarà sempre la capitale del Tuber magnatum Pico”. Parola di Mauro Carbone, direttore del Centro Nazionale Studi Tartufo con sede ad Alba e direttore dell’Ente Turismo Langhe e Roero, sorpreso dell’iniziativa calabrese. ”Di certo non siamo preoccupati del tartufo bianco della Calabria -commenta Carbone- non è una regione molto nota per la produzione di questo prodotto. Se, invece, si parla di tartufo nero, allora penso che ci siano ampi spazi per la valorizzazione: molte zone d’Italia dovrebbero fare di più”.

ORDINE TEMPLARE E MONACI CALABRESI

Dicembre 29, 2006

Un fitto mistero dietro la fondazione del più affascinante ordine cavalleresco della storia

Documentazione sulla dimensione esotericadella Calabria e sull’ipotesi che i Templari siano nati per iniziativa dei frati cosentini che rinvennero il Tesoro di Alarico: cosa c’è di vero, e cosa trovarono?

coming soon on blog alla deriva

La speranza del Natale

Dicembre 26, 2006

Anche se in ritardo, Buon Natale!

Mario alias Gaetano Filangieri

L’albero di Natale e il peperoncino rosso
di Nicola Zitara

Quando ero ragazzo – un tempo lontano, perduto ormai in ogni suo aspetto sociale, di cui sopravvive qualche residuo soltanto nella memoria di pochi e solo per poco tempo ancora – l’albero di Natale non c’era.
Lo si vedeva, a volte, in un film americano, dentro un paesaggio di neve. Da noi c’era invece il presepe, anzi i presepi, e si faceva a gara a chi lo faceva più grande, più bello, più animato di pastori in viaggio, di casupole sparse fra valli di cartapesta, di specchi da borsetta a fingere acque fluenti e placidi laghetti, di pecorelle intente a brucare il muschio raschiato dai vecchi muri e steso sulla tavola, a fingere l’erba. A vincere era sempre Ciccio Frascà, che aveva più inventiva e garbo degli altri.
Egli otteneva l’aiuto di scultori in erba, i quali, con l’argilla appena estratta dal greto di un torrente, ogni anno, fabbricavano nuovi pastori, ricalcandoli da fantasie bibliche e dalla lettura domenicale dei Vangeli in chiesa. Il presepio di Ciccio era a Santa Caterina.
A Portosalvo, i pastori erano gelosamente custoditi in cassette di legno piene di paglia da un anno per l’altro, ciò da decenni se non da secoli. Erano grandi, invadenti, la loro statuarietà riempiva la scena. In compenso l’autore – ai miei tempi Vincenzino Firmano – aveva a disposizione un grande spazio, l’abside di una delle tre navate della Chiesa, e la possibilità di occuparlo con un’infinità di particolari, che ogni anno rinnovava.
Fare il presepio era un gioco favoloso per noi ragazzi. Un gioco delle mani e della fantasia; quasi un’arte; una che è mancata e manca purtroppo a chi è venuto dopo. I ragazzi ricchi la esplicavano in spazi più grandi e con molti particolari, i ragazzi poveri la concentravano in poco spazio e in uno spettacolo sintetico a lungo maturato.
Il presepio è stato soppiantato dall’albero di Natale. La merce ha battuto il lavoro, la cosa comprata ha sconfitto la cosa faticata. L’America ha convinto l’Italia, il Nord, con sue idee copiaticce, ha infettato il Sud. Sono vecchio, il passato per me è un ricordo, non una nostalgia.
Non lo rimpiango, anche se qualche volta lo evoco. I presepi non mi attraggono ormai. Quel passato non deve tornare: mai più la fame, che dannava gli esseri umani e li portava a maledire il padre, la madre, la vita, il mondo, Dio.
E state attenti. il capitalismo l’ha portata in tre quarti del mondo, in luoghi dove prima non c’era, insieme al disarmo morale, all’AIDS e alla negazione dell’umana solidarietà. Cosicché questo attuale andare avanti senza bussola, senza una meta, senza un progetto, senza amore, senza orgoglio, senza consapevolezza di sé, solo per i soldi, alla mercé di un padronato politico paurosamente immorale e sostanzialmente nemico, potrebbe riportarla in scena e rinnovare antiche sofferenze. Ma anche a prescindere da tale infausto pensiero, da uomo maturato in tempi di idee forti, mi amareggia l’alienazione che la gente subisce senza rendersi conto della violenza – la perdita di sé, della sua storia, dei suoi costumi, della sua identità collettiva, della stessa ragione; quasi una prostituta che vende sé stessa non per bisogno ma per masochismo.
Il dilagare di mafia, camorra, ‘ndranghita è qui a mostrarci a qual punto di dissoluzione, a quale immane disastro, lo stato italiano ha portato il nostro paese. Non sappiamo più difenderci, difendere i nostri figli, preparare un avvenire per loro.
Tutto è in mano a una consorteria di malfattori che ci commercia e ingrassa sulla nostra beota idiozia. Eppure non siamo il popolo che ha come suoi unici trofei e penati il peperoncino rosso, le soppressate e il ragù di capra, secondo quel che si compiace di sostenere la sociologia accademica.
Siamo stati un grande popolo, abbiamo una grande storia.
Non c’era alcun bisogno che arrivasse Garibaldi per insegnarci la libertà, sapevamo difenderla per antiche virtù, l’avevamo difesa in cento passaggi della storia. Siamo stati grandi quanto gli altri, qualche volta più degli altri. Siamo stati civili quanto gli altri, qualche volta più degli altri. Il nostro passato non è lontano millenni, come si racconta, ma solo centocinquant’anni.

E’ necessario che la coltre di bugie che circonda la nostra identità collettiva sia fugata. La consapevolezza del passato ci aprirà gli occhi e ci permetterà di guardare al futuro.

Credo fermamente nella redenzione terrena degli uomini, nella loro vocazione alla libertà. So, però, che nessun uomo è libero se il popolo a cui appartiene non lo è. A Natale, il semestrale corso calante del giorno si esaurisce e comincia la stagione del giorno crescente.

Cristo che nasce è la fede nella redenzione. Anche un ateo può aver fede in tale travolgente vocazione umana. Di suo, un socialista aggiunge l’azione concreta. O se vogliamo usare una vecchia parola, la lotta.

Italo Falcomatà: per chi non sapesse chi fosse.

Dicembre 26, 2006

Parlando con Gaetano Filangieri e Giulio Salvarenato ho appurato che la figura di Italo Falcomatà troppo presto è stata avvolta dall’oblio sia in casa che fuori. E’ bene ricordarlo e riflettere sul fatto che non parliamo di secoli , ma solo di qualche anno fa. Publius ha riportato un articolo di “Calabria Ora” e io lo riporto qui.

In ricordo di Italo Falcomatà

Il mite professore non aveva amici nei Palazzi, li aveva però tra le persone comune. Il lungomare di Reggio porta il suo nome. Ed anche una scuola elementare è intitolata a Lui. Così come la sezione dei Democratici di sinistra dove ha sempre lavorato e discusso e dove si “annidavano ” i suoi amici più veri. E porta il suo nome l’Aula magna della Facoltà d’Ingegneria dell’Università Mediterranea. Al “professore” è intestata anche una cattedra dell’Università per stranieri e con i soldi raccolti dal Dopolavoro ferroviario hanno costruito una scuola in un villaggio indiano e l’hanno dedicata a Lui. In suo onore opera una Fondazione che si occupa di studenti talentuosi e di giovani bisognosi. Persino una stella, individuata dai suoi amici dell’Associazione astronomi, si chiama Italo Falcomatà. In questi cinque anni, molti ed in vario modo hanno lavorato a tener vivo il ricordo di quel mite professore dalla insospettabile tenacia. Di quell’uomo buono che parlava con il sorriso e non rinunciava mai al confronto, anche quando aveva davanti il più ipocrita e prevenuto degli uomini. Il sindaco della Primavera di Reggio, si è detto. Non saprei dire se avrebbe gradito. Certamente il sindaco che ha condotto Reggio fuori da quella rancorosa palude in cui la città era stata cacciata da anni di politica malaccorta, di assoluto dominio mafioso, di poteri illegali elevati a sistema di governo alternativo. E per farlo ha pagato un prezzo altissimo. Certamente con il modello rappresentato da quel Sindaco sono condannati a confrontarsi tutti: chi governa e chi fa opposizione; chi siede a destra e chi si dichiara di sinistra. Non è più accettato il modello del sindaco-imbonitore che ti offre le cose che non ti servono e ti nega quelle che danno dignità e qualità alla vita di tutti i giorni. Non è più accettato il modello del sindaco che compra e vende notizie, disegnandoti, con l’ausilio di giornalisti poco avveduti ma accuratamente selezionati, “l’isola che non c’è”. E poi c’è il distacco e l’arroganza del potere, cose che Italo Falcomatà aveva bandito da Reggio. L’arroganza degli insulti in pubblico a chiunque non si fosse allineato, la ritorsione su quei pochi imprenditori “non riconoscenti”, il tentativo non di dialogare con le altre realtà istituzionali ma di soggiogarle con l’infiltrazione di uomini propri. E’ per queste ragioni che ci strappa un amaro sorriso leggere di presunti eredi politici di Italo’Falcòmatà. Magari fosse vero. Purtroppo è vero esattamente il contrario: quel modello non ha fatto scuola. Quel testimone ideale non é stato raccolto, né a destra e né a sinistra. E’ il pessimismo di chi ha troppo amato quella figura politica? Può darsi, ma se allineiamo un po’ di fatti ci pare difficile sostenere che il solco tracciato da Falcomatà sia stato seguito da altri. Intanto perché Italo di alleati nei Palazzi ne ha avuti ben pochi. La sua forza era il popolo ed il consenso trasversale che raccoglieva attorno a sè. Era la sua forza ed anche la sua debolezza perché un avversario che non puoi vincere con le armi della democrazia devi necessariamente tentare di abbatterlo con le tragedie, con gli agguati giudiziari, con le calunnie, con la costante diffamazione, con un quotidiano ordito di trabocchetti e sabotaggi. Aveva raccolto attorno a se un buon manipolo di professionisti, contava sugli onesti, reclutava .. Ma dai Palazzi che circondano Piazza Italia aiuto non gli è mai arrivato. Anzi. La memoria fa gran difetto agli italiani, figuriamoci ai calabresi. Ma Italo Falcomatà non amava solo le buone letture, sapeva far ricorso anche ad una scrittura lieve ma franca e diretta. E se qualcuno volesse veramente rendere omaggio alla Sua memoria non dovrebbe fare altro che mettere mano al carteggio, robusto fino a diventare asfissiante, tra il Sindaco e la Prefettura. E quello, ancora più robusto e più asfissiante, tra il Sindaco ed il palazzo di Giustizia a partire da quella Procura della Repubblica che gli confezionò addosso ben 36 procedimenti penali. Gli venne contestato di tutto, alla fine sequestrarono anche il carteggio relativo al restauro di Piazza del Popolo. Era la piazza delle adunanze al tempo del fascio, Falcomatà non si accontentava di restituirla alla città sgombrando il mercato che la occupava, volle anche rimetterne a posto l’architettura. Recuperò la vecchia aquila littoria e la fece restaurare. Mal gliene colse la Gigos che sequestro la delibera e avviò indagini: ipotesi di reato, apologia del fascismo. Non è una storiella, ci sono prove e documenti. Ricordo che alla vigilia di un Natale, penso fosse quello del 1999; arrivarono a casa sua una manata di avvisi di garanzia. Falcomatà tentò di rasserenare la sua famiglia e disse alla moglie, che ormai trepidava oltre misura, “Rosetta, vieni, quest’anno vuol dire che addobberemo l’albero con queste cartuccelle giudiziarie”. Ma l’ironia non lo aiutava certo a star meglio, stretto com’era tra gli attentati mafiosi, i proiettili di kalashnikov recapitatigli fino a casa (all’epoca a Reggio se la prendevano con la casa del sindaco e non con quella municipale), la necessità di girare con una scorta armata e, per sopraggiunta, le continue convocazioni giudiziarie. Un intero squadrone di investigatori, fatto convergere appositamente su Reggio da mezza Italia, si occupò di processarlo per il “Decreto Reggio”. Un solo avviso di garanzia, seguito da un mandato di comparizione… a puntate, gli contestava qualcosa come una trentina di capi d’imputazione: tutti rigorosamente “aggravati dall’articolo sette”. Già, “1′articolo 7″: servirà per spostare la competenza dalla Procura ordinaria a quella antimafia ma serviva anche a sostenere che Falcomatà aveva abusato dei suoi poteri di sindaco per aiutare gli interessi delle cosche mafiose: le stesse cosche che gli bruciavano il portone di casa. Ed un altro processo per la discarica di Pietrastorta: era lì da trentadue anni ma la Procura la scoprì solo con l’arrivo di Falcomatà. Ed un altro processo per quella di Longhi Bovetto: l’unica discarica a memoria d’uomo che a Reggio sia stata dismessa nei tempi stabiliti e bonificata secondo gli impegni assunti. Ed un processo per l’informatizzazione dei servizi. Ed un altro per il centro agro-alimentare. E la lista si allunga a dismisura proporzionalmente con il crescere della figura e del consenso di questo professore diventato sindaco “per caso”. Ma che fine hanno fatto tutti questi processi? Nessun cronista si è mai curato di dare ai calabresi questa risposta. Sappiamo che per il Decreto Reggio, dopo sei anni di indagini, circa un miliardo di lire spesi in perizie tecniche, quasi diecimila intercettazioni ambientali e telefoniche, sono stati tutti assolti. Addirittura per i presunti mafiosi è stata la stessa procura a chiedere il proscioglimento. Morto Italo non servivano più. E che fine hanno fatto le trivellazioni allo stadio comunale? Non lo sappiamo. Sappiamo che per quello stadio, ristrutturato in tempi da record, a Falcomatà vennero intestati tre diversi processi. Un giorno sono arrivati dei tecnici da Palenno con delle sonde ed hanno cominciato a scavare. Quanto? Tantissimo a giudicare dalle parcelle milionarie pagate dall’Amministrazione giudiziaria. E poi? Poi è morto il sindaco e non ne sappiamo più nulla. La Prefettura fece di peggio: non intese mai collaudare lo stadio comunale che porta il nome di Oreste Granillo. Alla fine disse che non poteva proceder al collaudo perché mancava la prova da “carico di neve”. Ossia mancava un certificato che garantisse che se sulla tribuna coperta cadeva e si depositava neve per uno spessore di trentacinque centimetri questa avrebbe ugualmente retto. E chi li troverà mai trentacinque centimetri di neve a Reggio Calabria? Ed infatti non si trovavano e non si collaudava. Ovviamente morto Falcomatà lo stadio è stato collaudato, senza alcuna nuova opera di miglioramento, regolarmente. Per ogni partita che la Reggina giocava in casa, Falcomatà doveva firmare un’autorizzazione con la quale concedeva lo stadio assumendosene “ogni responsabilità”. Per ogni firma arrivava un nuovo avviso di garanzia dalla Procura. I magistrati inquirenti il giorno prima firmavano l’avviso al sindaco e il giorno dopo andavano allo stadio a vedersi la partita. Il teatro Cilea era ridotto ad un cinema fatiscente. Falcomatà decise di ricondurlo alla gestione comunale togliendolo ai privati che già sognavano il prorogarsi di decennali speculazioni. Allora e solo allora la prefettura scoprì che il sipario non era “tagliafuoco” ed il teatro venne sequestrato con nuovo avviso di garanzia al sindaco. No. Non aveva amici nei palazzi il sindaco Falcomatà. E qualcuno occorre che prima o dopo si assuma l’impegno di testimoniarlo. Ma li aveva al rione ferrovieri, dove conosceva tutti e dove andava casa per casa. Li aveva nel mondo della scuola (“quanto mi mancano i miei ragazzi”). Li aveva negli ordini professionali: (“questa città può e deve farcela da sola, con i suoi uomini e con le sue intelligenze”). Li aveva tra gli zingari: considerava la sua vera conquista aver portato al diploma Romina, una ragazza Rom, ed aver dato vita ad una cooperativa rom per la raccolta dei rifiuti ingombranti. Li aveva nella società civile. In quel popolo che a Reggio è stato sempre di gran lunga migliore della borghesia locale. Ma dai Palazzi era guerra furibonda. Poteva non cedere allo sconforto? Ed infatti cedette. Alla vigilia delle Comunali del 2000 mi regalò una intervista amara. Nel suo salottino rosso a Palazzo San Giorgio, imbottito di microspie piazzate dai superman dell’antimafia (che a Reggio avevano deciso che non erano i De Stefano o i Libri o i Labate i capi della ‘ndrangheta ma il re del male era Italo Falcomatà), mi disse: “Io mollo”. Si sentiva terribilmente solo. Non perdonava al suo partito il chiamarsi fuori dagli attacchi che quotidianamente subiva. Il massimo che sapevano dargli era un cantílenante ritornello: “Abbiamo fiducia che la magistratura in tempi brevi e bla, bla, bla,”. Stava in maniche di camicia con le bretelle rosse in grande evidenza. Non volle un registratore: non ne avevamo bisogno nessuno dei due. Mi chiese solo di appuntarmi una frase: “Una mosca non può fermare un cavallo ma cento e mille mosche…” Quell’ intervista ebbe un risalto nazionale. La “Gazzetta” la mise in prima pagina e con ottima impaginazione. Il giorno dopo la ripresero tutti e tutti calarono a Reggio. Arrivarono anche i maggiorenti del Partito. Volevano che smentisse (“tanto più che non c’è una registrazione”. Ma Italo non smentì mai. Alla fine cedette alle pressioni: non a quelle del partito ma a quelle dei concittadini. E si ricandidò. Stravinse, come era naturale che fosse. Ma non ebbe tempo di gioirne. I nemici dei Palazzi avevano trovato un alleato invincibile. Forse avevano creato le condizioni perché quell’alleato potesse scendere in campo. Arrivò la leucemia. E le lacrime. Trovò modo di impartirci una ultima lezione di vita anche da quel lettino del Reparto di ematologia. Se ne andò nel pomeriggio di una serata piovigginosa. Lasciando (posso dire lasciandoci?) spezzati in due. Andai a casa sua e vi rimasi tutta quella notte. I palazzi dichiararono il lutto cittadino. Tutti gli Uffici giudiziari sospesero le udienze per il lutto. Non andai ai suoi funerali.

PUBLIUS_________________

E’ morto James Brown

Dicembre 25, 2006

Un mito non poteva che scegliere il Natale per uscire di scena.

WASHINGTON.- Per decenni il pubblico di tutto il mondo lo ha acclamato come il “re“ della musica soul. Con James Brown, il cantante nero statunitense morto oggi in un ospedale di Atlanta all`eta` di 73 anni, scompare una figura leggendaria del mondo dello spettacolo. Ha saputo trasformare il gospel in “rhythm e blues“ e creare un genere soul del tutto originale, il funk, con i suoi ritmi incalzanti. Era stato ricoverato ieri sera per una polmonite acuta.
Brown, che si era autodefinito “il padrino del soul”, ha fatto scuola anche sul palcoscenico, con la sua fisicita` dirompente, che ha influenzato successivamente cantanti del calibro di Mick Jagger e Iggy Pop.
Alle spalle ha avuto un`infanzia difficile: nato da una famiglia poverissima della Carolina del Sud nel 1933, a sei anni viveva in un bordello ad Augusta, Georgia, e per pagarsi l`affitto lavorava come lustrascarpe e nelle piantagioni di cotone. A otto anni provava a rubare la sua prima macchina e finiva in un riformatorio. E` qui che avviene la sua svolta perche` conosce Bobby Byrd ed entra nel suo gruppo di gospel, prima di fondare , nel 1952, la propria band “The Flames“.
Nel 1956 scrive “Please, Please, Please”, ed e` il successo mondiale, consacrato nel 1961 con la registrazione dal vivo, nel tempio della musica nera dell`Apollo Theatre ad Harlem, di un album diventato un vero e proprio culto, con canzoni come “I got you (I feel good) “ e “Get up (I feel like being a sex machine)“.
Capace di suonare 350 serate all`anno, James Brown si trasforma, con la ricchezza, in un esempio di “capitalismo nero“ , ben prima che il termine fosse inventato; apre ristoranti e negozi ed esorta i suoi concittadini di colore a vivere il “sogno americano“.
Il giorno dell`assassinio di Martin Luther King, tiene un concerto teletrasmesso, invitando la popolazione alla calma. Il presidente Lyndon Johnson lo ringraziera` per questo. Negli anni ottanta diviene anche un volto cinematografico, interpretando il ruolo del predicatore nei `Blues Brothers“ e cantando una delle sue canzoni piu` note “Living in America” nel film Rocky IV.

Un inferno chiamato Rosarno

Dicembre 25, 2006

Può l’ Italia definirsi un paese civile? Le forse dell’ ordine hanno una qualsivoglia utilità? E non sarebbe meglio fermare alla fonte i flussi di immigrazione clandestina piuttosto che ridurre migliaia di persone ad una esistenza che non ha niente di umano? Questa ultima domanda la rivolgo anche alla parte politica cui appartiene il giornale da cui è tratto questo articolo, la quale si oppone ad ogni regolamentazione dei flussi migratori. Scrivere poi di queste cose facendo l’ indignazione è solo ipocrisia.

Stanno sul bordo della strada, con le buste di plastica in mano, gli stivali di gomma ai piedi. Aspettano di essere scelti per una giornata di lavoro. Come al mercato degli schiavi. Sono l’esercito delle arance, le braccia che mandano avanti i campi nella piana di Gioia Tauro, profonda Calabria. Aspettano i caporali, con i loro pick-up, pronti a spaccarsi la schiena dieci o dodici ore per 20-25 euro. Aspettano, attenti a non farsi investire dalle auto che passano sulla Nazionale, perché a Rosarno i marciapiedi non ci sono. E perché c’è chi fa a gara a colpire il negro o il rumeno. Chi è fortunato acquista il diritto ad essere sfruttato. Ma anche quello si paga: 5 euro a testa per il trasporto fino agli aranceti. A volte bisogna farsela a piedi. Li vedi in fila dietro il guard-rail, tre-quattro chilometri sull’autostrada per abbreviare il tragitto. Gli altri tornano a casa, si fa per dire.
Storie comuni. Lo sbarco a Lampedusa, il trasferimento al cpt di Isola Capo Rizzuto. E da lì «mi hanno mandato a Milano», dice Marco. È senegalese, si fa chiamare così. Mille euro per scappare dal Sant’Anna, i documenti sequestrati fino al saldo della somma. Poi i trasferimenti seguendo il ritmo della campagna. Le metropoli del Nord, le serre del salernitano, d’estate i pomodori a Foggia, poi Pachino e in autunno le arance a Rosarno. Campania, Puglia, Sicilia, Calabria. Camorra, sacra corona unita, ‘ndrangheta e mafia. Nelle mani dell’agenzia schiavi, un’organizzazione ben oleata. Lo dicono anche le recenti inchieste della Dda di Catanzaro: una cellula smista i connazionali dove c’è lavoro, la centrale operativa è a Crotone, i collegamenti in tutt’Italia. Dietro non può non esserci una regia occulta, i boss che non hanno mai lasciato le campagne. Richiedono la manodopera, mettono a disposizione i mezzi di trasporto e si arricchiscono nell’ombra.
Anche a Rosarno ad aiutare i padroni italiani ci sono i kapò stranieri. Curano la logistica, assoldano le braccia, tengono a bada la propria gente, con le buone o con le cattive. E, perché no, tengono i contatti con le autorità, che fanno finta di non vedere. Niente controlli, nessuna tutela. Sono fantasmi che servono per mandare avanti l’industria degli agrumi. E allora, durante la stagione della raccolta, le sirene tacciono. Poi arrivano le retate ad orologeria: qualche arresto, un pugno di espulsioni per far quadrare i conti. Ogni tanto un blitz: botte e sconquassi per rimettere ordine nei periodi di tensione.
Dalla fine degli anni ‘90, il sistema si è perfezionato. E Rosarno è diventata forse il luogo dove la Bossi-Fini ha dato i suoi frutti più amari. Un fallimento totale. O, se si cambia punto di vista, un successo pieno. Senegalesi, ghanesi, liberiani, ivoriani, la gran parte costretti alla clandestinità o comunque al lavoro nero. Perché il sistema dei flussi si basa sulla percentuale di disoccupati: più stranieri al Nord, dove c’è più lavoro. Al Sud la richiesta è alta nei periodi di raccolta, ma nei campi non ci va più nessuno. Dunque, l’accesso regolare alle campagne è negato ai migranti. Ci sono poi i richiedenti asilo che non possono lavorare, ma sono costretti a farlo per sopravvivere, a qualunque condizione. E così accanto alle poche centinaia di stranieri regolari, in autunno lavorano più di quattromila migranti fuori dalla legge, sfruttati all’inverosimile. I falsi braccianti rosarnesi prendono il sussidio senza far nulla. E la ‘ndrangheta ringrazia.
In pochi possono permettersi una casa. E se riescono ad affittare quattro mura, dormono in sei o sette in una stanza. Per le badanti dell’Est le opportunità sono maggiori. Anche i rumeni se la passano un po’ meglio, per loro c’è il lavoro nei cantieri edili. Uomini di fatica a 50 euro a giornata. Ma i soprusi e gli infortuni sono di routine. Se ti ammali, poi, nessuno ti aiuta.
«Il padrone non mi ha pagato, ho il braccio rotto e non riesco più a lavorare». Dimitri, 23 anni, dalla Romania in Italia per sfiancarsi sui ponteggi. Accade che qualcosa va storto, una manovra errata e una caduta. Con una mano sola non si può lavorare e allora a casa senza un euro.
Per gli africani è ancora più dura. Vivono in miseria negli angoli più degradati della squallida Rosarno. Denigrati, emarginati, colpiti dal razzismo di chi ha dimenticato i parenti «germanesi», gli emigranti di Little Italy o Marcinelle. A pochi passi dalla stazione, un recinto di ferro sigilla villa Fazzari. Abbandonata dopo la confisca al boss. E lo sgombero. Lì ci vivevano fino a qualche anno fa i campesinos della Piana. Un’occupazione insopportabile per gli ‘ndranghetisti. Più giù, sotto un cavalcavia, un gruppo di disperati ha sistemato le proprie cose. Vengono dall’Africa sub-sahariana. Vivono senz’acqua e luce. Mangiano quando possono alla mensa della Caritas. Parlano poco, sguardo basso, ascoltano e stanno zitti.
Un motorino d’altri tempi s’avvicina. A bordo un ragazzo senza casco, riccioli e occhi neri. Abdul vive in un casolare a due passi dal commissariato di polizia. Si entra per uno squarcio tra le lamiere. Un gruppetto esce da uno stanzone. Fumano, ridono, sembrano immuni alla fatica. Dentro dieci materassi, il fornello e poco altro. Poco più giù un pozzetto per l’acqua. E oltre lo slargo di terra battuta, sotto il viadotto dell’A3, una casetta con l’orto. Ci abita una famiglia straniera. Ma l’accesso è off-limits. Sono loro a riscuotere l’affitto da Abdul.
Alle spalle della cittadina, il primo avamposto dei sans papiers. Si va lungo la Nazionale, poi una sterrata attraversa un torrente. Un camioncino sbarra il passo. È carico di lastre di eternit, retaggio di una demolizione da smaltire a costo zero. Oltre la fiumara un fabbricato nudo e abbandonato. Ci vivono in cinquanta. Come meglio possono.
L’hotel Africa di Rosarno è a pochi chilometri, lungo la strada che va a San Ferdinando e al porto di Gioia. Un’ex cartiera abbandonata e sventrata. Dentro in pochi, ad attendere i fratelli che tornano dai campi, ciondolando nel cortile o stesi nelle tende da campeggio sistemate al piano terra. Una lambretta s’avvicina al varco. Un urlo, «curnuti». L’uomo alla guida s’accorge delle presenze estranee, ingrana la marcia e riparte. I ragazzi dell’hotel Africa neanche ci fanno caso, sono abituati a tutto. Alle violenze e alle minacce, alle botte e alle spedizioni punitive. Oltre l’accampamento, nel retro dello stabile, uno spazio per le donne. Spesso sono costrette a prostituirsi, carne da bordello. Lo scorso gennaio, quattro di loro hanno avuto il coraggio di denunciare i loro aguzzini senegalesi. C’era anche il bar per i clienti italiani, poi il sesso mercenario nei box di cartone.
Prima era così per tutti, l’affitto per un materasso e due metri quadri di spazio con le pareti fatte di scatole da imballaggio, l’acqua in cortile. Adesso qualcosa è cambiato. Da quando in inverno i ragazzi del circolo Ds «Peppe Valarioti» hanno messo in pratica gli insegnamenti dell’ex sindaco antimafia Peppino Lavorato, il primo ad occuparsi dei migranti di Rosarno. Le visite ogni domenica, il dialogo per conquistare la fiducia, un aiuto fin dove si può. Come nel caso di Victor, nigeriano, in fuga dalle persecuzioni. È finito a Rosarno dopo il lavoro in fabbrica nel Nord-Est. Il primo giorno ha perso due dita, qualcuno aveva rimosso la sicura dal macchinario. Poi un’operazione ai polmoni andata male, le medicine salvavita che costano troppo. Difficili i ricorsi per chi non ha nulla.
Difficile far valere i propri diritti senza un avvocato di fiducia. Ci hanno pensato i ragazzi del centro sociale Angelina Cartella di Reggio: un pool di legali segue le pratiche di un gruppo di migranti, i più fortunati, quelli che hanno con sé i documenti per ottenere l’asilo ed evitare l’espulsione.
Da tempo Rifondazione presidia l’ex cartiera. I Giovani comunisti hanno anche girato un video, dopo il blitz antidroga dei carabinieri in primavera: un pugno di arresti, l’intero stabile messo a soqquadro, in centinaia sbattuti in strada. Dopo la visita del parlamentare no global Francesco Caruso e il caso-choc dei pomodori in Puglia, la deputata Angela Lombardo ha lanciato l’idea di una commissione conoscitiva sulla raccolta dei prodotti ortofrutticoli nel Meridione, a Foggia come a Rosarno.
Qualcosa si è mosso anche grazie a Medici senza frontiere, che ha attivato da aprile un servizio di assistenza medica con l’aiuto dell’Asl e di mediatori culturali. E anche per merito del neo sindaco Carlo Martelli. «Stiamo per acquistare la vecchia cartiera per farne un ostello, garantire posti letto, una doccia, mense, cucine, servizi igienici». I Comuni di Rosarno e San Ferdinando hanno stanziato 20 mila euro ciascuno per un primo intervento di bonifica dell’ex cartiera. Per rimuovere i detriti, l’amianto, l’immondizia. Ma per il centro ne serviranno almeno 200mila. «La mia posizione non è molto ortodossa. Si parla di irregolari – dice il sindaco – ma non posso fare finta di non vederli. Sono 4mila persone, in un paese di 15mila abitanti». La rivoluzione della normalità.
A sera il ritorno, tutti in fila. Scuri, stanchi, sporchi. Le auto sfilano accanto. Ma non si curano di loro, guardano e passano.

Il Manifesto, 20 dicembre 2006

Merry Christmas

Dicembre 24, 2006

Natale in Calabria

Dicembre 24, 2006


In Calabria la vita ha un sapore diverso. TUTTO ha un sapore diverso. Anche il Natale.
In questo articolo tratto da www.calabresi.net si esprime bene questa diversità. Chi la vive non l’ apprezza abbastanza. Chi non la vive perde qualcosa di unico.

Con l’arrivo della festa dell’immacolata, che ogni anno si celebra l’8 dicembre e dopo essere stata preparata con molta attenzione dalle comunità, si apre calorosamente l’attesa al Santo Natale, che in Calabria a differenza di altre regioni è contrassegnata da profonde tradizioni.
Oggi purtroppo sono molti i casi in cui fra le età adolescenti, sembra predominare la voglia di cambiare e trascurare molte piccole bellezze che i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità, proprio in occasione di questa preziosa festività. Ma nonostante questo, sono ancora molte le famiglie in Calabria che riescono a distinguersi dalla tendenza nazionale, cioè quella di trasformare in un solo fenomeno commerciale, questa occasione di unità, di accoglienza e di benvolere reciproco, specialmente fra tutti i membri della propria famiglia e anche della propria comunità. Si accantonano per qualche giorno tutti quei tipi di problemi cronici (come malattie prive di cure, sindrome di down, problemi di natura economica e di qualsiasi altro tipo) che appartengono a molti esseri umani, per stare insieme, scambiarsi affetti e auguri per un anno migliore.
Molte mamme e nonne, nonchè papà e nonni riescono ancora a tenere alta, la capacità di trasmettere alcuni tra i valori più importanti dell’esistenza umana ai propri figli ed ai propri nipoti. Qui infatti in molte case oltre alla preparazione del tradizionale albero, ci si mette in movimento sin dai primi di dicembre per preparare ancora una volta per il prossimo Natale il presepe e raccontare simbolicamente la storia della Santa Natività e dei valori da essa derivanti.
Anche se le vendite di pastori e gadjet vanno sempre diminuendo, sia a livello nazionale sia in Calabria, c’è da dire che il cittadino calabrese nella realizzazione del presepe non è mai stato un ottimo acquirente e consumatore di prodotti commerciali, da sempre infatti, in questa occasione ha tirato fuori il miglior lato artistico di un artigiano professionista. Si va alla ricerca di materie prime (muschio, cortecce, sassi, calce, farina, ecc) per la realizzazione coreografica e la costruzione di paesaggi, montagne innevate, piccole case, sentieri, ruscelli, molto spesso ci si cimenta in una scenografia automatizzata da semplici meccanismi in movimento che contribuiscono ad abbellire ed a rendere più realistico il presepe.
Non molto diversa è la realizzazione del presepe vivente, una manifestazione che nei giorni che precedono il Natale si effettua in diversi comuni, con lo sfondo della coreografia che è caratterizzato da scorci di antichi borghi ottocenteschi appartenenti ai paesi in cui si tiene l’evento. La scena teatrale preparata per l’occasione propone dei normali cittadini come improvvisi attori che esprimono il loro contributo alla raffigurazione della vita quotidiana nel periodo della Natività, impersonando pastori ed altri personaggi. Questi ultimi ed i visitatori che passeggiano in silenzio tra le vie del borgo in un atmosfera antica, in più, tutto quello che circonda l’evento che va dalle luci emesse dai focolai, dai rumori dei fabbri e degli artigiani, fino ai suoni ed agli odori delle stalle, sembra portare indietro il tempo di 2000 anni.
Nei giorni dopo l’Immacolata, mentre nelle strade addobbate da arcate e da comete luminose installate dai comuni nelle principali vie del paese, e mentre i più giovani si divertono a far sentire i propri botti a tutta la comunità, in molte famiglie la padrona di casa pensa già ai preparativi per il caloroso e molto atteso cenone della Vigilia che godrà di una lunga tavolata che di sicuro si protrarrà fino a mezzanotte. Si premura quindi di spolverare il prestigioso servizio per addobbare la tavola e di reperire gli ingredienti per le non poche pietanze da offrire ai numerosissimi ospiti.
In paese si può intuire, che dai camini fumanti, le donne sono già all’opera nella preparazione di dolciumi fritti ed al forno, si preparano i “ciciàri zukkèrati” (ceci cotti nella sabbia portata ad alta temperatura, successivamente raffreddati e cosparsi di sciroppo di zucchero, ottimi per accompagnare le serate natalizie con dell’ottimo vino calabrese), mandorle ricoperte di cioccolato, torroni alle mandorle come solo una mano calabrese li può creare, “fica sikki” (fichi secchi ripieni), “Zzippùli”(zeppole natalizie), “curùnesci” (corone fritte di pasta dolciaria) e tanto altro ancora.
Nei giorni prefestivi si accolgono anche i parenti che arrivano dal Nord Italia e/o dall’estero, per passare le festività con i propri cari. A loro si fanno assaggiare già alcune delle propri delizie preparate con tanto amore nei mesi precedenti, come il proprio vino novello, l’immancabile fetta di pane arrostita sulla brace e cosparsa del profumatissimo olio extravergine di un colore verde smeraldo dalle olive appena raccolte e lavorate in frantoio, la gustosa portata di fagioli cotti in una pignatta accarezzata dalle fiamme del proprio camino per un giorno intero conditi poi con l’olio fresco e spolverati di peperoncino piccante (comunente detta “carni di poveri”), i numerosi dolci e tanto altro.
C’è chi anticipa le feste con un’altra grande tradizione, in occasione di avere la compagnia dei propri parenti emigrati, si effettua la macellazione del maiale allevato nelle proprie campagne. Si ottiene un’ottima carne fresca che nella maggior parte dei casi la si consuma il giorno stesso della macellazione, e poi si preparano gli ottimi salumi piccantissimi (“Nduja”, “Maccularu”,”Satizzi”,”Culatellu”, ecc.), che non mancheranno nelle cene e nei pranzi delle feste natalizie, un detto popolare dice: “A Natali non senti nè friddu né fami” (a Natale non si sente ne freddo e ne fame).
Gli eventi religiosi per i giorni festivi sono ancora degnamente celebrati, sia la funzione della Vigilia sia la funzione delle mattina di Natale sono frequentate da numerosi fedeli.
In Calabria, le tradizioni e le usanze sono ancora fortemente radicate nella vita delle comunità, si distinguono per essere sempre ospitali, disponibili e solidali. Alcune di queste qualità vengono marcate spesso nella vita dei Calabresi, ad esempio maggiormente le donne, ma anche interi nuclei familiari, nelle ricorrenze festive, ed a Natale in particolare, rimarcano alcuni valori e tradizioni, e davanti ad eventi luttuosi e/o a parenti gravemente ammalati, essi si stringono attorno a loro con forza ed umiltà.

Fenomeni

Dicembre 24, 2006

Le favole insegnano verità universali; non dobbiamo dimenticare questo tipo di rappresentazione delle regole di vita.

Nel paese c’era un sindaco in carica da tanti anni. Un suo avversario per farlo cadere si inventò uno scandalo facendo riferimento ad un ponte da poco costruito. Costui sosteneva che era stato costruito utilizzando materiali non adatti, non rispettando gli standard di qualità imposti dal contratto. Era una palese menzogna , ma egli montò su una campagna diffamatoria.
Per dare prova alle sue accuse egli andò a fare delle foto, ma, scivolò e si ruppe tutte e due le gambe.

MORALE:

le bugie hanno le gambe rotte!