Archivio per Gennaio 2007

Dov’è Dio adesso?

Gennaio 31, 2007


«Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli. I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso momento. Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli rotolarono… Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora; così leggero, il ragazzo era ancora vivo… Stette là per più di mezz’ora, lottando tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro di me, udii lo stesso di prima domandare: “Dov’è Dio adesso?” E udii una voce dentro di me rispondergli: “Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella forca… »

Elie WIESEL, da “La notte”

CALABRIA ORA

Gennaio 31, 2007


CALABRIA ORA

Per chi ha interesse alla Calabria, non può non attingere alle informazioni fornite da questa giovane, ma già consolidata testata.

La Shoah nel racconto di Ruth Bondi

Gennaio 30, 2007

Discorso al palazzo della provincia di Bergamo per la Giornata della memoria 2007

“Già il fatto che qui a Bergamo, città italiana, si commemori il giorno della
liberazione del campo di Auschwitz mi commuove. Io prigioniera n. 72540
una volta. Potevo dire che questo non l’avevamo immaginato lì nella fabbrica
della morte, ma in verità non immaginavamo niente, non pensavamo al
passato perchè la nostalgia di quella che era la famiglia e la casa richiedeva
forza. Non pensavamo al futuro lontano perchè non sapevamo se saremmo
riusciti a viverlo. Pensavamo solamente a sopravvivere di giorno in giorno.
L’unica cosa che mi sono permessa di sognare era una pentola piena di
patate con la buccia tutta per me.
Dopo la liberazione del campo di Bergen Belsen, ultima tappa del mio
percorso fra i campi della Cechia, Polonia e Germania, mi sono ammalata di
tifo, pesavo solo trentacinque chili. Avevo paura di morire proprio mentre mi
stavo affacciando ad una nuova vita, come è successo a migliaia di altri come
me. Sono guarita e mangiavo, sono tornata velocemente rotonda come
prima. Non ricordo piu’ la sensazione della fame, ma mi è rimasta l’incapacità
di buttare il cibo e se qualcosa va a male mi resta un profondo senso di
colpa. Le patate sono da sempre il mio cibo preferito. Mi è rimasta la
repulsione per lo sporco dei luridi bagni, non avevamo vestiti per cambiarci
ne’ sapone ne’ asciugamani ne’ carta, niente.
Non avevo illusioni tornando a Praga dai campi nel 1945, la mia città natale
non mi ha accolto a braccia aperte, la gente non voleva sentire quello che
abbiamo passato nei campi o meglio, nemmeno io ero in grado di raccontare:
Ero contenta di questo reciproco silenzio, sapevo solo che non volevo più
vivere in Europa e dipendere dalla bontà di altri popoli, volevo vivere tra ebrei
in terra di Israele. Anche al mio arrivo in Israele nel dicembre, nel 1948, il
nostro silenzio non si ruppe. Dopo la vittoria della guerra di indipendenza gli
israeliani apprezzavano soltanto l’eroismo con le armi. Ai superstiti della
Shoah, orfani, genitori che persero i figli, ultimi residui di grandi famiglie,
venne chiesto “perchè non avete lottato?” Come se il sopravvivere
quotidiano, la preoccupazione per i genitori, per i figli, per i fratelli, non fosse
una lotta.
Il termine Shoah non esisteva ancora, gli ebrei e il mondo intero non
sapevano come chiamare un terribile assasinio di massa e hanno scelto il
termine “Olocausto” – sacrificio arso dal fuoco – e poi “Shoah” – grande
disastro. La Giornata della Memoria alla Shoah era stata fissata in Israele nel
1951 e per più di un decennio è stato l’unico giorno dell’anno in cui i media si
sono occupati dell’argomento con articoli, trasmissioni radio; politici in piazza
parlavano con parole grosse mentre della Shoah si può parlare solo con
parole semplici. E tutti erano contenti quando terminava questa lugubre
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giornata. Il grande cambiamento avvenne con il processo ad Adolf Eichmann
nel 1962 quando il popolo israeliano, e in un certo senso il mondo intero,
cominciò a sentire la voce dei singoli, non più la vaga cifra di sei milioni senza
volto. Ma il racconto e la sofferenza del singolo, come pure il racconto di
Anna Frank, toccò molti perchè rappresentava la storia di migliaia di ragazze
ebree. Pian piano la Shoah non interessava più solamente chi l’aveva vissuta
in prima persona. Era nata una nuova generazione pronta ad affrontare il suo
terribile insegnamento e significato: la cultura e l’istruzione di un popolo non
impediscono il compimento di atrocità, gli ebrei sono stati abbandonati e
nessun paese era pronto a salvarli quando ancora era possibile. I “grandi”
Stati Uniti hanno mantenuto al minimo l’immigrazione degli ebrei del centro
Europa – un visto dalla Cecoslovacchia per gli Stati Uniti richiedeva vent’anni.
Il mandato britannico in Erez Israel ha portato a 1500 i permessi rilasciati in
un mese quando le richieste erano centinaia di migliaia. Al convegno di Evian
nel 1936 nessun paese era disposto ad accogliere gli ebrei in fuga dalla
Germania. L’Australia, dagli immensi territori deserti, dichiarò di non voler
importare l’antisemitismo in un paese dove non esisteva. Hitler aveva capito il
messaggio – nessuno voleva gli ebrei. Noi superstiti della Shoah pensavamo
che dopo la terribile Seconda Guerra Mondiale l’antisemitismo violento non
avrebbe più rialzato la testa ma presto ci siamo dovuti ricredere: esso
continua anche nei nostri paesi di origine. Molti come me ne hanno seguito la
logica conseguenza e si sono arruolati come soldati nella guerra per la
costruzione dello Stato di Israele e della sua indipendenza. Nemmeno nei
momenti più duri della guerra e durante le guerre successive mi sono pentita,
nonostante il dolore per la perdita di giovani vite e la preoccupazione per il
futuro siano molto forti.
Ora, sessant’anni dopo la liberazione, alza la testa un nuovo leader fanatico
che dichiara apertamente di voler distruggere gli ebrei e l’Europa lo interpreta
come un problema “individuale” che riguarda soltanto Israele, problema che
non la tocca direttamente. Ma i sistemi di conquista e distruzione non si
fermano mai alla prima tappa. Io ho perso nella Shoah i miei genitori, i miei
nonni, zii, cugini, di trentacinque persone della mia famiglia siamo rimasti in
vita soltanto in quattro tra cui io e mia sorella. Io sono stata graziata, non ho
perso la mia fiducia nell’uomo perchè ho capito da una parte, che l’uomo può
fare cose terribili ma nei campi ho visto anche tante persone che hanno
mantenuto la propria dignità: al ghetto di Theresienstadt, la mia prima tappa
sulla via dei campi di concentramento, erano i medici, le infermiere, i maestri,
le madri che curavano i malati e i deboli, specialmente bambini e ragazzi, con
la speranza che almeno loro si salvassero. Era un mutuo aiuto fra prigionieri
anche nel ghetto, anche nei tre anni e mezzo nei campi con le mie coetanee
cecoslovacche e anche con la fame più disperata non rubavamo l’una all’altra
e a volte dividevamo quel poco che c’era. Ma più ancora hanno rafforzato la
mia fede i prigionieri di guerra arrivati nel 1944 come noi ad Amburgo per
ripulire i resti dei danni dei bombardamenti degli alleati sulla città. I prigionieri
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di guerra italiani abitavano vicino a noi nei magazzini di tabacco dell ex porto
di Amburgo, quelli francesi lavoravano vicino a noi sui resti delle raffinerie
distrutte e quando seppero chi eravamo – quattrocento prigioniere ebree – e
da dove venivamo hanno deciso che potevamo essere le loro sorelle e le loro
compagne e che ci avrebbero aiutato. Non potevamo incontrarli, c’erano le
SS, ma c’era un punto accordato dove loro lasciavano delle cose per noi.
Ogni prigioniero si prendeva cura di una di noi, il mio “prigioniero” si
chiamava Renè Delancour e mi procurò calze (andavo scalza), uno
spazzolino da denti e in inverno un paio di mutande calde. Ogni volta che
riceveva un pacco dalla croce rossa mi donava qualcosa nonostante fossero
alla fame anche loro. E c’era anche Eva, ufficiale SS ad Amburgo che,
quando mi ammalai di dissenteria, mi portò medicine e mais; è vero, era una
dei malvagi, ma di lei mi ricordo. Non sapevo odiare abbastanza i tedeschi
per cercare la vendetta dopo la liberazione. Questo richiede forza e
perseveranza e io non volevo aver niente a che fare con l’odio.
Anche questo passò e dopo trent’anni andai, come giornalista – per la prima
volta – in Germania. Ho incontrato giovani nati dopo la guerra e non riuscivo
ad incolparli delle malefatte dei loro padri. Quando uscì la mia autobiografia
in lingua tedesca feci un tour di conferenze in Germania per la presentazione
del libro ai giovani studenti e mi resi conto di quanto il tema fosse sentito.
Quasi nessuno di loro aveva mai avuto l’occasione di parlare con chi aveva
vissuto la Shoah in prima persona e nemmeno aveva parlato con i loro padri
su ciò che avevano fatto durante la guerra. Non ho avuto la forza d’animo di
Primo Levi per scrivere di Auschwitz poco dopo la guerra, mi ci sono voluti
trent’anni e anche allora non lo feci in prima persona. Dapprima scrissi la
biografia di Enzo Sereni che certamente conoscete: figlio di famiglia ebrea
dell’aristocrazia romana, suo padre era medico della corte reale. Diventò
sionista e nel 1927 andò a stabilirsi nella desolata terra di Israele costruendo
il kibbutz Givat Brenner e divenendo figura centrale nel movimento laburista.
Si arruolò nell’esercito britannico a 39 anni; fu paracadutato in Italia, già
occupata dai nazisti, per aiutare ebrei ed italiani. Fu subito catturato e portato
a Gries, campo vicino a Bolzano, successivamente mandato a Dachau dove
riuscì ad appoggiare e aiutare alcuni prigionieri italiani per poi essere
giustiziato nel novembre del 1944. Soltanto dopo aver finito di scrivere
“L’Emissario”, titolo della biografia su Enzo Sereni, mi sentii forte abbastanza
per scrivere della Shoah, ma nemmeno questa volta ci riuscì in prima
persona. Ho scelto di scrivere la biografia del leader degli ebrei al ghetto di
Terezin, Yaakov Edelstein, che cercò di salvare almeno i giovani, seme del
futuro popolo ebraico, e pagò questo gesto con la sua stessa vita. Scrivendo,
volevo chiarire a me stessa come erano andate le cose. Da prigioniera non
avevo la minima idea di ciò che accadeva nel mondo e anche spiegare alla
generazione israeliana del dopoguerra quali erano i difficili dilemmi che
affrontavano i leader ebrei sotto il nazismo, non era facile. Soltanto dopo
cinquant’anni dalla Liberazione, sono stata capace di scrivere quello che ho
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passato ma anche questa volta con limitazione nel raccontare gli orrori stessi.
Ho scritto solo ciò che successe prima dell’annientamento dei bambini nella
capanna a Birkenau-Auschwitz, quelli che curavo io. Perchè dei bambini in un
campo di sterminio? I nazisti li lasciavano in vita in quel che si chiamava
campo delle famiglie in caso di una visita di ispezione della Croce Rossa
internazionale, inviata per vedere cosa fossero questi campi di lavoro dove
venivano mandati gli ebrei di Terezin. E quando l’ispezione si limitava a
visitare il ghetto e non si estese ai campi in Polonia, i bambini e i loro genitori
vennero assassinati in sei mesi, nel luglio 1944.
Ancora oggi mi è difficile parlare liberamente di queste cose tremende e
come potete vedere mi aggrappo senza accorgermi alla parola scritta come
ad un’ancora di salvezza. Scrivendo di Edelstein, sono stata “attirata” al tema
dell’ebraismo cecoslovacco e quasi interamente annientata. Tuttora scrivo
per interesse, e anche con senso di debito verso i miei genitori, i miei nonni, i
miei amici, tutti coloro che hanno perso la vita. Qual è la lezione della Shoah?
Che l’uomo, anche il più colto e il più educato, può arrivare a compiere tale
terribile crudeltà e che bisogna credere ai dittatori che dichiarano di voler
eliminare un altro popolo e agire contro di loro in tempo invece di arrendersi
come fecero Francia e Inghilterra negli accordi di Monaco nel 1938. Gli stessi
sopravvissuti hanno tratto conclusioni diverse e contrastanti: hanno pensato
che rimanere ebreo fosse pericoloso e hanno cambiato il proprio nome in un
nome che non suonasse ebreo. Si sposarono con persone non ebree.
Nascosero ai figli la loro provenienza. Non sempre è servito e prima o poi
furono scoperti. Altri persero la fede in Dio perché lo ritenevano colpevole per
non aver fermato il massacro di un milione e mezzo di bambini ebrei. Altri
scelsero la fede comunista perchè nel dopoguerra sembrò essere l’unico
scudo contro un nuovo fascismo e perchè promise uguaglianza e giustizia.
Fino al risveglio…
C’era chi si allontanò il più possibile dall’Europa andando in Australia, Sud
America, e altri come me ai quali la Shoah aveva rafforzato il sentimento di
ebraismo e che desideravano vivere in uno stato ebraico in grado di
difendersi.
Una cosa però avevano in comune tutti i superstiti: volevano costruire una
famiglia al posto di quella che avevano perduto, volevano avere dei figli per
non interrompere la collana delle generazioni.
Quando nacque questa generazione ci si pose la domanda sul cosa
raccontare, sul cosa rispondere alle domande dei giovani.
“Perchè non hanno nonni e famiglie numerose come tutti gli altri?”. C’era chi
preferiva tacere e chi raccontare, io con mia figlia ho scelto una via di mezzo,
ho scelto di rispondere alle domande senza mai dire “quando sarai grande
capirai” ma ho anche scelto di non raccontare gli orrori e di aggiungere alla
storia qualche sorriso, tipo quando ho nascosto un cetriolo nel reggiseno, per
non creare traumi anche se allora non si usava ancora il termine trauma. Lei
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è cresciuta sapendo che sua mamma aveva vissuto la Shoah, ma anni dopo
mi confessò che allora da bambina avrebbe preferito che fossi nata in Israele.
Essere un superstite della Shoah non era una vergogna ma non era
nemmeno un grande onore. Grazie al clima mite in Israele si gira spesso in
maniche corte e la gente vedeva il numero tatuato sul mio braccio e mi
chiedeva: “Come mai sei rimasta in vita?”. Ho deciso di togliere il numero di
Auschwitz. Non ne avevo bisogno e non volevo girare con il timbro che mi
fecero i nazisti.
Adesso, alla terza generazione dei nostri nipoti è più semplice. In un
programma che si chiama “Radici” gli studenti studiano le origini delle loro
famiglie e poi alla fine del liceo gran parte di loro fa un viaggio in Polonia ai
campi di Birkenau, Treblinka, Sobivor. Sembrerà strano ma io ero contraria a
questi viaggi, ero convinta non bisognasse traumatizzare le generazioni con
questi ricordi perchè la vita in Israele comunque non è facile. Pensavo che
per questi viaggi in Europa sarebbe stato meglio se avessero visto bellezze,
tradizione, cultura, Firenze o Parigi. Tuttavia mio nipote (ora soldato di leva)
di ritorno dalla Polonia mi disse che mi sbagliavo e che era molto importante
visitare quei luoghi.
Anche altri paesi hanno deciso di commemorare la Shoah e hanno scelto il
giorno della liberazione di Auschwitz, simbolo dello sterminio, anche se
c’erano altri campi non meno infami.
Ci si domanda perchè ricordare la distruzione del popolo ebraico quando altri
genocidi sono in atto. La risposta è che è un momento della storia che non ha
precedenti e che è proibito che ci siano, non la distruzione di una tribù da
parte di un’altra, non una guerra per un territorio, non una guerra per
governare, ma uno sterminio fine a sè stesso, programmato a sangue freddo,
coscientemente, con tecniche moderne.
I produttori dei forni di Auschwitz cercavano di produrre i forni più capaci e
veloci, i direttori dei treni si impegnavano a garantire il numero massimo di
convogli nonostante la guerra, illustri professori davano giustificazioni
scientifiche dello sterminio.
Gli assassini tornavano a casa la sera ed ascoltavano Mozart e Beethoven.
Capelli e denti dorati venivano usati come materia prima. Tutto ciò era una
moderna fabbrica per cancellare un popolo dalla terra, non soltanto di ebrei
ma anche di zingari, anch’essi considerati sotto-uomini e tuttora odiati.
Il fatto che oggi siate qui raccolti e mi abbiate invitato a parlare significa che
la Shoah non riguarda solo gli ebrei. Essa deve servire di avvertimento e di
esempio per tutti i popoli a dimostrazione del fatto che l’uomo è in grado di
sopportare qualsiasi atrocità e che non deve mai smettere di lottare”.

Buchi e buchetti

Gennaio 29, 2007

NOn sempre le ciambelle riescono con il buco…a volte nemmeno le calze

Figuraccia del presidente della Banca Mondiale in una moschea turca Capo della Banca Mondiale con calze bucate Imbarazzo di fronte a Paul Wolfowitz quando si è tolto le scarpe per entare nella luogo di culto musulmano a Edirne

ANKARA – Brutta figura per il presidente della Banca Mondiale, l’americano Paul Wolfowitz. Domenica, durante la sua visita in Turchia, ha vissuto dei momenti imbarazzanti prima di varcare la soglia della famosa moschea Selimiye a Edirne. Appena tolte le scarpe (un rituale che simboleggia la volontà di lasciare all’esterno ogni impurità) ecco venire alla luce i buchi appena creatisi nei calzini grigi di Wolfowitz. A riportare la notizia l’emittente turca Ntv che ha seguito passo passo il presidente della Banca Mondiale durante il suo viaggio ufficiale in Turchia. E la stampa del paese, ha riproposto la foto dando grande risalto alla notizia dei calzini bucati. Il commento sarcastico del quotidiano «Hürriyet»: “Il capo dei soldi ha buchi nelle calze”.
PRESTITO DI 150 EURO – Non solo la visita in moschea ha avuto attimi spiacevoli per Wolfowitz: durante un tour privato in un bazar Paul Wolfowitz ha notato due braccialetti in argento da acquistare. Quando, frugando nei pantaloni, si è accorto di non avere abbastanza soldi con sè per poter pagare i gioielli, si è fatto prestare la somma dalle sue guardie del corpo. Il costo dei braccialetti era di circa 150 euro. Wolfowitz è conosciuto prevalentemente per essere stato, nel lustro passato, uno degli architetti della politica estera dell’amministrazione di George W. Bush e dell’attacco all’Iraq.

Le calze di Wolfofitz

L’incredibile è accaduto!

Gennaio 29, 2007

La Reggina ha agganciato il Messina.

Quel Messina che, al fischio finale del derby di andata, aveva l’abissale vantaggio di 19 lunghezze sugli amaranto…
E adesso il derby!
Io non so se esiste un regista anche per le dinamiche pallonare, ma se c’è ha fatto le cose per bene. All’andata, al “San Filippo”, il

Messina sconfisse nettamente la Reggina e, come detto, si posizionò a + 19 rispetto agli amaranto.
Ce n’era abbastanza per ritenere non chiusa, ma stra-chiusa la partita – tutta personale- dello Stretto. Eppure da allora la squadra di Mazzarri ha cominciato un’incredibile rimonta (con la leggera spinta della parziale riduzione della penalizzazione), mentre il Messina di Giordano, dopo qualche turno,ha preso a non azzeccarne più una. E così, ora per gli amaranto l’occasione più ghiotta che si potesse immaginare: concretizzare un incredibile sorpasso proprio attraverso il derby del “Granillo” di sabato prossimo, alle ore 18. Dopo il 30 aprile scorso, ecco pronto un altro derby senza domani.
Adrenalina purissima!

Giusva Branca da www.strill.it

Israele ..storia di un miracolo

Gennaio 29, 2007


Penso che tante volte per capire il presente basterebbe soltanto ripercorrere il passato.
Fino alla fine del Mandato Britannico di Palestina, il termine “palestinese” stava a indicare -tanto nel linguaggio comune quanto sui documenti ufficiali- la nazionalità degli ebrei residenti in quel territorio. La “nazionalità israeliana” è nata con la fondazione dello Stato d’Israele.

Per trovare il termine “palestinese” usato nell’attuale accezione, bisogna arrivare al 1967. Fino ad allora, infatti, la variegata popolazione araba di Palestina non aveva ancora adottato per sé una particolare definizione.

Il 14 maggio 1948 fu proclamata la nascita dello Stato d’Israele, immediatamente riconosciuto da USA e URSS, seguiti dall’Italia e da altre nazioni. Otto ore dopo la dichiarazione di indipendenza, gli eserciti di Egitto, Iraq, Libano, Siria, Transgiordania,Yemen e Arabia Saudita invasero il territorio legale di Israele. Alla vigilia dell’invasione panaraba, ‘Abd al-Rahman Azzam Pascià, segretario generale della Lega araba, dichiarò che si sarebbe trattato di una guerra di sterminio, di un terribile massacro, paragonabile alle stragi mongole e alle Crociate. E una settimana prima dell’invasione, incontrando ad Amman un rappresentante britannico, Azzam Pascià aveva affermato: “Non importa quanti siano gli ebrei. Li ributteremo a mare” (Shlaim, 1988, p.227).

Fino alla fine del Mandato Britannico di Palestina, il termine “palestinese” stava a indicare -tanto nel linguaggio comune quanto sui documenti ufficiali- la nazionalità degli ebrei residenti in quel territorio. La “nazionalità israeliana” è nata con la fondazione dello Stato d’Israele.

Per trovare il termine “palestinese” usato nell’attuale accezione, bisogna arrivare al 1967. Fino ad allora, infatti, la variegata popolazione araba di Palestina non aveva ancora adottato per sé una particolare definizione.

Fu così l’inizio della prima guerra arabo-israeliana, per Israele una vera e propria guerra d’indipendenza: “agli arabi di Palestina premeva di più non avere uno Stato ebraico che averne uno arabo-palestinese” (A. De Rosa, 1989, p.335). Il problema palestinese fu dunque il risultato, non la causa, del conflitto arabo-israeliano. Lo stesso Amin al-Husseini sostenne, dopo la sconfitta del 1948, che l’invasione d’Israele non ebbe mai lo scopo di “liberare la Palestina”, ma fu piuttosto dettata dalle ambizioni territoriali degli Stati arabi. Né gli arabi mai pensarono di formare uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania fino a che queste restarono in mani arabe, cioè sino al 1967 (Codovini, 1999).

I combattimenti, che durarono una quindicina di mesi e che videro da parte israeliana circa 6.000 caduti, terminarono con l’inizio dell’ultima tregua, il 7 gennaio 1949: subito dopo seguirono i negoziati per gli armistizi, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, fra Israele e ciascuno dei paesi invasori (eccetto l’Iraq, il quale ha rifiutato fino ad oggi di negoziare con Israele). Queste trattative produssero accordi armistiziali ed una nuova geografia dello Stato ebraico: la pianura costiera, la Galilea e l’intero Negev vennero a trovarsi sotto la sovranità israeliana, Giudea e Samaria furono sotto il governo giordano e la striscia di Gaza rientrò sotto l’amministrazione egiziana. Gerusalemme venne divisa tra la Transgiordania, che ne controllava la Città Vecchia e la parte orientale, e Israele, sotto il cui controllo si trovava il settore occidentale.

Nuovi confini, ma anche vari incubi strategici: le città israeliane si trovarono entro il raggio d’azione delle artiglierie nemiche, molti villaggi vennero divisi in due e una strozzatura di una quindicina di chilometri tra la Cisgiordania e il mare rendeva Israele altamente vulnerabile.

Il problema dei 600.000 profughi palestinesi, in fuga dalle terre conquistate da Israele, fu al centro dell’attività delle Nazioni Unite, ma come disse il presidente dell’UNRWA Ralph Galloway: “Gli Stati arabi non desiderano risolvere il problema dei profughi: essi vogliono mantenerlo come una piaga aperta, un affronto contro le Nazioni Unite ed un’arma contro Israele. I leaders arabi se ne infischiano se i profughi vivano o muoiano” (Barnavi, 1998). Svanì così la prospettiva di uno Stato arabo-palestinese confinante con lo Stato d’Israele: la Cisgiordania, come s’è detto, fu annessa al regno Hashemita di Transgiordania e la striscia di Gaza all’Egitto.

Terminata la guerra d’indipendenza, Israele concentrò i propri sforzi sulla costruzione di quello Stato per la costituzione del quale il popolo ebraico aveva lottato e sulla sistemazione dei “propri” profughi, cioè di tutti quegli ebrei che fino al 1948 avevano vissuto in paesi islamici e che dopo tale data – a causa delle feroci persecuzioni antiebraiche – furono costretti ad abbandonare le proprie case e a cercare rifugio in Israele. I nuovi arrivati si stabilirono nei quartieri abbandonati dagli arabi o fondarono nuovi villaggi in regioni scarsamente popolate dell’entroterra o presso i confini.

Nei primi quattro mesi d’indipendenza raggiunsero i porti d’Israele circa 50.000 nuovi arrivati, per lo più sopravvissuti alla Shoà. Verso la fine del 1951 erano arrivate 687.000 persone: 300.000 delle quali erano profughi (analfabeti, psicologicamente traumatizzati e privi di risorse) di paesi Arabi.

Lo sforzo economico dovuto alla guerra d’indipendenza e la necessità di provvedere alla rapida crescita della popolazione resero necessaria austerità all’interno e aiuti finanziari dall’estero. L’assistenza offerta dal governo degli Stati Uniti, i prestiti di banche americane, i contributi degli ebrei della diaspora e i risarcimenti post-bellici della Germania furono usati per costruire case, meccanizzare l’agricoltura, fondare una flotta mercantile e una linea aerea nazionale, sviluppare industrie ed espandere reti stradali, di telecomunicazioni e di energia elettrica.

La prima Knesset (Parlamento, deve il suo nome e il numero dei suoi membri alla Knesseth Hagdolah, “Grande Assemblea”, l’ente rappresentativo ebraico convocato a Gerusalemme da Ezra e Nehemia nel V secolo prima dell’era volgare) composta da 120 membri, si riunì dopo le elezioni nazionali del 25 gennaio 1949. David Ben Gurion venne eletto Primo Ministro e Chaim Weizman fu il primo Presidente dello Stato. L’11 maggio 1949 Israele occupò il proprio seggio in qualità di 59° membro delle Nazioni Unite.

Verso la fine del primo decennio, la produzione industriale era raddoppiata e così anche il numero delle persone impiegate, con esportazioni industriali quadruplicate. La vasta espansione di aree coltivate aveva portato all’autosufficienza nella fornitura di tutti i prodotti alimentari di base: circa 20.000 ettari di terreno per lo più desertico furono rimboschiti e vennero piantati alberi lungo quasi 800 chilometri di strade.

Quando Israele celebrò il suo decimo anniversario, la sua popolazione contava oltre due milioni di abitanti.

"Sionismo: il Risorgimento degli ebrei"

Gennaio 28, 2007

La frase virgolettata del titolo non è mia, ma di Gaia Rau de L’Unità. E anche se trovo il paragone storico un po’ “ardito”, non sarò certo io a fare un’alzata di scudi contro questa beffarda definizione…

Devo dire che sento crescere di giorno in giorno il senso di oppressione per l’attuale periodo storico: oltre alle sempre maggiori difficoltà economiche personali, che mi fanno sentire un working-poor, un lavoratore (nel mio caso laureato in ingegneria) con famiglia che con le sue entrate non riesce più a sostenere un tenore di vita medio a Milano, si aggiunge la difficoltà di poter esprimere le mie libere ed argomentate opinioni, senza essere insultato e chiamato offensivamente “sovversivo anti-italiano” o “anti-semita”. Accuse che la mia sola limpidezza di ragionamento fa sempre maggiore difficoltà ad allontanare…

(da www.unita.it del 27.1.2007)
Sionismo: il Risorgimento degli ebrei
di Gaia Rau

Da Napolitano a Fassino, la condanna in occasione del Giorno della Memoria è unanime: no all’antisemitismo. E questo no vale in qualsiasi forma esso si manifesti, compresa quella dell’antisionismo, che, come ha ricordato il capo dello Stato Napolitano, significa «negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico».

Proprio questo merita una precisazione, perché, con il termine «antisionismo», non si può identificare una semplice disapprovazione o presa di distanza dalla politica del governo israeliano, ma qualcosa di più profondo. Il sionismo è infatti il movimento, o meglio, l’insieme di movimenti religiosi, politici, spirituali e culturali che stanno alla base dell’esistenza dello Stato di Israele, e precedono la sua stessa costituzione: un processo assimilabile al Risorgimento italiano, considerando anche il fatto che le origini del sionismo furono coeve rispetto ai movimenti risorgimentali italiani, e in parte si ispirarono a questi.

La nascita del sionismo può essere collocata intorno alla metà del XIX secolo. Suo fondatore è generalmente considerato Theodor Herzl, un giornalista austriaco di origine ebraica, che nel 1897 organizzò il primo Congresso Sionista in Svizzera, a Basilea, e creò l’Organizzazione Sionista Mondiale.

Medioriente senza tabù – Interessante Master in Abruzzo

Gennaio 28, 2007

Dal 29 gennaio al 2 febbraio, nell’ambito del Master “Enrico Mattei” in Medioriente organizzato dalla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, si terrà il modulo di apertura dal titolo “Il Medio Oriente e i mass media”, di cui riportiamo di seguito l’interessantissimo programma, ricco di spunti che (purtroppo) assai difficilmente arrivano all’attenzione del grande pubblico.

Non nascondo un certo orgoglio nel notare che tali convegni o congressi o iniziative, finalmente liberi di ricercare la verità degli eventi e scevri da censure e condizionamenti in difesa dei grandi interessi del potere internazionale, spesso e volentieri vengono organizzati nelle regioni del Sud Italia, dall’Abruzzo alla Calabria alla Sicilia.

In questi giorni si celebra la Memoria degli stermini nei campi di concentramento nazisti, alla quale ognuno è chiamato a partecipare convinto, con l’obiettivo di impegnarsi concretamente affinché non si ripetano mai più tali immani tragedie, riconoscendole in tempo ed opponendovisi fermamente, così come purtroppo non fecero a suo tempo quei cittadini tedeschi ed europei che si disinteressarono di quanto stava accadendo a due passi da casa propria.

Il mio personale contributo a queste giornate della Memoria consiste nel suggerimento del libro “Prima dell’alba. Autobiografia autorizzata di Eugenio Zolli”.
Esso condensa, secondo me, la speranza più bella che nasce immediatamente dopo che si è consumata la disumana tragedia: il rabbino capo di Roma Israel Zolli viene battezzato con rito cattolico il 13 febbraio 1945 col nome del papa allora regnante Pio XII, Eugenio Pacelli.
Senza mai rinnegare di essere ebreo (ovviamente. E anzi: guai a chiunque desideri una cosa del genere!), egli stesso scrive: «La conversione è un atto di Grazia di Dio e allo spirare dello Spirito Santo e della Grazia, si compie ogni conversione onesta. Non posso gloriarmi di nulla, proprio di nulla, e il dire che la mia conversione fu onesta equivale a: non fu disonesta, quindi alcun vanto. Giunta l’ora della Grazia, mi sono convertito».
Tale decisione gli procurò diversi attacchi e tentativi di “riconversione” (anche con laute offerte economiche) da parte della comunità ebraica internazionale, e all’atto pratico non gli fruttò alcun particolare beneficio.



da http://www.mastermatteimedioriente.it/

Eccoci al modulo di apertura del master, dedicato a “Il Medio Oriente e i mass media”, e che vede la partecipazione dal 29 gennaio al 2 febbraio non solo di giornalisti di chiara fama, ma anche di storici e giuristi altrettanto illustri. Uno di questi in particolare, l’insigne giurista internazionalista prof. Augusto Sinagra, svolgerà la prolusione al seminario e al corso di studi, con una relazione dal titolo “il grande assente: il diritto internazionale”. Perché? Perché in un modulo sui mass media l’apertura dei lavori è affidata a un esperto che per professione non ha dimestichezza con i mezzi di comunicazione?

La risposta è semplice: guardate come i mass media hanno sin qui “coperto” il contenzioso con l’Iran, per non parlare del più antico conflitto israelo-palestinese. Troverete schede e informazioni su tutto – compresi i menù culinari, i maglioncini, e le battute “segrete” dei potenti del mondo nei vertici “per la pace in Medio Oriente” – ma non troverete mai, o quasi mai, una scheda o un commento sulla posizione dell’Iran dal punto di vista del diritto internazionale. Il diritto internazionale è appunto il grande assente non solo nelle relazioni postbipolari – da cui la sistematica politica del fatto compiuto, una volta appannaggio esclusivo di Israele, e ormai anche di Stati Uniti e Inghilterra – ma anche nei mass media. Per responsabilità certo anche dei giuristi internazionali, che hanno in genere avallato lo stravolgimento dei diritto internazionale successivo alla fine del bipolarismo, ma anche dei grandi mezzi di informazione, generalmente disattenti su questo terreno. Dunque, ecco una proposta di riflessione su questa carenza, del resto interna alla più generale dis-informazione sui fatti e la storia del Medio Oriente da parte del grandi mezzi di comunicazione.

Altri temi del modulo: Clara Gallini professore emerito de La Sapienza di Roma, affronterà la questione dell’immagine dell’Islam in Occidente, argomento importantissimo (basti pensare, come ricordava lo scorso anno Andreotti, che il libercolo della Fallaci ha venduto in un anno più copie della Divina Commedia di Dante Alighieri) sul quale relazionerà con una conferenza sugli “stereotipi” della religione musulmana anche Alessandro Aruffo, saggista e autore di diversi libri sull’Islam. Dan Vittorio Segre offrirà dall’alto della sua competenza – è presidente dell’Istituto di studi mediterranei e docente all’Università di Lugano – una visione attenta al campo opposto, Israele.

Due lezioni riguarderanno poi quel campo di indagine del master che abbiamo titolato “Il Medio Oriente in Africa”, perché relativo a regioni del continente geopoliticamente connesse con il Medio Oriente. Di questo scenario fanno parte non solo la Somalia e il Sudan (Claudio Moffa), ma anche il più lontano Ruanda: basti pensare alla visita del tutsi Kagame in Israele nel 1997, alle accuse all’hutu Habyarimana di aver permesso il transito di armi destinate all’Iraq di Saddam Hussein fra il 1991 e il 1994, al traffico di diamanti che ha legato e lega la piazza di transito di Kigali al terminale di Anversa, o anche alla recente, curiosa presa di posizione a favore dell’invasione etiopica della Somalia da parte del vicepresidente dell’Unione Africana – un ruandese tutsi – presa di posizione in contrasto evidente con i principi della UA (non a caso smentita poco dopo dai vertici dell’organizzazione) ma coerente invece con gli interessi strategici del blocco filoisraeliano e antiislamico africano di cui il regime tutsi di Kigali è parte fondamentale.

Come affrontare il Ruanda in un master dedicato ai mass media? Il modo che proponiamo è di nuovo, quello di far parlare un giurista, l’avvocato Giacomo Barletta Caldarera, l’unico legale italiano a operare nel Tribunale penale internazionale di Arusha in qualità di difensore di un ex dirigente del regime hutu di Kigali: la sua lezione sarà sicuramente, con toni forse meno critici dei nostri ma comunque di eccezionale valore didattico, una smentita dell’immagine superficiale, edulcorata di questa Corte dei vincitori, veicolata in Occidente da una stampa e una editoria disattenta se non apertamente faziosa.

Nella settimana dedicata all’informazione parleranno d’altro canto molti giornalisti esperti e di fama: Ugo Tramballi inviato de Il Sole 24 ore terrà una lezione sulla stampa israeliana, Samir Al Qaryouti parlerà della stampa araba e del “caso” Al Jazira, tv di cui è opinionista; Corradino Mineo, relazionerà sul Medio Oriente visto dal fondamentale osservatorio degli Stati Uniti, paese dal quale è stato per lungo tempo corrispondente RAI; Roberto Morrione spiegherà il ruolo strategico delle news nella preparazione e “conduzione” dei conflitti del Medio Oriente, meccanismi di cui è grande esperto in quanto ideatore e primo direttore di RAI news 24. E poi ancora Sigfrido Ranucci, con una conferenza sul giornalismo di inchiesta, strumento fondamentale nella ricerca della “verità vera” delle guerre postbipolari, come ha dimostrato il suo servizio su “La strage di Falluja”; Massimo Fini e Maurizio Blondet, due voci anch’esse fuori dal coro anche se di tendenza opposta, proporrano d’altro canto le loro utili e intelligenti “provocazioni” (tali solo in relazione alla diffusa mediocrità dell’informazione sul Medio Oriente) sull’11 settembre e sull’Iran di Ahmedinejad; Stefano Chiarini, inviato “storico” de il manifesto, parlerà delle strategie della disinformazione in Medio Oriente, mentre Sergio Cararo, un altro esempio di giornalismo militante, ripercorrerà l’intreccio perverso fra il conflitto israelo-palestinese e le polemiche quasi sempre strumentali sull’antisemitismo.

L’informazione giornalistica, ovviamente, non è la sola a occuparsi e a interferire nell’universo complesso che va sotto il nome di “Medio Oriente”, con la sua storia antica, i suoi conflitti e i suoi incontri e meticciamenti culturali di lunga durata: ecco dunque che abbiamo lasciato aperta, in questa prima settimana del master, una finestra di riflessione sulla grande editoria e sull’industria cinenatografica come vettori di formazione delle coscienze, nella convinzione che un “buon” film (dove per buono si intende un prodotto ben confezionato e carico di suggestioni) può valere più di cento editoriali. Il Codice Da Vinci è da questo punto di vista, l’ultima grande impresa mediatica tesa con ogni evidenza a colpire la tradizione religiosa cristiana (da quale versante? Si possono trarre conclusioni sicure, dal fatto che sia il volume che il film fanno riferimento a un mitico “Priorato di Sion”, e a una simbologia comprensiva fra l’altro dello scudo di Salomone-stella di Davide?), e dunque, per questo, perfettamente inerente al tema del master. Del bestseller editoriale-cinematografico parlerà Andrea Tornielli, inviato speciale de Il Giornale e autore di un libro dal titolo – appunto – “Processo al Codice da Vinci”.

La conferenza verrà preceduta dal film di Ron Howard, ultimo dei tre video proiettati durante il seminario, dopo “L’inganno globale” di Massimo Mazzucco, e “La strage di Falluja” di Sigfrido Ranucci.

MASTER “ENRICO MATTEI” IN MEDIO ORIENTE
liberi di insegnare, liberi di imparare

Calabresi nei lager

Gennaio 27, 2007

Le storie di Gaetano Mellino da Crotone e del reggino Giovanni Scilipoti, internati a Mauthausen e Dachau

GAETANO MELLINO

Aveva lasciato la sua Crotone emigrando a Genova per ragioni di lavoro, ma anche per sfuggire al fascismo locale. A Genova svolge intraprende l’attività di commerciante di tessuti e il lavoro lo porta frequentemente nel biellese, zona di produzione dei filati. Dopo l’8 settembre 1943 entrato a far parte della Brigata partigiana “Fratelli Bandieraî” nella zona a cavallo tra l’Appennino ligure e quello piemontese utilizza presunti spostamenti di lavoro per l’organizzazione delle formazioni partigiane e per collegare tra loro le formazioni della costa con l’entroterra.
Il 7 dicembre 1943 viene sorpreso e arrestato, complice un’infiltrazione nelle fila antifasciste, insieme al cittanovese Ettore Carlino, a Mario Mainelli, un invalido di guerra fervente attivista comunista biellese, durante un’operazione della Gestapo in casa del professor Angelo Cova a Biella.
I quattro, che avevano costituito da poco il Cln, dopo un periodo di detenzione, furono avviati al campo di concentramento di Mauthausen. A Mellino giunto il 14 gennaio 1944, gli è assegnato il n. 42292 di matricola.
Nel lager si consuma la tragedia del gruppo: Mario Mainelli troverà la morte il 15 luglio 1944 al Castello di Hartheim, Gaetano Mellino trasferito a Ebensèe, probabilmente il 28 gennaio 1944, è morto il 29 marzo 1944 mentre Angelo Cova, rientrato in fin di vita, morirà a Biella il 16 luglio 1945. Ettore Carlino, unico sopravvissuto del gruppo degli antifascisti arrestati, svolse intensa attività sindacale e politica nelle fila del Pci di Biella. A lui e al fratello Domenico Carlino – che sarà l’uomo di punta della Cgil della provincia di Biella fino agli anni Settanta – si deve la stipula del primo accordo sindacale tra imprese e lavoratori in Italia dopo l’8 settembre 1943 noto come “contratto della montagna”.

GIOVANNI SCILIPOTI (nella foto)

A Dachau, città nella Baviera, in Germania, nel campo di concentramento allestito a marzo del 1933 dalla costruzione al giorno della liberazione furono eliminati circa 300.000 deportati stroncati dalla fatica e dalle disumane condizioni di vita: incatenati e sottoalimentati, furono costretti a stare in piedi in piccoli box di sessanta centimetri senza luce né aria.
In questo inferno vi furono centodue calabresi deportati, tra i quali sette deceduti. Il più noto è Giovanni Scilipoti (Reggio Calabria 10.5.1905), “uno dei più pericolosi comunisti della provincia “ – scrivono i reali carabinieri – “sia per la sua tenacia di propositi che pel fanatismo con cui professa i suoi principi”. Componente della Federazione Giovanile Socialista nel 1920, dopo la scissione di Livorno fonda a Reggio Calabria la prima sezione giovanile comunista e, a soli diciannove anni, assume l’incarico di segretario della Federazione provinciale comunista, esplicando intensa attività in tutta la provincia subendo diversi fermi, perquisizioni e arresti. Confinato a Favignana e Lipari subì in qualche modo i dissidi interni al partito tra l’esecutivo centrale e la frazione di sinistra capeggiata da Amadeo Bordiga, per la quale parteggiava, e per sostenere la quale intervenne con vivaci lettere all’Unità.
Per il suo atteggiamento “frazionista” fu espulso dal partito nel febbraio del 1926, ma continuò a professare tenacemente le idee comuniste e svolse un’accanita propaganda contro il regime. Nello stesso anno fu condannato a sei anni di reclusione insieme all’ex deputato comunista Ennio Gnudi, fiduciario del partito per la regione siculo-calabra, a Giuseppe Pianezza, Eugenio Musolino ed altri.
Nel 1928 fu condannato a sei anni di carcere che sconta nelle case penali di Alghero e Sulmona. Durante tale periodo il padre, Orazio, si appella, per lui, alla clemenza del Duce, ma Giovanni si dissocia. Nel 1932 viene rilasciato con l’amnistia del decennale della marcia su Roma. Nuovamente arrestato nel 1941 fu condotto nei campi di internamento di Monteleone di Spoleto, Monte S. Maria Tiberina, Città di Castello e infine a Fisignano di Spoleto dove rimane fino al 4 novembre 1943 data in cui, con le sorti del conflitto segnate, fu deportato a Moosburg e Dachau dove alcuni medici – oltre il tristemente noto Jospeh Mengele – si dedicarono ad obbrobriose sperimentazioni: dallo studio degli effetti sull’uomo delle bassissime temperature, all’eliminazione sistematica dei prigionieri mediante iniezioni endovenose o intracardiache di fenolo e benzina. Tornato in Italia senza denti e col peso di 40 Kg rimane fedele al suo ideale, ma rifiuta la candidatura alla Camera dei Deputati in un collegio vincente: “La politica – scrive ringraziando – ha tolto a me ed ai miei cari già troppi anni. Non intendo aggiungere a questi un solo secondo in più di quanto non sia veramente necessario”.

Calabresi nei lager

La biblioteca del Blog alla deriva

Gennaio 27, 2007


Dettagli del libro
Titolo: Gerusalemme, Gerusalemme
Autori: Lapierre Dominique, Collins Larry
Editore: Mondadori
Data di Pubblicazione: 1998
Collana: I miti
ISBN: 8804448709
Pagine: 588
Reparto: Narrativa straniera

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Descrizione

La nascita dello Stato ebraico. Questo romanzo ne ricorda la genesi tormentata. Nel maggio del 1948, mentre gli ebrei festeggiavano la nascita di Israele, gli arabi già si preparavano alla lotta. Questo romanzo racconta gli uomini, i drammi, i fatti di quella tragica stagione terminata con la nascita del nuovo stato.