Archivio per Aprile 2007

Un intellettuale francese moderno: Jean-Noël Schifano

Aprile 30, 2007
(da “Il Mattino” del 29.4.2007)
Napoli, i diavoli in paradiso.
Jean-Noël Schifano: La decadenza programmata della sola città capitale d’Italia. Autori principali del crimine, Garibaldi e Cavour

Se le cronache napoletane di ogni giorno – fatte di faide, di morti ammazzati, di efferatezze varie – vi angosciano; se vi indigna l’incapacità dei pubblici poteri non dico di risolvere ma di affrontare i problemi più urgenti; se vi esasperano le mille difficoltà del vivere quotidiano ingigantite da inefficienza e menefreghismo, ebbene, sappiate che c’è chi – pur non ignorando i problemi – considera Napoli non «un paradiso abitato da diavoli», come spesso si dice citando un antichissimo proverbio, ma un paradiso tout court. Molti lettori avranno già capito che si parla qui di Jean-Noël Schifano, di cui esce in Francia domani – in una fortunata collana dell’editore Plon – il Dictionnaire amoureux de Naples, il Dizionario innamorato di Napoli (pagg. 594, euro 24,50), opera originale e frutto di anni di lavoro e nello stesso tempo una sorta di summa di tutto ciò che la passione divorante dello scrittore francese per Napoli ha rappresentato per lui, per la sua poetica, per la sua impostazione di vita.
Si tratta, come è evidente, di un vero e proprio Dizionario – e dunque si parte dalla «a» di Amelio e si finisce con la «z» di zoccola – ma il libro è anche una sorta di autobiografia, a tal punto Schifano ha intrecciato la propria vita con quella della città in cui ha vissuto per anni, prima come giovane lettore di francese, poi come direttore del Grenoble, diventando anche cittadino onorario di Napoli. Nel corso degli anni, naturalmente, Schifano ha nutrito la sua passione di letture e di riflessioni (che non sono solo sue) che lo hanno portato a conclusioni destinate certo a suscitare polemiche e discussioni (come è avvenuto anche, di recente, in occasione della riedizione delle sue Cronache napoletane da parte di Marlin): i problemi di Napoli sarebbero essenzialmente il frutto dell’Unità d’Italia, concretizzatasi – per quel che ci riguarda – in un «crimine storico»: «La decadenza programmata della sola città capitale d’Italia».

Autori principali del «crimine», Garibaldi e Cavour, cui Schifano riserva parole di fuoco, proponendo cambiamenti toponomastici e rimozioni di statue. Antecedenti: i protagonisti della rivoluzione del ’99, essendo la Repubblica partenopea «un’antistorica parodia della Rivoluzione francese». La stessa camorra non sarebbe altro che il prodotto di quello stesso «crimine storico» che l’avrebbe, nel corso degli anni, continuamente rafforzata, «per paura, incomprensione, disprezzo, indifferenza o franca collusione».

Pci e Dc sono stati «alleati oggettivi» della camorra, e oggi «saggezza e realismo» vorrebbero «che ci si servisse dei più industriosi camorristi integrandoli, poiché non si può, o non si vuole, disintegrarli». E qui, paradossalmente, le idee destrorse di Schifano trovano singolari punti di contatto con quelle del comunista Brecht (ma sono davvero così rilevanti le categorie politiche in questo contesto? ndr), soprattutto quando ricorda che quasi mai le origini delle maggiori fortune italiane sono limpide, anche se oggi chi di quelle fortune dispone è lodato e rispettato e concorre magari alle più importanti cariche istituzionali.

In assoluta controtendenza, Schifano è anche quando si fa cantore ed esaltatore di quella plebe in cui moltissimi vedono il concentrato dei mali di Napoli, laddove per lui, al contrario, «la plebe è stata sempre la salvaguardia dello spirito napoletano, della lingua napoletana, dell’immaginazione napoletana, della letteratura napoletana, della filosofia napoletana, dei più realistici movimenti della sua civiltà». «La plebe è la linfa più viva di Napoli, ed è essa che ha sempre pagato con la sua carne per salvare Napoli, e continua oggi, malgrado incomprensioni e insulti». Una vita, dunque, quella che si svolge a Napoli, sotto il segno di quello che Schifano definisce «barocco esistenziale»: «Felicità di vivere, di abitare, di respirare, di godere», «in un movimento naturale, evoluzionario e mai rivoluzionario, portati dalle onde della storia ma innanzitutto dalla porosità dell’esistenza napoletana in cui alto e basso comunicano senza tregua, nobiltà e plebe, poveri e ricchi, il ricordati-di-vivere e il ricordati-di-morire, l’antico e il contemporaneo, i bracci della scultura barocca che servono per asciugare la biancheria, le formelle romane che fanno i forni delle pizzerie, le stelle e gli stronzi, gli abitanti dei bassi hanno preso posto nei palazzi».

Naturalmente, avendo posizioni così fortemente definite, Schifano ha buon gioco nell’individuare amici e nemici, scrittori, studiosi cioè che in qualche modo rientrano nella sua visione delle cose o ne sono abissalmente lontani. Si è detto di Cavour e Garibaldi, aggiungiamoci Freud e Sartre scherniti senza riguardi, mentre i personaggi positivi sono compresi in un arco che va dall’adorato Basile a Totò, da Stendhal a Domenico Rea, da Lucio Amelio a Lello Esposito. Più che in ogni altra sua opera, Schifano indulge all’autobiografia, e lo fa in pagine che sono tra le più sentite (e felici) del Dictionnaire.

Felice Piemontese

Giuseppe Galasso il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell’intellighenzia italiota

Aprile 30, 2007

La replica dello storico Giuseppe Galasso a Galli della Loggia, mi dà la possibilità di intervenire su un aspetto che mi preme moltissimo, almeno tanto quanto condannare la colpevole mediocrità dei “padroni” d’Italia, i tosco-padani: concentrarmi dunque sugli ascari meridionali.

Prima di entrare nel merito della breve (ma messa in grande risalto dal Corrierone) risposta di Galasso, vediamo insieme prima il curriculum di quest’influente intellettuale napoletano: nato a Napoli nel 1929, ha insegnato nelle Università di Salerno, Cagliari e Napoli. Dal 1966 è ordinario di Storia Medievale e Moderna nell’Università di Napoli. Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università dal 1972 al 1979. Diverse importanti cariche politiche locali e nazionali, e collaborazioni con i maggiori quotidiani del Paese; ma ecco la chiave di volta della sua carriera: dal 1980 è presidente della Società Napoletana di Storia Patria.

Un ruolo chiave, come si può ben intuire, nel “governo culturale” della colonia meridionale.

Ed ora veniamo al suo articolo, riportato sotto: fondamentalmente, si gioca alla commedia dell’arte, nella quale Galli della Loggia, con la sua “invettiva” contro la violenza innata del popolo italiano (che una volta, per bocca dell’insigne cattedrattico Lombroso, si postulava solo per i popoli delle ex Due Sicilie… mah, sarà il rimescolamento della razza), viene superato in “laicismo pragmatico” dal filo-risorgimentale napoletano.

“La violenza? – scrive il Nostro – Ma essa è stata all’origine di tutte le democrazie moderne, da quella inglese [...] a quella francese [...]“

E certo! E noi italiani potevamo essere da meno? Anzi, la NOSTRA violenza nel reprimere il “brigantaggio” e nello spogliare il Sud (e, di rimbalzo, la violenza dei mafiosi: d’altro canto, siamo o non siamo “la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea”?) ha orgogliosamente superato quella di tutte le altre nazioni.

E poi, smettiamola di attribuire meriti alla Chiesa (il famoso inchino bizzarro che avevamo sottolineato nel post precedente): “Ricordo solo che la cultura cattolica a livello di massa è stata per molti decenni un ostacolo all’ Italia liberaldemocratica, superato solo quando in quella cultura vi fu una piena accettazione del principio liberaldemocratico, con enorme guadagno dell’Italia e della sua libertà, ma forse anche dei cattolici.”

Sicuro: da cattolico non posso che ringraziare i “liberali” ottocenteschi, e lo stesso Galasso che mi aiuta a non dimenticarmi quest’imprescindibile debito storico…

.

Prendo in prestito dal grande (davvero!) intellettuale campano Giacinto de’ Sivo la parola TRAGICOMMEDIA per descrivere la parabola di una penisola italiana che un tempo esprimeva pensatori come Tommaso d’Aquino e Dante Alighieri, Leonardo da Vinci e Tommaso Campanella, Giambattista Vico e Gaetano Filangieri, ed oggi deve accontentarsi di Galli della Loggia e Galante Garrone, di Eugenio Scalfari e dei vari Giuseppi Galasso della meschina colonia meridionale!

(dal Corriere della Sera del 29 aprile 2007, pag.39)

DISCUSSIONI: Una risposta a Ernesto Galli della Loggia sul rapporto fra storia d’ Italia e terrorismo

Non c’è solo violenza nel nostro album di famiglia
Sbaglia chi riduce Risorgimento e Resistenza a fenomeni illegali

Sotto accusa le culture «rivoluzionarie» Nelle culture di matrice rivoluzionaria che hanno dominato la scena italiana a partire dal Risorgimento Ernesto Galli della Loggia ha individuato, nel fondo del «Corriere» di ieri, le radici storiche della persistente popolarità della violenza politica in questo Paese. Un’ analisi che non trova concorde Giuseppe Galasso, di cui qui accanto pubblichiamo la replica. L’articolo di Galli della Loggia prendeva spunto dall’esposizione, durante le manifestazioni per il 25 aprile, di scritte in favore dei brigatisti rossi recentemente arrestati. Ma in generale si riferiva alla grande difficoltà che s’incontra nel tentativo d’imporre in Italia una cultura della legalità che si basi sul rispetto delle regole della convivenza democratica.

C’ è una «presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità»? E davvero gli italiani, «sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile», quale sarebbe il Risorgimento, se ne sono portati dietro «l’ idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile, addirittura necessaria», cioè l’ idea che «ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche» in Italia, dal socialismo massimalista al nazionalfascismo, al comunismo gramsciano e all’ azionismo? E anche della Resistenza, fonte «della stessa legittimazione della Repubblica», si deve perciò ricordare il «mito rivoluzionario»? Quel mito, con il quale, e «con la sua cultura, la democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata»? Il che sarebbe tanto vero che, se non avesse fatto eccezione, «a livello di massa», la cultura politica cattolica, «è probabile che non ci sarebbe stata neppure l’ Italia democratica che invece abbiamo avuto». E si spiega quindi, con questo «germe della violenza» che «l’ Italia democratica porta in un certo senso (in un certo senso?, mi chiedo) dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata», non solo il tenace allignare del terrorismo e del brigatismo evocato anche nelle recenti celebrazioni del 25 aprile, ma perfino il fatto che l’ Italia sia «la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea».
Confesso di essere rimasto più che interdetto a queste affermazioni di Ernesto Galli della Loggia nel suo fondo di venerdì, pur letto e riletto da me con la dovuta e meritata attenzione che porto a quanto egli scrive, anche quando ne dissento. Interdetto perché vedo qui davvero maltrattate – oltre tutto quello che a me, nel mio piccolo, pare possibile – la tradizione italiana e quella della libertà italiana.
Questo mettere insieme con il terrorismo e con il brigatismo rosso, con la mafia e con la camorra, in un rapporto stretto di filiazione o di congenialità, il Risorgimento, la Resistenza, il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il gramscismo, l’ azionismo, il liberalismo e la democrazia italiana, nel solco di un’ unica vocazione configurata come un «carattere originale» (alla Marc Bloch) della storia nazionale, anzi come una sua «antropologia accreditata», mi pare inaccettabile e del tutto fuorviante. Oltre tutto, se ne potranno fare un vanto brigatisti e terroristi, mafiosi e camorristi, abilitati con ciò a presentarsi come esponenti e prosecutori di un tale «carattere originale» o «antropologia accreditata» della storia e della gente italiana. La violenza? Ma essa è stata all’ origine di tutte le democrazie moderne, da quella inglese (con le sanguinosissime e lunghe guerre civili del Seicento, l’ esecuzione di Carlo I, la lunga oppressione dei cattolici, il frequente rischio della guerra civile nei primi tempi della rivoluzione industriale, e come fu in particolare fra il 1830 e il 1845) a quella francese (quattro rivoluzioni in meno di un secolo, la prima sanguinosissima, e così quella del 1870-71 con la guerra civile della «Commune», e lasciamo stare i violenti fermenti «fascistici» in tutto il Novecento).
Giudicheremo con questo metro il Risorgimento, che fu molto meno sanguinoso e violento? Bisognerà allora condannare i movimenti e le rivolte di mezza Europa all’ Est e all’ Ovest per l’ indipendenza nazionale? E la Resistenza? Solo «mito rivoluzionario»? Io non ho il «mito» della Resistenza, ma imputare a quest’ ultima la violenza e la rivolta in presenza di un’ occupazione militare dalla mano, diciamo così, non leggera, mi pare incredibile. E la libertà italiana dovuta alla cultura politica cattolica a livello di massa, anziché al liberalismo e alla democrazia che furono dei Cavour e degli Einaudi, dei Mazzini e degli Amendola, dei Turati e dei Saragat, tanto per fare qualche nome? Ricordo solo che la cultura cattolica a livello di massa è stata per molti decenni un ostacolo all’ Italia liberaldemocratica, superato solo quando in quella cultura vi fu una piena accettazione del principio liberaldemocratico, con enorme guadagno dell’ Italia e della sua libertà, ma forse anche dei cattolici. E ricordo pure che una certa sociologia cattolica è stata la matrice di un certo brigatismo (si pensi a Trento e a Renato Curcio, per un esempio).
Ma basti qui (i motivi di tristezza della nostra vita pubblica sono già tanti!), anche se non posso fare a meno di pensare a quel che avrebbero pensato di questa visione del Risorgimento e del liberalismo italiano un Mario Pannunzio, un Rosario Romeo, uno Spadolini o un Valiani o cattolici come un Arturo Carlo Jemolo. Dopo di che sono del tutto d’ accordo con Galli della Loggia sui blocchi di stazioni e autostrade e su altre amenities della permissività di un conformismo populistico e demagogico (e di una certa inclinazione di larghi settori cattolici), che non ha nulla a che fare col liberalismo e con la democrazia.

Giuseppe Galasso

Galli della Loggia, il Corriere della Sera e le pesanti responsabilità civili dell’intellighenzia italiota

Aprile 27, 2007
(Sèguito di questo post)

Forti con i deboli e deboli con i forti, e soprattutto dei veri maestri nel gioco dello scarica-barile.

Per la serie “Gli intellettuali italioti”, siore e siori, ecco a voi uno dei migliori e dei più colti: Ernesto Galli della Loggia.

Vi prego di apprezzare nell’articolo qui riportato, la boria tutta giacobina verso il “basso popolo” (ignorante, violento e colpevole d’ogni cosa), sapientemente mescolata ad un simulato disprezzo verso le “rivoluzioni” (non è mica vero…), un bizzarro ma utile inchino verso la Chiesa (la tesi per cui la democrazia italiana è tutta merito della “cultura politica cattolica”), ed infine la stoccata finale quando dice che insegnare educazione civica ai figli del “basso popolo” è pressoché inutile.

Sorge spontanea la domanda: che cosa trattiene il nostro brillante Gallo ‘ngoppa a Munnezza dall’espatriare verso terre più civili?

E’ più per un granitico senso del dovere, o forse per la consapevolezza che un lavoro tanto prestigioso e ben retribuito, gli sarebbe difficile spuntarlo altrove?

(dal Corriere della Sera, 27 aprile 2007)
Brigatismo senza fine

Perché l’Italia è l’unico Paese dell’Unione Europea dove ancora alligna, sia pure in misura assai ridotta, il terrorismo rosso e da 20 anni non accenna a scomparire? E perché sempre l’Italia è l’unico Paese dove quel terrorismo sembra essere in grado di godere ancora oggi di un’area più o meno vasta di consenso? Le celebrazioni milanesi del 25 Aprile, con la loro appendice di slogan e di cartelli filo-Br, ripropongono questi imbarazzanti interrogativi che come fantasmi ci inseguono da decenni. Ai quali è impossibile rispondere senza fare i conti con una questione più generale: quella della presenza storica nella società italiana di un fondo di violenza duro, tenace, che da sempre oppone un ostacolo insormontabile alla diffusione della cultura della legalità. Non è un caso se l’Italia è la patria delle più importanti organizzazioni storiche della criminalità europea.

La sfera politica italiana è stata segnata profondamente dalla violenza. Sorti alla statualità da un moto rivoluzionario con alcuni tratti di guerra civile, come per l’appunto fu il Risorgimento, l’idea che a certe condizioni la violenza sia ammissibile (addirittura necessaria) ha caratterizzato in modo netto tutte le moderne culture politiche che hanno visto la luce nella penisola, che affondano le radici nella realtà più autentica della nostra storia: il socialismo massimalista, il nazional-fascismo, il comunismo gramsciano, l’azionismo. Tutte culture che in un modo o nell’altro si sono alimentate e hanno alimentato il mito della rivoluzione, qualunque fosse l’aggettivo che poi le veniva appiccicato.

A livello di massa, in pratica, ha fatto eccezione solo la cultura politica cattolica. Se non ci fosse stata la quale, come si sa, è probabile che non ci sarebbe stata neppure l’Italia democratica che invece abbiamo avuto.

Ma la storia non è acqua. L’Italia democratica, pure se tale, è stata pur sempre figlia di una vicenda che aveva sviluppato un’antica e lunga contiguità con la violenza, nella forma, come ho detto, del mito rivoluzionario (all’origine, non da ultimo, con la Resistenza, della stessa legittimazione della Repubblica).

La democrazia da noi non ha potuto che vivere gomito a gomito, e spesso intrecciata, con questo mito e con la sua cultura, entrambi opportunamente trasfigurati nella dimensione dell’«utopia», ancora oggi considerata dal senso comune politico italiano quanto di più nobile e degno la politica possa mettere in campo. Mentre lo Stato di diritto, da tutti a chiacchiere omaggiato e riverito, nei fatti commuove l’animo solo di sparute, sparutissime minoranze: quanti sono infatti, ancora oggi, quelli (a cominciare dal ministro degli Interni, si chiami Pisanu o Amato) che di fronte al blocco di una stazione da parte di un gruppo di scioperanti o alle truffe delle certificazioni sanitarie degli impiegati pubblici invocano il pugno della legge?

In realtà, il germe dell’illegalità e di quella sua manifestazione estrema che è la violenza l’Italia democratica lo porta in certo senso dentro di sé, nella sua storia culturale e dunque nella sua antropologia accreditata. Ed è per questo che non le è mai riuscito e non le riesce neppure oggi di estirparlo.

Può, per fare un esempio, cercare di insegnare l’educazione civica a scuola, ma nello stesso momento in cui lo fa mostra pateticamente quanto lei per prima creda poco ai suoi precetti non riuscendo a impedire in quella stessa scuola il venir meno di ogni norma di condotta, lo scatenarsi della più generale indisciplina. Non è il solo paradosso.

C’è pure quello per cui l’Italia è il Paese dove più attecchiscono le parole d’ordine del pacifismo e la predicazione della non violenza ma insieme è anche quello dove rispetto al resto d’Europa più diffusa è la pratica dell’illegalità di massa e più frequente risuona l’esaltazione della violenza o la tolleranza di fatto nei suoi confronti: con una contraddizione solo apparente, però, dal momento che all’origine di entrambi i fenomeni c’è sempre il medesimo retaggio utopico della nostra cultura, sia pure diversamente declinato. Nonché, a custodire e perpetuare quel retaggio, l’involucro di una statualità debole che di fronte alle simpatie filo-Br di Milano dice per bocca del suo ministro degli Interni che sì, in effetti «c’è di che preoccuparsi» ma non se la sente di promettere nulla di più.

Ernesto Galli della Loggia

Discarica Lo Uttaro – paradigma del Sud

Aprile 27, 2007

Non c’è legge che tenga per i meridios
La battaglia de Lo Uttaro è persa

Lo Uttaro è stato preso da Bertolaso con una vera e propria operazione militare e con grande dispiegamento di forze. Alle cinque del mattino un contingente di carabinieri, polizia di stato e finanzieri ha conquistato manu militari l’area. Tutta la zona era circondata dagli agenti in assetto antisommossa appoggiati da defender blindati. Nulla è stato lasciato al caso sono state portate persino le autoambulanze per i feriti. Tanto spiegamento per un gruppo di venticinque uomini e donne che presidiava pacificamente di notte la discarica intorno al falò. Uomini e donne che avevano scelto di proclamare i propri diritti senza violenza.

Per giorni una coalizione di cittadini, associazioni e partiti ha difeso il sito più inquinato d’Italia dopo Seveso, stazionando tra miasmi infernali, montagne di immondizia e polvere. Il presidio eretto in origine dai giovani comunisti era diventato l’avamposto di tutti senza distinguo politici in una terra desolata. Questo spettrale non luogo è riuscito tuttavia a rendersi stranamente familiare come un cortile di casa. Tutti insieme, giovani di sinistra e vecchi di destra, ambientalisti e casalinghe, preti e laici, con tensioni e paure l’hanno difeso vegliando la notte e stendendosi per terra contro i camions in una riedizione casertana della foto di Tien A Men. Dal paradossale quartiere generale fatto di rifiuti una libera compagnia di cittadini di Caserta, S.Marco, S.Nicola e Maddaloni ha deciso di sfidare i signori dell’immondizia ed i loro sgherri.

Una speranza di libertà agitata malgrado l’isolamento che si è voluto stendere contro i dissidenti da una propaganda di regime, una verità finita sotto gli anfibi dei celerini che hanno travolto con la forza i nostri gazebo ed aperto il varco ai fetidi TIR dell’ACSA CE3. Una sequela infinita di trasporti di materiale puzzolente si è diretto nella discarica senza essere sottoposto ad alcun controllo, senza essere pesato, senza sigilli, con il percolato che colava.

Tutto questo in un cantiere ancora da mettere in sicurezza e considerando carta straccia lo stesso protocollo tanto vantato dal sindaco Petteruti.

I nostri peggiori incubi si stanno concretizzando, mentre la discarica Mastropietro si riempie di rifiuti il generale Bertolaso requisisce un’altra cava, la Mastroianni, a pochi metri per fare un altro immondezzaio. Il commissario ha parlato con lingua biforcuta e non tiene fede ad alcun patto. Caserta è una riserva indiana dove scaricare tutta la schifezza del mondo e non c’è legge che tenga per i meridios.

Pasquale Costagliola

Presidente Associazione Terra Nostra

Delegazione Neoborbonici Terra di Lavoro

.

Il "Katechon", il risorgimento e i cristiani italioti

Aprile 26, 2007

Tra i vari approcci revisionistici alla storia del cosiddetto risorgimento italiano, quello “cristiano tradizionalista” è indubbiamente uno dei più completi e convincenti: più di quello puramente “nazionalista duosiciliano”, e anche più di quello puramente “economicista”, che nella versione marxista vede il suo massimo esponente nel prof. Zitara.

Il più completo e anche il più scomodo, perché costringe a rigettare e a ripensare radicalmente la storia dell’uomo (soprattutto quella moderna), intesa secondo Vico e Hegel come conoscenza scientifica della volontà e dell’azione umane, e centrarla (di nuovo, dopo un bel po’ di decenni) nell’incarnazione di Dio sulla terra, nel sommo paradosso costituito da Gesù Cristo.
Sottolineiamo polemicamente che questo approccio è ritenuto esagerato e NON indispensabile, a cominciare dalla stragrande maggioranza dei cristiani italioti moderni, i quali si arrabattano a cercare argomentazioni per “convincere le persone ad avvicinarsi alla fede” e non si accorgono di essere spesso percepiti (spiace dire: a ragione) come NON realistici e NON autorevoli.

Dunque, Katechon… sarebbe a dire?

Nel Nuovo Testamento, in particolare nel libro dell’Apocalisse, viene rivelato che alla fine dei tempi apparirà l’Anticristo sulla Terra, il quale riuscirà (quasi) a disperdere l’intera umanità.
Ad opporsi all’Anticristo, che per diversi secoli è stato tenuto “in catene” (tra l’altro, nella splendida tradizione presepistica napoletana, proprio sotto la roccia dove si allestisce la nascita del Bambiniello, in una grotta viene posto Satana, rigorosamente incatenato a due ceppi), è stato appunto il Katechon, che in greco significa “colui che lo trattiene”.
Secondo il luminoso padre della teologia cristiana, il napolitano Tommaso d’Aquino, il Katechon è da intendersi in senso squisitamente politico: l’argine al potere del “principe di questo mondo” altro non è che l’Impero Romano, trasformatosi in Impero cristiano.
Mumble mumble… facciamo due conti: il Sacro Romano Impero fu definitivamente cancellato dalla faccia della terra con la Prima Guerra Mondiale e la sconfitta dell’Austria asburgica.
Stando alla deduzione-intuizione di s. Tommaso, è proprio quello il momento in cui l’Anticristo si libera definitivamente dalle catene e comincia a sgranchirsi le gambe… (e in effetti è esattamente in quegli anni che, ad esempio, “sorge” il più disumano tra i regimi politici europei: la Russia bolscevica).
Ok… ma fermiamoci ad un attimo prima della debacle finale del Katechon, e cioè all’unificazione d’Italia: possibile che i cristiani italioti non si accorgano (e non urlino la tragedia ai quattro venti!), che una delle spallate decisive al Katechon fu la conquista militare e l’annullamento del Regno delle Due Sicilie, che (non ci stancheremo mai di ripeterlo) era uno Stato plurisecolare e prestigioso, indipendente, prospero e pacifico, e costituiva la “via alternativa cristiana cattolica” al progresso civile proposto dalle due superpotenze dell’epoca (Inghilterra e Francia), e che la sua apocalisse (vera e propria, anche se in miniatura) ha generato una “questione meridionale” mai più rimarginata?
Possibile che la “salvaguardia” di quest’impresentabile e grottesco Stato italiano, risorgimentale e antifascista, costituisca un freno per dire semplicemente le cose come stanno?
Gesù aveva insegnato agli uomini di parlare solo con “sì sì no no”, cioè preferendo sempre la cruda evidenza della verità ad inutili e fuorvianti “commenti personali”, soprattutto quando le opinioni soggettive si sostituiscono e persino ribaltano i fatti oggettivi.
I cristiani italioti, che ignorano quest’indicazione impartita dal Verbo in persona, come si sentono con le loro coscienze?

Sud, Mediterraneo e blabla

Aprile 24, 2007

(da L’ALTRA SICILIA – ANTUDO
Movimento politico dei Siciliani “al di qua e al di là del Faro”)

Il professore Bertinotti e la lezione di geografia

In cosa può rendersi utile il Sud Italia e la Sicilia per un comunista italiano tutto d’un pezzo come Bertinotti?
Bel discorso quello del presidente della camera all’università Kore di Enna del 3 aprile scorso. Peccato che nessuno gli abbia allegato una cartina geografica del Mediterraneo insieme ai fogli del discorso.
Certo ci regala perle inestimabili, come ad esempio l’esaltazione della vergogna dell’emigrazione meridionale che secondo lui è da vedere positivamente perché ha favorito l’emancipazione… di cosa? Della razza terrona? Passando poi anche per il riconoscimento dei grandi meriti dell’assistenzialismo, che sempre secondo lui non ci ha ridotti ad accattoni. No: è stata una ‘forma di compensazione’.
Compensazione per cosa? Ed a chi è servito questo ‘riflesso di stato sociale’ (parole sue), a chi ha giovato questo vivere dell’altrui riflesso splendore?
Ma poi ecco che riesce a stento a trattenersi e lascia scivolare tutto il suo menefreghismo ed il suo malcelato contegno per i buzzurri terroni. Ecco che arriva la verità: ‘e il Mezzogiorno può essere una grande opportunità se l’Europa sa guardarlo come un ponte verso le culture del Mediterraneo’
Caro Bertinotti, dicevamo ripassati la geografia: noi non siamo un ponte verso le culture del Mediterraneo. Noi SIAMO il Mediterraneo. Il suo centro per l’esattezza. Ed il tuo ponte non sono altro che le zattere di quei disperati che lì a Roma voi vi giocate come lenticchie alla tombola di Natale, mentre sbavate pensando ai voti che potrebbero portarvi ed ai soldi che vi faranno guadagnare lavorando IN NERO nelle vostre fabbrichette.
Ecco a cosa ti serve il Sud: come comodo corridoio per i tuoi carri bestiame caricati a voti.
Applausi finali.

Il Consiglio dell’Abate Vella

Per sempre…

Aprile 22, 2007

Publius vive con dolore l’andazzo dei nostri tempi dove il rimbellicimento è generale e solo pochi sono in grado di apprezzare il reale valore della vita

Non so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perchè ho la chiara coscienza di parlare a una massa di ignoranti con il cervello andato in acqua, ma parlo solo per rispetto verso quei quattro o cinque che non appartengono alla maggioranza degli imbecilli. Questa poesia e l’ultima pillola delle due precedenti ed è riferita metaforicamente al “nulla”. …….

Per Sempre

Che certe cose da altre derivano,

non abbiamo bisogno di calcolo

né di alcun genere di teorie.

Che nell’infinita rete delle modificazioni

vi sian esseri che discendono da altri esseri,

è talmente ovvio che ci si domanda:

come è possibile che vi sia sempre ancora

qualcuno che dubita dell’Immenso?

Che io provi a fantasticare dell’inizio dei tempi

oppure della fine del mondo,

le difficoltà son sempre le stesse:

la ragione non ce la fa a venirmi dietro.

Forse potrei tentar con l’intuizione,

come se la ragione fosse solo la rincorsa

e l’intuizione il balzo necessario per giungere alla verità.

A meno che, stanco, non mi riposi

Per….Sempre.

_________________publius

Il risorgimento, ovvero "quando l’autorevolezza sta (solo) dalla parte dei vinti"

Aprile 20, 2007

Faccio seguito al post sulla politica diffamatoria della massoneria inglese ed internazionale verso il Regno delle Due Sicilie, pubblicando anche la replica ufficiale del Nostro Governo.

Questa lettera, pubblicata il 29/8/1851 sul Giornale Ufficiale Delle Due Sicilie, fece immediatamente il giro dell’Europa, e tutti gli Stati non palesemente manipolati dalla massoneria, parteciparono alla difesa del Nostro Stato contro le ingiurie inconcepibili di un gruppetto di “lord inglesi”.
Peccato che a scuola nessuno ce ne abbia mai parlato e tuttora si sorvoli sopra eventi tanto centrali…

Vi prego di notare particolarmente lo stile dignitoso ed alto con cui è redatta questa lettera: quando nei libri di storia si studia il patriottismo ottocentesco, non si dovrebbe piuttosto fare riferimento a quello Nostro, piuttosto che ad altri?

L’ultima frase dell’epistola, che fa riferimento all’opuscolo inviato a tutte le corti europee con le smentite del nostro Governo alle accuse di Gladstone (che, ricordiamo, afferma che il nostro Regno sia nientemeno che “la negazione di Dio eretta a sistema di governo), è davvero esemplare:
“…opuscolo pel quale sono smentite, e vittoriosamente messe nel nulla, con documenti autentici e col ricordo delle prescrizioni e delle nostre leggi, le calunniose diatribe del signor Gladstone, onde, fatti essi avvertiti del vero, SI ASTENESSERO DALLE PRATICHE LE QUALI RIESCONO SEMPRE RIPRENSIBILI QUANDO AL VERO IL FALSO VUOLSI SOSTITUIRE“.

Come dire: oh inglesi, imparate la civiltà da noi ;-)



LA METAFORA DEL SAGGIO

Aprile 19, 2007

Continuano i contributi di Publius Valerius.

C’era una volta un cinese molto ricco che aveva due nipoti avidi e cattivi. Il bravo uomo, temendo giustamente che questi suoi parenti lo volessero depredare, pensò bene una notte di seppellire tutte le sue ricchezze in giardino. Ma il giardino era vastissimo e il cinese non ebbe il buonsenso di contrassegnare il luogo dello scavo con un segnale chiaro e inamovibile. Si limitò a infilare nel terreno una canna di bambù che venne ben presto spazzata via dal vento. Figuriamoci la disperazione del ricco cinese quando non vide più il segnale: non si raccapezzò più. Né si rassegnò, perché trascorse il resto della vita a scavare il suo giardino, giorno dopo giorno, nella vana ricerca del proprio tesoro.

N.B.

Dice il saggio: coloro che hanno riconosciuto il mutamento non osservano più le singole cose, bensì l’eterna ed immutabile legge del divenire, cioè: il senso, il corso delle cose, l’uno in tutto, il Singolare nell’universale, il molteplice. Affinché si realizzi il divenire occorre una decisione fondamentale. Questa decisione è, l’inizio primordiale di tutto ciò che è, letteralmente t’ai chi.

P.S.

Dato un piano (alfa) e due rette ortogonali a e b, chiamate rispettivamente asse delle ascisse e asse delle ordinate, è sempre possibile individuare un punto P del piano come punto d’incontro di due rette parallele (Euclide).

Meditate gente meditate…..

PUBLIUS

La Creazione, l’essere e il nulla.

Aprile 18, 2007

Publus Valerius Poplicola ci parla….attraverso i suoi scritti potremmo trovare la via per uscire dalla melma……

La Creazione

In principio c’era Aristotele, e i corpi in quiete tendevano a rimanere in quiete, e presto tutto era in quiete, e “Dio” vide che ciò era noioso. Poi “Dio” creò l’ateo, e ci fu il principio e il principio era il quanto e tutte le cose furono quantizzate, ma alcune cose erano ancora relative e “Dio” vide che ciò creava confusione.

L’essere

Poi si è potuto affermare che la più alta lode di “Dio” sia stata la negazione dell’ateo, che trovava la Creazione tanto perfetta da poter fare a meno d’un creatore. Ciò ha indotto a prendere seriamente in considerazione la possibilità che l’universo ha avuto inizio in un istante del passato posto ad una distanza finita del presente,

Il nulla

ossia la concezione dell’agire atea del presente. Ne deriva che, ogni azione di carattere pubblico che non sia usuale viene considerata sbagliata, oppure, se è considerata giusta, costituisce un precedente pericoloso. Ne consegue che non si dovrebbe far nulla per la prima volta.

Non temere di percorrere una lunga strada, se sei diretto verso coloro che hanno qualcosa da insegnarti. (Isocrate)
Publius Valerius Poplicola