Vorrei domandare ad una persona
che l’ anno scorso proponevo come donna dell’anno….
ma per chi mi sarei esposto?…
e poi perchè certe scelte politiche?…
non mi aspetto risposte….
ma solo sottolineare che non sono un povero ingenuo,
ma sull’ onda di una emozione
si può perdere la propria capacità di discernimento..
e allora ribadisco…..
e ho una personalissima opinione
chi non c’è più
è stato onorato
molto meglio
da chi lo ha conosciuto poco
PER LORO SOMMA SFORTUNA!!!
Archivio per Febbraio 2007
Domanda.
Febbraio 28, 2007Classe dirigente italiota
Febbraio 28, 2007Articolo di Repubblica, questo qui in fondo, altamente ipocrita e pericolosamente “viscido”.
Pur affrontando il vero disastroso problema del nostro Paese, la classe dirigente, il taglio dell’articolo è vagamente psicanalitico (bisognerebbe far sapere all’articolista che è fresco di pubblicazione ed in tutte le librerie il “Libro nero della psicanalisi”, in cui diversi psicanalisti esperti mostrano con sincerità i limiti della loro “scienza”) e con un’interpretazione sociologica assai subdola (sembra che i “dirigenti economici”, i bocconiani diciamo, o anche degli stranieri purché la loro autorevolezza sia di natura puramente e squisitamente economica, abbiano ormai ogni diritto a sostituire i loro fiacchi colleghi della politica).
L’agonia dell’Italia è davvero drammatica, il fieto di cadavere si fa intenso e nauseante…
Quando l’anno scorso mi avvicinai ai “giovani di Locri”, ero convinto (e lo sono ancora!) che fosse da QUELLE LORO ENERGIE e da QUEI LORO VALORI che dovesse nascere la nuova classe dirigente del mio Paese, oltre che locale.
Pur conscio che le manovre dei poteri forti per incanalare in un vicolo cieco e poi affossare DALL’INTERNO questo movimento vitale sarebbero state fortissime e seducenti, ero certo che avrei comunque trovato un gruppetto che avrebbe resistito ad entrare in certe logiche di potere.
Sebbene sembra che oggi tutto sia perduto, e che quelle logiche abbiano vinto di nuovo (anche per le responsabilità di “leader giovanili” colpevoli di narcisismo, cecità e presunzione) io continuo a credere di no; e questa “fede” non è qualcosa di irrazionale e bambinesco, ma si fonda sulla lucida osservazione che l’Italia non abbia altre alternative che questa.
(da www.repubblica.it del 27.2.2007)
Presentato a Roma il I Rapporto Luiss sui vertici della società italiana
Confermati molti stereotipi negativi, soprattutto per i politici. Maggiore fiducia nei dirigenti economici
Autoreferenziale, utilitarista e in crisi
La classe dirigente non piace e fa autocritica
I criteri di accesso si basano sulla cooptazione, e non sul merito. I giovani profondamente sfiduciati
Due su tre pensano che avranno una posizione sociale simile o inferiore a quella dei genitori
di ROSARIA AMATO
ROMA – Una classe dirigente che non piace e che soprattutto non si piace, incapace di identificarsi nel ruolo guida e di rappresentanza dell’interesse generale che il Paese richiede. Dopo le molte analisi sulla crisi del ceto medio, la Luiss ha pubblicato oggi il primo Rapporto ‘Generare classe dirigente – Un percorso da costruire’, un censimento dei vertici della società che si propone anche di esaminarne valori, modelli e obiettivi.
Per scoprire che, come ha spiegato uno degli autori del Rapporto, Massimo Bergami, della Alma Mater Studiorum e Alma Graduate School Università di Bologna, “I dirigenti italiani non si sentono classe dirigente”. Nel senso che descrivono la classe dirigente con “stereotipi negativi” analoghi a quelli utilizzati dal resto della popolazione, a cominciare dall’orientamento all’utilitarismo e dalla scarsa predisposizione verso le competenze e i valori.
Ragion per cui, rileva il Rapporto, “i dirigenti non ritengono l’attuale classe dirigente un gruppo attrattivo, nel quale riconoscersi e identificarsi”. E la mancanza di identificazione porta a una conseguenza ovvia: “Se io non mi riconosco in quel gruppo – spiega Bergami – non agisco come membro di quel gruppo. Per cui una cosa è fare l’imprenditore, o l’ambasciatore, e un’altra è riconoscere la responsabilità che questo comporta. Non riconoscersi come classe dirigente diventa quindi un modo per dire che è sempre colpa degli altri. E per non sentire come propri gli interessi della collettività, ripiegando su quelli di parte”.
La classe dirigente specchio dunque di un Paese disgregato, che non riesce a identificarsi nell’interesse generale. Come invece dovrebbe fare, a detta degli stessi dirigenti, che alla richiesta di tracciare un “profilo ideale della classe dirigente italiana” hanno indicato come competenze maggiormente rilevanti la “visione strategica”, “senso morale, legalità, etica”, “capacità d’innovazione e creatività”, “capacità di attuare le decisioni” e “credibilità internazionale”.
Qualità non troppo diverse da quelle che il resto della popolazione vorrebbe riscontrare nella propria classe dirigente: “La popolazione vorrebbe una classe dirigente con maggiori competenze specifiche – spiega un altro degli autori del Rapporto, Carlo Carboni, dell’Università Politecnica delle Marche – e maggiore assunzione di responsabilità, vorrebbe che fosse meno un’elite autoreferenziale. Il leader ideale del futuro deve comportarsi come un buon padre di famiglia, avendo come registro fondamentale il buon senso”.
Se da un lato le attuali carenze della classe dirigente sono da attribuirsi, rileva il Rapporto, a un eccessivo ricambio operato negli ultimi anni, anche in modo piuttosto traumatico (si citano Mani Pulite, ma anche uno spoil system ’selvaggio’), dall’altro sono messi sotto accusa i ‘meccanismi di reclutamento’, tutt’altro che meritocratici. Per arrivare ai vertici infatti più che “la conoscenza” contano “le conoscenze”, si arriva per “cooptazione”, non certo per “merito”: infatti ricchezza e relazioni importanti sembrano le due risorse che maggiormente caratterizzano, secondo il giudizio generale, le classi dirigenti italiane.
Che, secondo la popolazione, sono carenti di visioni strategica (per il 42,7% degli intervistati), di capacità decisionale (44,7%), innovazione e creatività (46,3%) e, soprattutto, di senso della moralità e della legalità (58%) e di responsabilità pubblica e sociale (50,9%). Insomma, si legge nel rapporto, “la banalizzazione di questa percezione popolare è che comandano “i ricchi e i raccomandati” e non i migliori.
Il giudizio negativo investe soprattutto la classe politica, e in minor misura gli altri settori dirigenti. Nella percezione generale si riconosce anzi un rafforzamento, un maggiore prestigio alle professionalità economiche (imprenditori, vertici bancari, finanziari e assicurativi). Tra i politici mantengono un certo prestigio le principali cariche istituzionali dello Stato: sono loro, nell’opinione comune, e in minor misura i politici nazionali ed europei, che potrebbero “portare il Paese fuori dalle secche della crisi”.
Il Rapporto della Luiss si è anche preoccupato di effettuare un ‘censimento’ delle classi dirigenti, individuando tre gruppi: una prima mappa ristretta che comprende circa 2000 unità, una intermedia di 6.000 unità, e una ‘allargata’ di 17.000 unità. L’elite è sostanzialmente anziana: l’età media è passata da 56,8 a 61,8 anni tra il ‘90 e il 2004.
Nell’opinione degli intervistati nei primi quattro posti si trovano i magistrati, gli esponenti dei mass-media, i vertici sindacali e i vertici di banche e di istituzioni finanziarie, seguite dai vertici istituzionali e politici. Gli esponenti dei mass media hanno però un ruolo rilevante solo nella percezione della classe dirigente, ma non in quella del resto della popolazione, che manifesta anzi una certa insofferenza per il ruolo dei mass media, soprattutto di quelli tradizionali.
L’elite appare chiusa, soprattutto ai giovani: i due terzi degli intervistati tra i 20 e i 30 anni sono convinti che “avranno un lavoro e una posizione sociale sostanzialmente simile oppure tendenzialmente inferiore a quella dei genitori”.
Avviso di garanzia alla vedova Fortugno
Febbraio 27, 2007
Una notizia che non si sarebbe mai voluto leggere!!!.
“Truffa negli appalti della sanità”
REGGIO CALABRIA – Un avviso di garanzia è stato notificato a Maria Grazia Laganà, vedova del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, ucciso a Locri nell’ottobre del 2005. La donna è attualmente parlamentare dell’Ulivo. Non si conosce l’ordine di imputazione, secondo indiscrezioni sarebbe “truffa aggravata ai danni dello Stato” in relazione ad appalti nella sanità. L’onorevole Laganà ha annunciato una conferenza stampa e ha detto che la notizia “potrebbe essere veritiera”. L”indagine si riferisce ad una fornitura di farmaci all’ azienda ospedaliera di Locri, di cui Maria Grazia Laganà è stata vicedirettrice sanitaria, che non avrebbe prodotto alcun esborso finanziario da parte dell’ azienda ospedaliera di Locri, che non avrebbe prima accettato i farmaci e quindi non li avrebbe di conseguenza pagati. Maria Grazia Laganà, che in auto sta tornando a Locri, non ha voluto fare alcun commento, non avendo tra l’altro ancora letto il testo inviatole dalla Dda reggina. Nei giorni scorsi la vedova di Fortugno ha criticato duramente la conduzione dell’ inchiesta sull’ omicidio del marito, condotta sempre dalla Dda di Reggio, arrivando a chiedere più volte l’intervento del procuratore nazionale antimafia Grasso. Solidarietà alla vedova è stata espressa dal vicepresidente della Commissione Antimafia, Lumia. “Sono esterrefatto. Qualcosa non sta funzionando in tutta la vicenda che riguarda le indagini sul delitto Fortugno e sulla sanità calabrese. Ora si tratta di capire che cosa”.
Come e quando nasce la questione meridionale
Febbraio 26, 2007Che i meridionali siano culturalmente e caratterialmente generosi e patriottici é cosa abbastanza inconfutabile: abituati ad essere parte di una grande nazione dal XII secolo, in poco tempo e nonostante condizioni avverse si sono abituati a sentirsi parte dell’ancora più grande nazione italiana.
Mentre i settentrionali, se da un lato ben più abituati ed abili a districarsi nelle dure leggi del libero mercato, dall’altro lato non hanno mai maturato un senso di appartenenza ad una grande nazione, divisi come sono stati tra piccole signorie spesso in disaccordo tra loro. Per capire bisogna guardare oltre la siepe, risalire a prima della creazione della famigerata questione meridionale in Italia, e cambiare drasticamente mentalità e cultura, a Sud come a Nord, per rifondare da Sud la nuova Italia prima che le spinte centrifughe ed egoistiche diventino prevalenti nei settentrionali.
Dopo la conquista del Regno delle due Sicilie, ad opera dei piemontesi, cominciò in nome dell’Unità d’Italia, il pesante saccheggio del più vasto, più potente e più ricco Stato della Penisola; di quello Stato che poteva vantarsi di un’amministrazione pubblica modello e di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire, allora coniate in oro, più che doppio di quello complessivo degli altri Stati d’Italia. Stato pacifico che, tra l’altro, non conosceva la coscrizione obbligatoria e la leva in massa, e che si era posto all’avanguardia del progresso tecnico; a esso i Borboni avevano dato la prima ferrovia in Italia, la prima nave a vapore, il primo telegrafo elettrico (sia pure sperimentale) e, alla sua capitale, l’illuminazione a gas, con 10 anni d’anticipo sulle altre città della Penisola.
Stato dove non attecchì la grande usura, che vide anzi fallire il ramo dei Rothschild che si era stabilito a Napoli. L’Unità d’Italia, per il Meridione, significò il crollo della sua agricoltura e quello delle sue industrie -già più sviluppate e floride di quelle del Nord – con conseguenze che si fecero sempre più gravi e tragiche per le popolazioni.
L’Unità d’Italia, portò anzitutto alla completa rovina dei contadini, considerati sino ad allora, legalmente inamovibili dalle terre feudali, ecclesiastiche e comunali da loro coltivate, nonché proprietari di quelle coloniche; contadini praticamente esenti da doppie imposizioni e tributi, e da qualsiasi servitù militare. L’incameramento di queste terre, in ossequio ai nuovi principi, da parte del demanio piemontese, la loro messa in vendita, il loro acquisto, furono il trionfo degli speculatori, degli usurai, dei manipolatori di ogni specie, locali e piovuti dal Nord, i quali – sotto la protezione di un esercito di occupazione forte di 120 mila uomini e che, in 10 anni, bruciando paesi e paesani, massacrò 20 mila contadini (e forse molti di più) in lotta per il pane, gabbandoli per briganti -diventarono, con l’ausilio di leggi non meno infami di coloro che le applicavano, i padroni inesorabili del contadino. Questi, messo nell’impossibilità materiale di pagare le tasse e i balzelli imposti da un Piemonte in eterno disavanzo finanziario, si vide portare via le scorte, gli attrezzi, la capanna, il campo; e ciò non da un feudatario “spietato”, ma dal borghese “liberale”.
Così il contadino dell’ex reame delle Due Sicilie, il quale dal 1830 al 1860 aveva fruito di una condizione economica assai migliore di quella dei lavoratori della terra del resto della Penisola, si vide con l’Unità depredato addirittura anche del lavoro. E questo in quanto i nuovi proprietari della terra – introducendo colture industriali (agrumi e ulivo) in sostituzione di quelle che coprivano il fabbisogno alimentare e tessile delle popolazioni locali, contadine e cittadine – non ebbero che una preoccupazione: quella di realizzare sempre maggiori profitti finanziari, pure a totale scapito del lavoro (l’industrializzazione di quei tempi!). Così le campagne del Mezzogiorno, sacrificate all’industrializzazione agricola locale e tradite dalla politica per lo sviluppo delle manifatture del Nord, non furono più nella possibilità materiale, come lo erano state nei secoli, di assicurare alla popolazione del Sud, anche delle città, neppure la propria alimentazione. E fu lo sfacelo.
Si interruppe in conseguenza – tra l’altro – la corrente migratoria della mano d’opera, che sino allora si era spostata dal Nord al Sud, mentre i contadini meridionali, cacciati per fame dalle loro terre, furono costretti alla fuga verso il Nord e l’estero. Fenomeno che non tardò a trasformare l’intera Penisola in una immane colonia di sfruttamento umano, dove nuovi negrieri razziavano ogni anno, non più africani, ma un crescente contingente di disperati bianchi, il cui numero salì progressivamente da 107 mila – media annua del periodo 1876 -1880 – a 310 mila, media annua del periodo 1896 -1900, a 554 mila, media annua del periodo 1901-1905, a 651 mila, media annua del periodo 1906-1910, a 711 mila nell’anno 1912, a 872 mila nell’anno 1913, anno di vigilia della prima guerra mondiale, che troncò questa tratta, sino alla fine delle ostilità, per fornire carne da cannone, in abbondanza, alle offensive, negazione della strategia, di un altro piemontese.
Nessun documento meglio di queste cifre potrebbe illustrare i risultati economici, sociali e umani della politica della borghesia italiana “liberale” di quegli anni. Borghesia che doveva trovare in Giovanni Giolitti il suo personaggio più rappresentativo, diventato direttamente o – per pochi mesi – tramite i suoi luogotenenti Fortis e Luzzato, dal 1903 al marzo 1914 capo del governo e, attraverso la burocrazia e la corruzione, padrone assoluto del Paese. Politica che costrinse, nell’ultimo biennio dell’era giolittiana, oltre un milione e mezzo di italiani a emigrare; più della metà dei quali oltre Atlantico, verso l’inferno delle fazende brasiliane, delle miniere e ferriere della Pennsylvania, dei mattatoi di Chicago, degli angiporti e dei bassifondi di Buenos Aires e di New York; caricata per maggior utile degli armatori del Nord, in condizioni di poco meno disumane di quelle fatte all’inizio del secolo scorso dai negrieri agli schiavi portati sui mercati delle due Americhe.
“Nel 1920, sul n° 3 del giornale “Ordine Nuovo”, Antonio Gramsci dava questa definizione della questione meridionale: La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale, riducendola a colonia di sfruttamento; ha ridotto le masse contadine asservite alle banche e all’industrialismo parassitario del settentrione”.
Se si guarda l’oggi, tutte le banche sono del nord, ed è al nord che i soldi vengono investiti, e mentre noi passiamo per “mali pavaturi”, facendoci pagare il costo del denaro più alto di tre punti rispetto al nord, con i nostri risparmi, loro speculano; vedi Parmalt, Cirio etc. Cari amici, è dal Sud che bisogna incominciare la rinascita.
Che l’ oblio possa ricoprirli tutti!
Febbraio 25, 2007Però adesso, visto come stanno andando le cose, non ci credono più. Perché – e quello della loro lettera è un incipit significativo – Ammazzateci tutti è diventata – o forse lo è sempre stata – «un’azienda familiare». E anche per questa ragione hanno deciso di abbandonarla.
Padre ingombrante I due – che hanno sempre sostenuto le scelte del forum (Martina, sempre dalle colonne di Calabria Ora, aveva polemizzato con Anna Maria Pancallo) ripercorrono la storia del movimento a partire dallo striscione che è diventato un cult. Ma le loro parole mostrano la giovane storia del gruppo sotto una luce nuova. E così emerge dall’ombra la figura di un padre ingombrante, quello di Aldo Pecora, che avrebbe condizionato scelte e guidato proteste e polemiche, come quella nata con il presidente del Consiglio regionale Peppe Bova e sfociata nella querela del giovane che ha creato lo slogan più azzeccato dell’Antimafia calabrese. Non da subito, perchè «il movimento ha indubbiamente iniziato con il giusto spirito la lotta alle mafie. L’intento iniziale del giovane Aldo era di unire le energie dei ragazzi in un movimento che non dovesse dipendere dall’approvazione burocratica di soggetti terzi come accadeva nel forum Forever (il forum collegato alla presidenza del Consiglio regionale della Calabria, accusato da Ammazzateci tutti di essere diventato organico ai Ds, ndr).
Il padre di Aldo si candida Con la ribalta mediatica arrivano i primi problemi: «Aldo – scrivono i due -, grazie allo slogan che buca il video, si ritrova tutti i riflettori puntati addosso ed il suo comportamento semplice e genuino cambia radicalmente in occasione delle elezioni provinciali del 2006: inaspettatamente, si candida il signor Giovanni Pecora, padre di Aldo, già reduce da una sonora sconfitta alle elezioni regionali. Era un primo segnale delle vere intenzioni di Aldo e di suo padre. Il risultato elettorale è nuovamente disastroso: nel proprio paese il signor Pecora ottiene una manciata di voti». La debacle non cambia le relazioni di forza: «Aldo e suo padre hanno completo ed esclusivo potere sul movimento stesso e sul forum in internet: Aldo è l’amministratore del forum mentre il padre concede gratuitamente al figlio lo spazio sui propri server».
Le linee guida: più partecipazione Dopo aver penato per mesi che si delineasse un coordinamento che potesse lavorare in gruppo all’interno del movimento, finalmente «si riesce a convocare nell’estate 2006 una riunione nella quale si chiariscono le linee guida, gli obiettivi del movimento ed i compiti delle 7 persone che lo compongono: Aldo si impegnava a coinvolgere tutti nelle fasi progettuali e decisionali, concordare ogni comunicato ed intervento da portavoce, dare pieni poteri ai moderatori del forum, il tutto per favorire una crescita delle persone aderenti al movimento».
Il “tradimento” dei Pecora Peccato che alle enunciazioni non siano seguiti i fatti: «Aldo non ha mai attuato quanto deciso nella riunione estiva: tutto restava in mano sua e del padre che iniziava a partecipare attivamente sia nel forum che come consigliere del figlio».
La querela “cercata” Un’escalation: «Il culmine è stato raggiunto nello scontro tra Pecora ed il presidente Bova che è iniziato con la pubblicazione di una vignetta denigratoria nei confronti del presidente del Consiglio regionale e di un comunicato scritto da Aldo e da suo padre senza aver consultato nessuno tra i moderatori, (che non avevano alcun potere per evitare l’accaduto), e gli altri componenti del movimento: ci siamo svegliati la mattina ed abbiamo appreso dalla home page del sito internet quanto era successo. Lo abbiamo difeso ingenuamente sperando che la situazione si risolvesse in modi sereni, ma la famiglia Pecora ha voluto a tutti i costi proseguire con le polemiche ottenendo che il presidente Bova querelasse Aldo. Esistono toni e modi diversi per dire le cose».
«Chi non la pensa come me è fuori» A chi cercava di fargli «capire Aldo cosa significhi “lavoro di gruppo”, Aldo rispondeva: “Ognuno faccia quello che vuole che poi tanto le cose si aggiustano”. Non è certo da persone responsabili e corrette partire da soli come kamikaze per poi nascondersi dietro gli altri e pretendere di condividere con loro le ricadute dei propri gesti insensati. Nonostante tutto abbiamo tentato di dialogare con Aldo sperando di salvare il movimento, ma le sue laconiche risposte: “Chi non la pensa come me è fuori”, i suoi arroganti modi di fare alla ricerca della polemica ad ogni costo contro tutto e tutti, le sue “personali” dichiarazioni rilasciate in ogni occasione come portavoce del movimento, ci hanno costretti a prendere la sofferta decisione di abbandonare Ammazzateci tutti».
Storiella
Febbraio 24, 2007Un giorno, un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: “Sono cieco, aiutatemi per favore”. Un pubblicitario che passeggiava li vicino si fermo’ e noto’ che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello, si chino’ e verso’ altre monete, poi, senza chiedere il permesso dell’uomo, prese il cartello, lo giro’ e scrisse un’altra frase. Quello stesso pomeriggio il pubblicitraio torno dal non vedente e noto’ che il suo cappello era pieno di monete e banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo: chiese se non fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto. Il pubblicitario rispose “Niente che non fosse vero – ho solo riscritto il tuo in maniera diversa”, sorrise e ando’ via. Il non vedente non seppe mai che ora sul suo cartello c’e’ scritto: “Oggi e’ primavera…ed io non la posso vedere”. Cambia la tua strategia quando le cose non vanno bene e vedrai che sara’ per il meglio. Abbi fede: ogni cambiamento e’ il meglio per la nostra vita.
Il gigante Riccardo Muti porta le Due Sicilie a Salisburgo
Febbraio 23, 2007Forse il più grande direttore d’orchestra italiano di sempre, il maestro Muti, pugliese d’origine e formato al prestigioso Conservatorio di S.Pietro a Majella di Napoli, ha già in passato dato lustro alla straordinaria tradizione musicale napolitana dal Seicento all’Ottocento.
Laddove l’Italia era latitante, pigra e convenzionale nella sua politica culturale, l’autorevolezza di personaggi come il maestro Muti, il maestro De Simone ed altri hanno recuperato, hanno messo una pezza, diciamo così.
Ed in quest’intervista, il maestro spiega che il fatto che sia stata l’Austria stessa a domandare di recuperare lo straordinario tesoro musicale del Settecento napolitano, debba farci inorgoglire e allo stesso tempo vergognare in quanto italiani!
Cliccare sull’immagine per vedere l’intervista.
Achtung: La Pianura Padana sta per succhiare altri soldi e altre energie! E sarebbe la fine…
Febbraio 23, 2007Lo so che suona stronzo e “leghista al contrario” (e quindi innaturale, perché i meridionali sono di indole generosa e compassionevole, fino a passare sopra le proprie legittime esigenze), ma oggi bisogna pretendere che lo Stato italiano abbia la lungimiranza e il coraggio di lasciare la “Bombay padana” al suo destino, e credere che il futuro di tutto il Paese si costruisce al Sud.
Quindi, per chiarire meglio il concetto: nessun supporto più all’economia padana, che è come un organismo obeso che ha bisogno di dimagrire e fare ginnastica rieducativa, e costruire il futuro a medio e lungo termine del Paese al Sud, facendolo intanto tornare ad essere autosufficiente in agricoltura, come è sempre stato nella sua storia, contemporaneamente costruire un solido sistema industriale fondato sull’innovazione e sulla creatività e poi in un primo tempo aiutarlo ad espandere sul mercato interno ed estero, come nell’ultimo trentennio del periodo borbonico.
Programmi validi già ne esistono: quello dell’Ulivo alle ultime elezioni, per esempio, non era poi male. Ma come tutti i programmi elettorali di sviluppo per il Sud della storia repubblicana, rischia di ridursi (se va bene! i soldi cominciano a scarseggiare anche per quello) al solito assistenzialismo cancerogeno, che in definitiva serve al foraggiamento degli ascari locali, che poi a loro discrezione fanno cadere dalla loro tavola qualche briciola da distribuire “alla loro gente”.
Ma la prospettiva va cambiata, la cartina geografica dell’Italia va capovolta, e al più presto. Altrimenti dopo il prossimo prevedibile tracollo, non si salverà proprio niente.
(da corriere online del 23.2.2007)
Dossier del Wwf in vista del blocco totale del traffico nel Nord Italia
Pianura Padana, megalopoli come Bombay 
Il traffico ha cancellato i confini: 20 milioni di persone si spostano in auto di 20 km ogni giorno. Tagli agli investimenti sui treni
ROMA – Il Nord Italia ha un traffico equivalente a quello di una megalopoli, una Bombay in movimento su quattro ruote. In 20 anni sono raddoppiati i chilometri di percorrenza e la Pianura Padana è diventata un’unica gigantesca città. E’ questa la fotografia scattata da un dossier del Wwf intitolato “Nord Italia”, in vista della domenica di stop del traffico, domenica 25 febbraio, dell’intero nord Italia. Stop che, secondo un sondaggio svolto da Legambiente, è visto con favore dalla stragrande maggioranza degli italiani: ben l’83% è convinto che il blocco sia una decisione giusta in una situazione di emergenza smog ormai cronica, anche se il 62% non pensa che sia una misura sufficiente per risolvere il problema.
LA CITTA’ DIFFUSA – Il traffico ha cancellato i confini regionali. Nella Pianura Padana è nata infatti la “città diffusa” con 20 milioni di persone, tanti quanti sono gli abitanti di Bombay, che percorrono 20 km in media al giorno (nel 1980 erano 10) e 16.000 km all’anno (il doppio rispetto al 1980) su un’area urbana e sub-urbana di 30 mila kmq (con una densità di 650 abitanti a km) pari ad un quarto del Nord Italia.
TAGLI ALLE FERROVIE – Il problema è che mentre gli investimenti su strade e autostrade continuano a crescere (con un + 25% in dieci anni) quelli nella ferrovia subivano un taglio progressivo (-2% in dieci anni) provocando ingorghi e code sulle strade, inquinamento e conseguenti malattie respiratorie. Il tasso medio di motorizzazione nell’Italia settentrionale è cresciuto di oltre il 50% (da 380 a 585 autovetture ogni 1000 abitanti), ma contemporaneamente i passeggeri sulla ferrovia sono aumentati solo del 13%.
INQUINAMENTO: + 71% RISPETTO AL 1980 – Le emissioni di CO2 – il
principale gas serra – dovute al traffico autostradale ammontano a 66 milioni di tonnellate l’anno con un incremento nel 2000, rispetto al 1980, del 71%. La megalopoli padana include il Piemonte centrale intorno a Torino, l’area metropolitana milanese e il Pedemonte lombardo, l’area veronese e il fondovalle dell’Adige tra Trento e Bolzano, l’area centrale veneta (intorno a Vicenza, Padova, Venezia-Mestre e Treviso) l’area triestina e udinese, l’intero asse della via Emilia da Piacenza a Rimini, il litorale ligure. Nel 1951 i 21 milioni di abitanti del Nord Italia vivevano ancora in prevalenza all’esterno delle aree urbane, mentre gli attuali 25,3 milioni di abitanti si sono sempre più concentrati in aree urbane e sub-urbane, alimentando la città diffusa sino alle zone pedemontane consumando paesaggio e territorio.
LE PROPOSTE DEL WWF – Contro questa emergenza e in occasione del blocco auto del 25 febbraio, il presidente del Wwf Fulco Pratesi ho scritto ai Presidenti delle Regioni del Nord proponendo 10 interventi strutturali e 20 azioni concrete per governare la mobilità nella megalopoli padana. Tra queste compaiono l’uso dei motori a metano e ibridi, l’incentivo dell’efficienza con veicoli più piccoli e leggeri, la pianificazione territoriale, la riorganizzazione radicale della rete del trasporto pubblico passeggeri, il ripensamento dell’ assetto dei servizi logistici, il potenziamento dei nodi di interscambio, il rafforzamento dell’innovazione logistica e ilpotenziamento della rete ferroviaria.
Loiero: "Sciogliere il Senato!"
Febbraio 22, 2007Di tutte le puttanate che ho sentito in vita mia, questa è la più grossa. Ora capisco perchè la Calabria è nella situazione peggiore della sua storia.
Sciogliere subito il Senato e andare a votare per una delle due camere del Parlamento. Questa la soluzione proposta dal presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, che questa mattina intervenendo ad un dibattito sulla ‘ndrangheta organizzato dagli studenti della facolta’ di giurisprudenza della Sapienza di Roma, si e’ detto convinto che ”il Senato doveva essere sciolto subito, nel momento stesso in cui i numeri hanno garantito una maggioranza solida soltanto alla Camera. Occorreva allora un atto di coraggio – ha aggiunto Loiero – rimettendosi alla volonta’ degli elettori alla luce del risultato elettorale. Oggi piu’ di allora e’ necessario quel coraggio – ha concluso Loiero – occorre tornare a votare sciogliendo Palazzo Madama per ricostruire una maggioranza che non c’e’ mai stata”. (ANSA).
ed ecco la lucida analisi apparsa sul sito http://www.strill.it
che io condivido appieno e colgo l’ occasione per rispondere al gradito commento di Bernardino Cardenas, occorre mettere in atto una strategia di governo che dia seguito al consenso acquisito nel momento elettorale. Esiste una larga schiera di elettorato che è rappresentato dalla cosiddetta sinistra antagonista, ma è vero che molto spesso DS e Margherita strizzino l’ occhiolino a queste aree per prenderne i voti, per poi fare in modo del tutto opposto a quello promesso, per cui l?Unione per come è strutturata fino ad adesso è soltanto una accozzaglia di sigle e persone, meglio sarebbe che DS e Margherita si stacchino e vadano ad elezioni in contrapposizione alla sinistra antagonista, ci sarebeb più coerenza e verità.
INFINE TROVO VERGOGNOSO CHE L’ UNIONE ACCETTI SINGOLE ADESIONI DI ESPONENNTI DELLA CDL.
Dopo le tante elzioni di moralità date a Berlusconi durante gli anni del suo governo, costoro ce lo stanno facendo rimpiangere.
Segno questo di una distruzione di ogni minimo di etica morale nel nostro paese.
Crediamo che – con serenità- sia giunto il momento di interrogarsi sul senso di alcune cose.
Perché se addirittura Agazio Loiero chiede a gran voce lo scioglimento del Senato qualcosa non torna.
O forse si, alla fine torna tutto.
Torna tutto perché crediamo che il Paese non possa più fare a meno di una sinistra vera, fiera e coerente.
I valori, le idee, prima ancora degli ideali della sinistra del Paese, quella sinistra che – piaccia o no- ha sempre rappresentato il contrappeso del Paese, sono stati venduti, meglio svenduti rispetto al concetto del “purchèssia”.
In nome del governare a tutti i costi a Roma si è accettato di presentare un’accozzaglia di modi di vedere, di “sentire” la politica che va da Mastella a Giordano.
E nelle parole del senatore di Rifondazione dimissionario che ha affermato di “non poterne più di votare contro le proprie idee” è racchiuso un mondo.
Ma la sinistra si guarda allo specchio e non si riconosce più, per motivi diversi, a volte opposti, ma sempre sul binario del “governare purchèssia” dalle Alpi alle Piramidi. E se allora a Roma è esercizio sterile e forse anche un po’ meschino interrogarsi se sarebbe bastato un voto in più o un Giulio Andreotti più malleabile, in Calabria il centrosinistra ha dimostrato di avere problemi a causa della sua schiacciante supremazia in termini di voti, ed allora per mesi, una terra che ha arsura desertica di essere gestita è rimasta ingessata da una crisi politica tutta interna alla sinistra, ad una sinistra che opera continuamente dei “distinguo” insopportabili rispetto al compagno di banco.
Il gioco “scopri il vero comunista” è ormai diffusissimo ed anche nella vicenda delle primarie comunali è emersa chiaramente la sensazione che in questa coalizione, a Roma, come a Catanzaro, come a Reggio, in troppi stiano assieme turandosi il naso per l’insopportabile vicinanza di colleghi di coalizione che non stimano – né sul piano personale, né sotto il profilo delle idee delle quali sono portatori- soltanto per governare “purchessia”.
Questo gioco al massacro se per la gente poteva essere accettabile quando il centrosinistra era all’opposizione, non può coniugarsi in nessun modo con il concetto di governo, di amministrazione.
Un Paese che riduce il proprio Ministro degli esteri ad elemosinare uno o due voti su ogni scelta di politica internazionale sceglie di esporre il proprio volto alle peggiori valutazioni da parte della comunità mondiale. Una Regione intera che non governa perché per mesi attorno ad una poltrona si sprecano balletti e – ancora- “distinguo” sul “chi è il vero uomo di sinistra”, decide quasi deliberatamente di decretare la propria sconfitta finale.
Il Paese tutto ha bisogno di una sinistra che torni autorevole e credibile e che, soprattutto, la smetta di raccontarsi pietose bugie per governare “purchèssia”, minimizzando ogni cosa, anche una bocciatura del Senato sulla politica estera, magari – per dirla con Caiminiti sulle esternazione di Pensabene- addebitando tutto ad un improvviso appannamento di lucidità…
Perché l’Italia non ha nessuna speranza: Ernesto Galli della Loggia
Febbraio 22, 2007
Sono ancora più drastico di quel buontempone fascista-poi-antifascista-poi-quasicomunista-poi-leghista di Giorgio Bocca: non è il Sud, una parte dell’Italia, ad essere irrecuperabile, ma proprio l’Italia intera.



