Archivio per Maggio 2007

CENTRALISMO

Maggio 31, 2007


da

www.effedieffe.com/lettere.htp

Nella rubrica “L’opinione dei lettori” pubblichiamo, in un apposito spazio, i contributi del lettore, se lo stesso è d’accordo, firmati o non firmati e se sono da noi ritenuti di interesse generale.
I contributi possono anche ricevere la risposta del direttore Maurizio Blondet.
Gaetano “Mario” Filangieri ha inviato una pregevole

lettera che pubblico, onorandomi di condividere con lui il percorso rappresentato da questo blog.

Caro Direttore,

Lei non perde occasione per denunciare i particolarismi italioti, gli interessi di quartiere e di pollaio che sbrandellano la società e che frantumano l’economia, ed esprime spesso la sua posizione centralista nell’amministrazione pubblica, come soluzione per i nostri mali.Poi, al contempo (e stavolta in modo sacrosanto!) irride (perché è meglio e più efficace ridere che piangere e strillare sguaiatamente) ai figuri che compongono la triste classe dirigente italiota, dai politicanti-burocrati agli industriali ai magistrati.Parassiti li chiama giustamente; e osserva che non si è mai visto in natura che un organismo parassita si auto-riduca. E infatti, è del tutto improbabile che l’Italia migliori, facendo tutto da sola e senza prendersi nemmeno il fastidio di un pizzico di seria autocritica. Centralismo o non centralismo.Non voglio sembrarle pessimista, perché in realtà non lo sono, anzi posseggo quella naturale predisposizione italiana, ancora più spiccata nei napoletani, all’ottimismo e alla fiducia nel futuro.E poi con mia moglie incinta, non potrei nemmeno permettermelo, il pessimismo. Però il mio non è un ottimismo sciocco, irresponsabile e sognatore, o peggio ancora nostalgico di qualche autoritarismo che rimetta a posto le cose.Peraltro, pur non essendo un fanatico delle idee nazionalistiche, concordo sul fatto che il concetto di “patria” aiuti molto, almeno in termini emotivo-sentimentali, a sbrogliare alcuni nodi apparentemente insolubili. Sì, ma quale patria? Quella voluta e fondata dall’eroico Garibaldi, di cui celebriamo proprio quest’anno il bicentenario della nascita (spendendo una marea di soldi pubblici)?O quella del fine intrallazzatore Cavour?O magari del repubblicano Mazzini, che aveva capito in anticipo, lui sì, che i Savoia ci avrebbero rovinato? Questo qua, mi spiace dirglielo, è uno di quei nodi che non si sciolgono invocando il concetto di patria sic et simpliciter.La mala-unità fatta dai nostri “padri” non è (più) giustificabile dicendo “beh, intanto è stata fatta, non stiamo a sottilizzare”.Anche perché, ad una persona mediamente sensibile e casualmente ben informata, appare lampante che i maggiori problemi che sperimentiamo oggi (il parassitismo statale, la debolezza imprenditoriale, la divisione nord-sud, le mafie, la pressoché irrilevanza internazionale) hanno un seme comune, che si chiama Risorgimento.Risorgimento che nessuno si è mai azzardato a “revisionare”: piuttosto la resistenza… Caro Direttore, con tutta la stima che ogni volta Le esprimo, oso chiederLe: quale patria italiana?E sono certo che non mi prenderà per secessionista (non lo sono) quando ricordo, con il mio amato Franceschiello, che “le offese subite non dureranno in eterno”.Che ne dice, è ora che noi italioti diventiamo adulti e riscriviamo i libri di storia dell’Ottocento? Almeno per i nostri figli e nipoti…

Con stima,

Mario Bellotti

Comitato Neoborbonico della Lombardia

RISPOSTA

Il mio “centralismo”, anzitutto, nasce dall’esperienza vissuta delle Regioni, una falla morale e materiale astronomica (e la Lombardia non è meno un covo di favoritismi della Campania).

Maurizio Blondet

INFERNO!

Maggio 30, 2007

Stiamo arrivando al punto di non ritorno! Una umanità priva di valori e di identità continua fa scempio di tutto, calpesta ogni dignità, rifiuta ogni morale, ogni valore.
Il risultato è un inferno in cui ognuno riduce la propria identità e la propria esisntenza ad adorare un unico “DIO”. Il proprio Ego!
Polemiche per l’iniziativa dell’emittente: «Moralmente sbagliato»
Olanda, un rene al vincitore del reality
La tv BNN lancia “Il grande donatore-show”: «Una malata terminale deciderà a chi dare il suo organo».
AMSTERDAM (Olanda) – Migliaia di persone in attesa di un trapianto renale? Endemol (la casa di produzione famosa soprattutto per il suo “Grande Fratello”) e una tv olandese regalano un rene. Succederà nel corso del “De Grote Donorshow” (“Il grande donatore-show”) il prossimo venerdì (1 giugno): «La 37enne Lisa dovrà decidere a chi dei tre candidati dare il suo organo», ha comunicato sabato mattina l’emittente BNN.
In pratica, il pubblico da casa indicherà alla malata terminale quale candidato potrà beneficiare del suo rene. L’annuncio ha suscitato un vespaio di polemiche, tanto da spostarsi la settimana prossima anche al Parlamento dei Paesi Bassi che discuterà del macabro quanto bizzarro show. «È l’ultima frontiera del reality?», si chiede il quotidiano di Rotterdam «Algemeen Dagblad», che riporta la notizia. Secondo la responsabile per i media dei cristianodemocratici (CDA), Joop Atsma, è «moralmente sbagliato e da condannare».
L’emittente «Barts Neverending Network» (BNN), fondata 10 anni fa, è prevalentemente seguita dal pubblico più giovane. È già balzata alla ribalta delle cronache dopo aver trasmesso il provocante programma «Neuken doe je zo!» («This is how you fuck!»); sette puntate nelle quali venivano date lezioni molto esplicite sul sesso. Lo scorso anno è partito invece il seguitissimo «Spuiten Slikken», dove da studio diversi giovani raccontano le loro esperienze sessuali ed elencano le varie droghe assunte.
Laurens Drillich, il 40enne proprietario della rete, difende il suo concetto ribadendo che lo show, come programmato, andrà in onda. «I candidati hanno il 33 per cento di probabilità di ricevere un rene. È sicuramente meglio che essere una delle tantissime persone in lista d’attesa», ha detto. «Spesso i cittadini pensano che a differenza di qualche anno fa, ora gli organi per i trapianti siano sempre disponibili. Invece è il contrario», ha puntualizzato Drillich. Il fondatore della rete, Bart de Graaf, è morto cinque anni fa; anche lui si trovava su quella lunghissima lista per un trapianto di reni, ha riferito BNN.
Qualche mese fa il governo guidato dal cristiano-democratico Jan Peter Balkenende ha promosso una vasta campagna di sensibilizzazione, tesa a motivare l’opinione pubblica sulla necessità di registrarsi come potenziale donatore. Riscontri positivi sono giunti dalla Fondazione olandese del rene: «Mi fa piacere che BNN dia spazio anche a questo problema ma non sopporto i loro metodi», ha detto il direttore Paul Beerkens.

La perfida Albione – Nicola Zitara

Maggio 29, 2007

Il liberismo e le dottrine individualiste di stampo anglosassone, visti con gli occhi di un grande Calabrese (e di un socialista convinto).

(dall’e-journal Fora! del 23/5/2007)

La perfida Albione
Sarebbe presuntuoso supporre che l’esperienza personale possa costituire la base analitica per studiare e definire il rapporto tra il sé stesso e la fede professata dalla comunità di appartenenza – nel mio caso la religione Cattolica Apostolica Romana. Personalmente, superata l’adolescenza non mi sono occupato più di religione. In sessant’anni e passa non sono andato oltre la lettura dei Vangeli, per un versante, e di qualche saggio di Feuerbach e di Bruno Bauer sul versante opposto (ma forse non tanto opposto). Cosicché in materia di fede religiosa non ho altra nozione che quel che vedo intorno. Certo ciò non basta a parlarne seriamente, ma un’osservazione la faccio comunque.

Come tutti, qui da noi, sono nato in una famiglia cattolica. La paura di Dio, che avevo da ragazzino, era collegata alla morale sociale e all’idea della morte. Dio mi avrebbe punito qualora avessi violato i Comandamenti e avessi peccato. Nonostante l’immaturità, che si dice accompagni l’infanzia, dei Comandamenti avevo capito anche quel che gli immaturi non dovrebbero capire. C’era il catechismo, ma la scuola principale era la famiglia. Da parte di mia madre e dell’unica nonna che ho conosciuto, il comandamento di amare il prossimo mio come me stesso era particolarmente vigoroso. Mio padre, parecchio tiepido nell’imporre precetti di carattere religioso, ma che nel suo operare quotidiano s’ispirava alla regola di dare una mano a chi poteva, costituiva un esempio. La famiglia era agiata e credo che nonna, madre e padre, segretamente, si sentissero in colpa

E’ questa la parte della fede infantile che mi è rimasta incollata nella coscienza, e tutte le volte che la violo mi sento in peccato con me stesso. Anzi, se capita che mi venga in mente qualcuna delle innumerevoli cattive azioni compiute nella vita, mi vergogno di me stesso; avverto fisicamente un brivido e mi sforzo di rimuovere il ricordo.
Ma forse, a proposito dell’amore cristiano per il prossimo, e della connessa trasgressione, posso allargare il discorso ai miei coetanei e amici della lontana infanzia. Parecchi di loro non erano propriamente degli stinchi di santo. Rubacchiavano volentieri e senza farsene motivo di scrupoli, erano egoisti e arroganti, anticipavano gli anni rispetto alle segrete cose del proprio e dell’altro sesso e non disdegnavano di appostarsi per adocchiare nudità e amplessi. Però su una cosa avevano un sacro timore di Dio: mancare di carità per il cristiano provato dalla povertà, dalla malattia, afflitto dal dolore.

Solidarietà di classe? Forse. E’ un fatto, però, che a quel tempo la fede conteneva un messaggio morale molto più marcato che oggi. Pur essendo un ateo convinto, avverto (proprio fisicamente) la perdita di quel clima.
Ripeto: invado un campo che conosco solo superficialmente. Tutta la mia esperienza in materia religiosa non va oltre la presenza in chiesa per il funerale di un parente, di un amico, del congiunto di un amico. E tuttavia i confronti con un passato lontano tre generazioni vengono spontaneamente in superficie. Mi pare che oggi ci sia molta più compunzione, ma anche parecchia più disinvoltura quanto alla pratica. Come se l’essere cristiano comporti, contemporaneamente, una devozione liturgica e un gran pragmatismo in materia di Peccato, quasi che l’ipocrisia religiosa della nobiltà feudale, messa in scena da Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa, si sia propagata democraticamente fra il popolo dei fedeli.

Dalla mia fanciullezza a oggi sono passati settant’anni, nel frattempo il mondo è cambiato da così a così. A quel tempo c’era il problema del pane (proprio in senso fisico). Oggi può affliggerci la mancanza di danaro da sciupare in benzina, o per pagare la bolletta del gas e della luce scaduta, o per far fronte all’ingiunzione di un creditore, o alla notifica di uno sfratto. Ma non si tratta della stessa cosa. Non ci sono più gli occhi che raccontano la sofferenza della carne per la mancanza di pane.

Questo il cambiamento sul piano umano, tecnicamente, invece, è cambiato un rapporto che non riguarda la morale (o anche la fede evangelica) ma che influenza fortemente l’esistenza personale, specialmente qui da noi, dove la popolazione non è irreggimentata in forti e definiti settori della produzione, e retribuita regolarmente. Da noi, l’individuo e la famiglia sono esposti più che altrove al ricatto del denaro, proprio perché sono deboli e aleatori gli incassi. Tecnicamente parlando la divisione del lavoro – un percorso di diecimila anni – è arrivata al capolinea. Lo scambio trionfa. Nessuno di noi vive più di quel che produce. Si vive vendendo agli altri il proprio tempo di lavoro o i propri prodotti, e comprando dagli altri i beni di consumo. La divisione del lavoro e lo scambio sono acquisizioni sociali positive, però è ancora vecchio, anacronistico, puzza di sistema schiavistico il principio che li regge. Il dio danaro è passato a essere più dio di quanto fosse prima. Un tempo, il pezzo di pane che si offriva al mendicante poteva essere un di più rispetto al bisogno familiare, invece la fame di danaro non ha misura e limite, non c’è mai un di più, il danaro non diventa raffermo. La difesa del danaro guadagnato indurisce il cuore e mortifica la legge morale. Questo non è un accidente della storia come una carestia, o della natura come l’eruzione di un vulcano. E’ una filosofia sociale, forse una religione. Se non fosse simile a una religione, la carneficina che la fame, la sete, la malattia, il colonialismo stanno compiendo nel mondo sarebbe respinta. Non resteremmo così indifferenti come restiamo in effetti. La legge o quasi-religione del danaro è l’opposto della morale evangelica.

La parola ‘Albione’ usata degli antichi popoli mediterranei (fenici, greci, italici), corrisponde all’attuale Inghilterra. Più genericamente designava un’inospitale e poco soleggiata terra del Nord. Già al tempo dei romani venne sostituita con la parola Britannia, che era quella usata dai clan del luogo. Caduta in disuso, essa venne rispolverata in età proto-romantica, credo da Ugo Foscolo. Il povero poeta aveva dovuto rifugiarsi in Inghilterra per motivi politici e per sottrarsi alle ingiunzioni dei creditori. Nato a Zante, un’assolata isola del Mar Jonio, soffriva il freddo e le nebbie di Londra. Ma perché perfida l’Inghilterra? Avrebbe potuto dire fredda, inospitale, ipocrita, individualista, e mille altre cose. Disse invece perfida.

La perfidia inglese, come la leggo nell’espressione di Foscolo, potrei descriverla con l’adagio: “Ognun per sé, e Dio per tutti”. O anche con quest’altra: “Aiutati, ché Dio ti aiuta”. Foscolo o non Foscolo, l’espressione fu parecchio in uso quand’ero ragazzo, al tempo della guerra d’Etiopia, allorché l’onnipossente Inghilterra e la Francia imposero all’Italia mussoliniana le cosiddette “sanzioni”, cioè il divieto per i paesi membri della Società delle Nazioni di effettuare forniture alimentari, di minerali e di petrolio all’Italia. L’Impero inglese, che nel 1935 si estendeva su tutti i continenti del Globo – l’Inghilterra, un paese i cui abitanti godevano di “cinque pasti al giorno”, una nazione ricchissima – aveva la sfrontatezza di sanzionare i comportamenti della Grande proletaria, dell’Italia proletaria e fascista, che esportava milioni di emigrati, per una colpa che per sé stessa non avvertiva. Quindi era “perfida”.

La filosofia dell’egoismo è nata in Inghilterra, sul finire del XVII secolo, sulla spinta dello sviluppo dei traffici commerciali con l’America. Anche se il Paese si era arricchito in precedenza saccheggiando l’oro, l’argento e le altre merci che venivano trasportate in Europa dai galeoni spagnoli, in appresso la ricchezza parve fiorire dalle viscere della società. Imprese coloniali, piccoli armatori, importatori, esportatori, manifattori d’ogni genere, piccoli industriali del cotone, del cuoio, della lana, del ferro, bottegai, proprietari di miniere, banchieri, agricoltori, allevatori etc. s’arricchivano in virtù di un meccanismo automatico. Sembrò ai filosofi (illuministi) che ciò fosse un’espansione della natura umana, in precedenza sacrificata e tenuta in legacci dalla religione cattolica. “Se vuoi giovare agli altri, se vuoi il bene della Nazione, non devi fare altro che il tuo tornaconto. Chi arricchisce se stesso, arricchisce tutti. I capaci vanno avanti, e se i deboli cadono per strada è colpa loro. Si aggiornino, rischino anch’essi, lavorino, si diano da fare.”

Quando ero ragazzo, la filosofia dell’interesse privato era già largamente impiantata in paese, anzi era antica quanto era antica la Calabria; era la legge della vita e della sopravvivenza, ma anche un banco di prova per stabilire se si stava con Dio o con il Diavolo. Infatti la morale evangelica vietava di cedere all’avarizia, di superare la misura nella ricerca del tornaconto. Le necessità della vita (il peccato originario) imponevano all’uomo a procurasi il cibo con il sudore della fronte, a relegarlo nello stretto recinto della fatica e del dolore, ma era proprio lì che l’uomo doveva manifestare l’amore per Dio improntando il proprio agire al principio della carità cristiana: questa era l’idea comune.

La filosofia del liberismo economico ha piegato, forse distrutto già il mondo. Dopo tre secoli di libero commercio le persone che muoiono di fame, di sete, di malanni – perché l’economia mondiale deve comunque funzionare – sono centinaia di milioni ogni anno. Se l’economia non funzionasse – e i diseredati non morissero – sarebbe il crollo. Ironia delle cose, ciò che si asseriva di voler mettere in piedi – la libertà – sta crollando proprio a causa della libertà.

Il socialismo non è una religione, né una legge morale. E’ solo un atteggiamento dello Stato, una regola giuridica che dovrebbe offrire una disciplina, nei rapporti economici, diversa da quella sopra accennata. Stupidamente, ingannando sé e gli altri, il vecchio socialismo ha accolto il principio antropologico secondo cui l’agire umano trova la sua ratio nella libertà economica. Non hanno voluto riconoscere, i vecchi socialisti, che invece le loro motivazioni politiche affondavano le radici nella morale evangelica.

Forse l’ambiente si vendicherà con l’uomo delle malefatte liberiste. Forse al pentimento non seguirà il perdono della natura (o di Dio per i credenti), ma se a questo pentimento vogliamo dare oggi un senso, esso sta nell’agire rispettosamente e lealmente, invece che perfidamente. Siamo al dies irae? Non lo so, nessuno lo sa. Ma è certo che la filosofia a-morale ha prodotto più danni che benefici e che è ora d’abbandonarla..

Nicola Zitara

REGGIO CALABRIA – ELEZIONI COMUNALI 2007 – FINALMENTE E’ FINITA!

Maggio 29, 2007

Uno dei periodi più stressanti della mia ancor giovane vita è fiinto.
La campagna elettorale per le comunali 2007 a Reggio calabria è stata estenuante nel roboante giro di facce, segreterie, santini e facs simile cui essa ha dato luogo.
Amici, conoscenti, parenti si sono candidati e tutti mi hanno chiesto il voto non spiegandomi le loro intenzioni programmatiche, ma con il fatto che così avrei avuto un amico nelle istituzioni cosi qualunque mia necessità burocratica avrebbe avuto una rapida e sollecita esecuzione.
In effetti negli ultimi 20 anni le campagne elettorali hanno visto l’ assenza delle idee e delle proposte e il proliferare di liste e candidati, i quali propongono le loro facce e i loro “presunti”futuri favori.
Se tutti coloro i quali hanno dato la vita nei secoli passati per arrivare a dare il diritto di voto al popolo tutto, vedessero a cosa si è ridotto il suffragio universale, penserebbero di avere fatto una grande cazzata e avrebbero fatto meglio a godersi la vita.
Ormai è solo un mercimonio.
Ci sarebbero le eccezioni di chi ha idee e progetti, ma , forse, è troppo elegante per la politica di oggi.
Circa l’esito delle elezioni reggine non c’erano dubbi , anche perchè il competitor del sindaco uscente è stata una delusione completa in termini di idee, argomenti.
Resterà , indelebile, il numero di liste a sostegno di Giuseppe Scopelliti. Fiutato l’esito scontato del risultato delle elezioni a sindaco tutti si sono costruiti una macchina per competere e cercare di arrivare ad un posto al sole. Ci sono state sorprese, ci sono state clamorose bocciature.
E le idee? e i progetti?…ah beh quelli…possono aspettare!

INDIMENTICABILE!

Maggio 28, 2007
da
Il miracolo è avvenuto. Lo ha fatto la Reggina che, partendo da meno 11, ha ottenuto la salvezza e giocherà in serie A l’ottavo campionato delle ultime nove stagioni. Il Milan ha fatto da vittima predestinata, anche se ha tentato di andare in gol senza fortuna (ma anche senza rabbia), intendiamoci, quando il risultato era deciso. La squadra campione d’Europa ha subito un gol dopo otto minuti da Amoruso (solissimo) e il raddoppio nella ripresa da Amerini, appena entrato in campo. Il fatto che Ancelotti abbia lasciato a casa, oltre gli squalificati Gourcuff e Oliveira e l’infortunato Ambrosini, Dida, Maldini, Costacurta, Kakà e Seedorf, certamente farà discutere, anche se non si può dire quanto i “titolari” sarebbero stati più motivati delle “riserve” , dopo i festeggiamenti di Champions. Mazzarri ha dovuto rimpiazzare gli squalificati Lucarelli e Foggia con Di Dio (maluccio) e Vigiani, mentre Tognozzi e Giosa non erano disponibili per infortuni vari e in extremis Gazzi è stato preferito ad Amerini. Quando all’8′ Mesto da destra ha messo al centro per Amoruso che, solissimo per la latitanza di Simic e Bonera, ha palleggiato due volte, si è girato e di sinistro ha messo la palla sulla sinistra di Kalac che si è disteso per tutti i suoi m.2,02 senza arrivare a prendere la palla, i malpensanti hanno pensato: ecco servito il biscotto. Bisogna invece dire che dopo due altri due tiri di Amoruso (fuori), il Milan si è svegliato ed ha avuto almeno due occasioni importanti, nel primo tempo.
Al 17′ su angolo da sinistra, Kaladze in tuffo di testa ha colpito verso la porta e Mesto ha fortunosamente respinto di spalle; al 28′ un veloce scambio Brocchi-Borriello-Brocchi e tiro deviato da Campagnolo. A questo punto è calato il sipario per il primo tempo: il Milan non ha fatto figuracce, salvo sul gol, ma la Reggina inizialmente è sembrata più determinata e poi è calata, ma i rossoneri (vivace Borriello, un pò assopito Ronaldo) non sono riusciti a segnare. A centrocampo, l’affollamento proposto da Mazzarri ha messo in difficoltà il Milan e la fonte del gioco rossonera (Pirlo) è stata inaridita. In ogni caso, nessuno in casa milanista si è strappato i capelli. Nella ripresa il Milan ha tentato di andare in gol con Cafu, ma dell’incredibile è stato quello che è successo al 22′, quando Amerini, appena entrato, ha insaccato di esterno destro su un cross di Modesto da sinistra. Ripetiamo, il Milan ha tentato di portare a casa il gol della bandiera, anche con Gattuso, ma l’azione più bella è sta di Ronaldo che, al 37′ da fermo ha “alzato” la palla per Brocchi che ha tirato da sinistra: nella porta vuota ha salvato Lanzaro. Ma il risultato era già deciso e il pubblico ha tributato grandi feste agli amaranto che hanno indossato una maglia con lo scudetto: lo scudetto della Reggina, una salvezza ottenuta nonostante gli 11 punti di penalizzazione. Mazzarri andrà via, con lui sicuramente Rolando Bianchi. Per il Milan, un’altra gita sullo Stretto per fare da comparsa, dopo un mercoledì da leoni ad Atene. REGGINA-MILAN 2-0 REGGINA (3-5-2): Campagnolo; Lanzaro, Aronica, Di Dio (32’st Nardini); Mesto, Vigiani, Gazzi, Tedesco, Modesto; Amoruso (21’st Amerini), Bianchi (40’st Nielsen). In panchina: Puggioni, Esteves, Missiroli, Barillà. Allenatore: Mazzarri. MILAN (4-4-2): Kalac; Cafu, Bonera, Simic (18’st Oddo), Favalli; Kaladze (24’st Grimi), Brocchi, Pirlo (23’st Gattuso), Serginho; Ronaldo, Borriello. In panchina: Storari, Nesta, Inzaghi, Gilardino. Allenatore: Ancelotti. ARBITRO: Rocchi di Firenze. RETI: 8′pt Amoruso, 22’st Amerini. NOTE: giornata calda e ventosa, terreno in buone condizioni. Spettatori 25.000. Ammoniti: Di Dio, Gattuso. Angoli: 4-3 per la Reggina. Recupero: 0′, 3′.

da

“Se Lillo Foti si salva pure quest’anno è il diavolo!” – mi disse Alfredo Auspici alla seconda di campionato.
Ora, senza scomodare immagini dantesche, la Reggina di Lillo Foti, Riccardo Bigon, Walter Mazzarri e, soprattutto, di tutti i giocatori è entrata nella storia.
Un’impresa senza precedenti.
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Ancora, dopo quasi 20 anni, ci si ricorda di una Lazio salva partendo dal -9.
Ma era la Lazio.
Su questa Reggina in tanti (dopo la conclusione del calciomercato) non avrebbero scommesso un centesimo e noi siamo tra questi.
Oggi, allora, è tempo di ringraziare i protagonisti di questa impresa ed anche – perchè no- di chiedere scusa se nove mesi fa non sono stati accreditati di quella fiducia che poi hanno dimostrato di meritare ampiamente sul campo.
L’anno prossimo, contro tutto e tutti, la Reggina disputerà l’ottavo campionato di serie A, diventando, così, la prima in assoluto nella storia della Calabria (il Catanzaro degli anni ‘70 ed ‘80 ne giocò 7).
Ma, soprattutto, la Reggina di Foti, su 22 campionati,ne avrà disputati 8 in A, 8 in B e 6 in C.
E per chi era abituato al match dell’anno contro la Nocerina non è affatto male.
GIUSVA BRANCA

Evento a Locri

Maggio 26, 2007

Riporto di seguito il resoconto del cav. Salemi, celebre lealista borbonico, sulla presentazione del busto di Ferdinando II nel municipio di Locri.
L’evento, in effetti, ha abbastanza del… miracoloso.

Coraggio e avanti così!

(da Rete di Informazione delle Due Sicilie del 25/5/07)
L’ottimo capo del nostro servizio informazione, Alessandro Romano, dando comunicazione della cerimonia che si era svolta a Bitonto, intitolava il suo messaggio: “Miracolo a Bitonto”.
Io reduce da una visita nelle Calabrie, replico intitolando questo mio messaggio: “Miracolo a Locri”.
Ed è vero: a Locri la sera del giorno 24 u.s., io stesso ed altri amici e compatrioti abbiamo presenziato a un avvenimento che ha del miracoloso, considerando il modo con il quale da 150 anni si racconta la storia: è stato sistemato nel palazzo municipale di Locri, in luogo degno e a vista di chiunque acceda agli uffici municipali, il busto di Re Ferdinando II che fu ritrovato, qualche anno addietro, murato in uno scantinato del palazzo stesso .

Lo scoprimento del busto è avvenuto al termine di un magnifico convegno organizzato dal Circolo di Studi Storici Le Calabrie e dalla Associazione Culturale Due Sicilie sotto la guida della Prof. Avv. Carmela Maria Spadaro e dell’Avv. Pasquale Zavaglia, oltre che con il patrocinio della Delegazione della Locride del FAI e delle città di Locri e Gerace i cui Sindaci Arch. Francesco Macrì e Dott.Salvatore Galluzzo hanno mostrato tutta la loro intelligente sensibilità nel patrocinare una manifestazione di così intenso contenuto storico.
Il convegno vero e proprio, moderato ottimamente dal compatriota prof. Carmelo Carabetta, è stato preceduto da veloci interventi introduttivi della prof.ssa Annalia Paravati Capogreco che ha ricordato con rimpianto il periodo in cui ha tenuto in custodia nella sua casa il busto del Re, della prof.ssa Marilisa Morrone per il Circolo Sudi Storici Le Calabrie e dal vecchio “leone” prof. Nicola Zitara (nella foto) per conto dell’Associazione Culturale Due Sicilie di Gioiosa Ionica.


I relatori hanno brillantemente esposto le loro relazioni: il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico di Napoli, ha trattato “L’Età di Ferdinando II”, evidenziando le tante cose positive che sotto quel Sovrano si realizzarono nel Regno tutto e con particolare riguardo per le Calabrie, alla estrazione del materiale ferroso ed alla sua lavorazione che iniziava con le Fonderia di Mongiana per terminare nello stabilimento siderurgico di Pietrarsa; la prof.ssa Spadaro ha raccontato la storia delle regie ferriere di Mongiana, modello oltretutto di organizzazione industriale operante nel rispetto della dignità degli operai a cui veniva garantito, cosa rarissima per l’epoca, anche l’assistenza di malattia, così come accadeva, d’altra parte, nella Colonia di S. Leucio di Caserta ed ancora la prof.ssa Spadaro ha ricordato che quando il Re nel 1852 si recò nelle Calabrie (e lo fece anche per rinverdire un rapporto diretto con quelle popolazioni dopo i fatti del 1847 a Gerace e del 1848 a Napoli) usufruì solo in parte del viaggio del controllo che reparti di truppa svolgevano a fine di precauzione per la sua sicurezza, mentre proprio nella parte più interessata ai sommovimenti sopraccitati, si mosse senza alcuna particolare misura di prevenzione e ciò a dimostrazione della popolarità di quel Sovrano; infine l’arch. Vincenzo de Nittis ha bene illustrato le caratteristiche tecniche del busto avanzando delle ipotesi sul nome dell’autore che resta sconosciuto e rilevando la quasi completa identità con altro busto esistente a S. Andrea dello Ionio, altro esistente a Ferdinandea e altro ligneo di collezione privata.
In buona sostanza si è trattato di un convegno superbo poiché oltre ad avere le caratteristiche qualità informative e celebrative è terminato con il grido “Viva ‘o Rre” lanciato dai partecipanti davanti al busto del Sovrano.

Infine una curiosità, anzi più di una: il sindaco di Locri ha esposto un decreto reale con il quale un suo antenato era stato nominato sindaco di Gerace (al tempo non esisteva Locri come città autonoma) e il signor Tomaioli di Laureana di Borrello ha esposto un paio di guanti bianchi di pelle di daino che furono di Re Ferdinando e da questo lasciati come pegno di ricordo in quella famiglia, sempre nel corso della visita precedentemente citata.
Un ricco e signorile “vino d’onore”, offerto ai partecipanti nel cortile del bellissimo palazzo municipale di Locri, ha concluso la serata.

Giovanni Salemi

ANOTHER TIME, THE SAME PLACE!

Maggio 26, 2007

La zona delle Serre Calabresi e alta Valle dello Stilaro oggi sono moribonde da un punto di vista economico. A parte l’ indotto pubblico l’ economia privata vive di piccole imprese boschive, sprazzi di turismo, attività edile. Una miseria in un sola parola.

Eppure “another time, in the same place” fioriva una attività industriale di primAria importanza, con un polo industriale che dava lavoro nelle sole fonderie di Mongiana a 2000 operai agli inizi del 1800.
Se si pensa che oggi quel paese ha 800 abitanti si capisce che unp “tsunami” storico ha spazzato via la storia di una comunità per sostituire una realtà alternativa fatta di miseria e stenti.

Le acque delle fiumare della zona erano utilizzate per alimentare turbine e impianti di quello che fu il più importante polo industriale nel meridione borbonico, che dava lavoro a circa 2.500 persone. Nel 1742, a Pazzano, fu costruita la prima fabbrica d’armi, nelle ferriere dell’Assi e in quelle «Vecchie di Stilo» si realizzarono, su progetto del Vanvitelli, i tubi per l’acquedotto «Carolino» della Reggia di Caserta, mentre dalle fonderie di Ferdinandea e Mongiana l’esercito borbonico riceveva gran parte dei propri armamenti.

Non a caso sul territorio è nato un ecomuseo che protegge e valorizza cinque aree: Monasterace, nei dintorni dell’antica Kaulon, la media e la bassa valle dello Stilaro, il bosco di Stilo e l’altopiano delle Serre calabre. Ecco quindi recuperati una miniera, una centrale idroelettrica, due mulini idraulici, un’antica conceria, già ferriera Fieramosca, una casa albergo, annessa a uno stabilimento termale. Quest’ultimo resta ancora inagibile, ma affidandosi alle guide dell’Associazione Calabrese Archeologia Industriale, cui si deve il progetto di tutela, si può raggiungere un rivolo delle acque alcalino-solforose e provarne gli effetti, talmente prodigiosi da far chiamare la zona «Acque sante». Tutti i possibili itinerari e mostra permanente nel «Museo di Archeologia industriale e della cultura materiale», che si trova nell’ex convento Basiliano a Stilo.

Precisazione

Maggio 24, 2007

La frase

Frequentadoli notai la loro provenienza (tutta più o meno parasinistroide) e la povertà del loro background culturale. Non capaci di ragionamenti strutturati o analisi accurate, ma solo propositori di slogan, in un grottesco taglia e incolla tra pensieri di vari personaggi assunti, più o meno, ad icona per la conduzione delle proprie battaglie.

si riferisce al periodo in cui ero moderatore di un sito spazzatura, IL PIU’ GRAVE ERRORE DELLA MIA VITA, poichè ho portato acqua al mulino di persone senza scrupoli.

FALCONE HA ANCORA NEMICI

Maggio 24, 2007

da www.giornale.it

«Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell’acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta».

Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.

«Il mio risentimento nei confronti di Falcone era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa nostra: era il primo magistrato, dopo Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Era riuscito a entrare dentro Cosa nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato».

Non erano i soli. Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e «mafia» era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. «Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982» racconta Brusca. «Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo».

Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c’è «l’albero Falcone», scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l’apertura del maxiprocesso nell’aula bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli, purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così: «Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito». Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. Cominciarono a voltargli le spalle in tanti. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta «primavera di Palermo» che auspicava un certo gioco di sponda tra procura e istituzioni, anzi «una sinergia» come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, ma Falcone fiutò subito la calunnia: Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti. Fu durante una puntata di Samarcanda che Orlando scagliò l’accusa: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all’Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.
Così, quando Falcone accettò l’invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L’obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due “Cosa nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura… s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L’Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».Cosa nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso. Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull’autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all’inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord», e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l’inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine milanese». L’Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».

Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Capaci, 23 maggio 1992)

Maggio 23, 2007

Il 16 Ottobre 2005 un tragico evento svegliò la coscienza del ventenne che voleva cambiare il mondo e il cui slanciò finì alle ore 18.00 del 23 Maggio 1992, quando dai canali di Video Tre seppi della tragica notizia della Strage di Capaci. Lì finì il mio slancio ed impegno civile e cominciai ad occuparmi solo della mia sfera personale.

Il 16 Ottobre 2005 mi rivenne la voglia di lottare per qualcosa di diverso dalla costruzione del mio mondo personale, quando vidi ragazzi scendere in piazza dopo l’ omicidio Fortugno.

Frequentadoli notai la loro provenienza (tutta più o meno parasinistroide) e la povertà del loro background culturale. Non capaci di ragionamenti strutturati o analisi accurate, ma solo propositori di slogan, in un grottesco taglia e incolla tra pensieri di vari personaggi assunti, più o meno, ad icona per la conduzione delle proprie battaglie.

Per quanto riguarda Giovanni Falcone costoro che affermano che “le sue idee camminano sulel loro gambe” dovrebbero leggere il suo libro “Cose di Cosa Nostra” e considerare gli attacchi vergognosi che subì da certa parasinistra negli ultimi anni della sua vita.

L’ Antimafia in Italia , così come è stata negli ultimi anni, è solo un folklore inutile e mangiasoldi sfruttato da chi cerca l’ incipit per una carriera politica oppure per chi ha voglia di riciclarsi.

Le varie associazioni antimafia, dovrebbero, in un moto di dignità ,( che non hanno mai avuto!) sciogliersi e evitare spreco di denaro pubblico, il quale potrebbe essere più utilmente indirizzato per dotare le forze dell’ ordine di strumenti migliori per il contrasto delle Mafie.