Archivio per Luglio 2007

WWW.MONGIANA.COM

Luglio 30, 2007

Un sito e un forum per un paese ricco di storia. Un esempio da manuale della rovina che l’ Unità d’Italia ha rappresentato per tanti centri del meridione che avevano intrapreso la strada della industrializzazione sotto i Borboni.

Piccolo borgo delle Serre Calabre, è stato fondato nel 1775 da Giovanni Battista Conty, direttore delle Reali ferriere di Stilo, sotto il governo di Carlo di Borbone, come stabilimento siderurgico. Accanto agli altiforni della Fonderia ed alle raffinerie della ferriera gli operai vivevano in dimore prima in legno
Nella zona attualmente chiamata armeria, sovrastata dal cimitero del paese, vi era una piccola fucina a maglietto, dove si riduceva il ferro in lamine trascinata via completamente dalla furia di un’alluvione nel ‘48 e sostituita in seguito all’affluenza del Ninfo e dell’Alaro con la più; moderna Robinson, che era stata costruita senza badare a spese tanto che fu disponibile una nuova macchina proveniente dall’Inghilterra a sostituire il vecchio maglietto alla catalana. Di questa a memoria di tempi migliori è rimasto qualche rudere. Di certo il cuore dello stabilimento era la Fonderia “Mongiana”, che diede il nome al borgo che andava costruendosi intorno ai fumi degli altiforni.In realtà tutto il complesso era molto più; grande e purtroppo ben poco ci è rimasto a testimonianza dell’antico sito che si distendeva verso valle con officine dislocate lungo le sponde dell’Alaro. Sull’altro lato del torrente sorgeva un’officina con fornelli alla Wilkinson, la San Brunello, dove il ferraccio veniva trasformato in strumenti di precisione, pesi e misure. Poco più; a valle sulla stessa sponda della precedente vi era un’altra raffineria dove si effettuava il getto a staffaggio dei proiettili. La nuova fabbrica d’armi dove si assemblavano le armi e si costruivano le baionette I lavori di costruzione della nuova armeria per l’assemblaggio delle armi cominciarono nel 1918. Le due colonne a decorazione dell’ingresso principale e dell’architrave, dovevano testimoniare agli occhi del visitatore dell’efficienza dei maestri degli opifici della Mongiana. La Santa Teresa che era una raffineria dove era possibile eseguire opere di getto. Si tratta del luogo dove furono fatte le colonne della nuova fabbrica delle armi del 1818. Le colonne fuse a getto unico, con i mezzi allora disponibili sono state portate in cima al colle da poco meno di due chilometri di scarpate impervie. Infine il nuovo maglietto ancora più a valle all’affluenza dell’Alaro con il Ninfo. Ben poco ci è dato di sapere della vecchia armeria, a testimonianza della quale rimane una piccola sorgente incanalata in una canna di vecchio cannone. Con il passaggio della Mongiana al Ministero della guerra, avvenuto nel 1808, fu inviato un presidio militare per vegliare sulla produzione dei pezzi di artiglieria che avrebbero dovuto fornire l’esercito e la marina. In quell’occasione fu costruito uno stabile che fungeva anche da carceri altre che accogliere i nuovi ospiti nei pressi della chiesetta.Nel 1856 si ravvisò l’urgenza di ingrandire lo stabile, finchè nel ‘59 il Savino su suo progetto realizzò la Casa del Comandante affacciata sulla piazza della Fabbrica d’Armi, su tre piani. Il primo era riservato ai cavalli, sul secondo le truppe ed il terzo ospitava il comandante. In età murattiana, si pensò anche agli operai con la costruzione di case in muratura. Tutte molto simili, secondo uno dei principi illuministici. Alla chiusura dello stabilimento furono acquistate dai superstiti, quelli che, non facendo parte delle maestranze delle officine che videro ridursi le prospettive di sopravvivenza fuggirono ove stavan sorgendo altri siti siderurgici, cioè verso il Nord della penisola o Francia e Germania, con un compenso di buona uscita in attrezzi, strumenti vari, risorse di magazzino e quant’altro. Chi riuscì a resistere in qualche modo al disastro economico furono i contadini, i boscaioli e i carbonificatori, che se pur decimatisi riuscirono a trovare il do di acquistare le abitazioni abbandonate e i siti di quanto le intemperie si lasciavano dietro. Molti divennero terreni fertilissimi per piccoli vigneti, legumi, mais e ortaggi vari. Le risorse faunsticche, pastorizie e di allevamento in genere furono di ausilio nelle ristrettezze. Mentre i magazzini della fonderia divennero case di abitazione, la fabbrica d’armi magazzini e abitazioni insieme alle caserme e i capannoni dei manovali.

Fortunato Vadalà

Registrato: 26/07/07 23:09
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Inviato: Lun Lug 30, 2007 2:16 pm Oggetto:

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Saluti
E’ normale che di questi tempi ci sia poca gente
Se mi posso permettere volevo consigliare l’apertura di una sezione cultura e storia, poiché sono in collegamento con una associazione culturale presieduta da Gennaro De Crescenzo, con diverse migliaia di iscritti in tutta Italia e un sito che in poco più di due anni ha registrato 590.000 visite, per la quale il nome MONGIANA evoca sensazioni e passioni importanti.
Pensate che quando hanno saputo che io ho vissuto a MONGIANA per anni, mi hanno fatto capire di avere avuto una grande fortuna e privilegio.
E’ proprio questa la strada da battere per il rilancio!
Intanto cominciare un certo percorso di diffusione della notizia dell’esistenza di questo forum, poi cominciare a costruire un ponte tra chi sente MONGIANA un luogo mitico e chi ci vive, poichè il turismo da pic-nic è una barzelletta.
Wousfan che si è iscritto al forum è un ingegnere elettronico di Milano, il quale conosce la storia di MONGIANA ma non vi è mai stato.
LA storia di Mongiana fino al 1860 ovviamente, quando un evento traumatico spazzò via il Regno delle Due Sicilie e travolse come uno tsunami l’intero Mezzogiorno condannandolo alla miseria.
Esempio da manuale MONGIANA, prima fiorente centro industriale, poi…..beh lo sapete …
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cavallo su una nuvola

Registrato: 28/05/07 19:33
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Inviato: Lun Lug 30, 2007 8:44 pm Oggetto:

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Concordo anche questa volta cn la tua proposta, credo che invitare ma sopratutto coinvolgere anche persone nn di mongiana sia essenziale, è cio’ che ho pensato dal primo momento in cui m sn iscritto, infatti, ho proposto temi nei quali il bel paese può essere richiamato, ma nn è l’argomento centrale (che girovagando nel forum di sicuro hai incontrato)…
due domande:
come vuoi impostarla?
interagire anche cn l’associazione cn la quale sei in collegamento?

n.b.
“LA storia di Mongiana fino al 1860 ovviamente, quando un evento traumatico spazzò via il Regno delle Due Sicilie e travolse come uno tsunami l’intero Mezzogiorno condannandolo alla miseria.”
……..condivido tale pensiero….
ma c sono molti interrogativi!!!! comunque m sembra un tema storico da cui partire…
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cordiali saluti

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Fortunato Vadalà

Registrato: 26/07/07 23:09
Messaggi: 9

Inviato: Lun Lug 30, 2007 10:31 pm Oggetto:

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Ciò che successe nel 1860 è un tema che va studiato profondamente, facendo riferimento ai dati oggettivi di tipo economico e storico.
E’ un tema che coinvolge alle radici il processo di formazione dello Stato Italiano per il quale l’ esigenza di creare una memoria condivisa da tutta la popolazione non si pone tanto per la Resistenza, quanto , piuttosto, per il Risorgimento.
Produrre dati, far conoscere evidenze storiche per raccontare la storia dalla parte dei vinti, poichè, è bene por mente al fatto che, la storia la scrivono i vincitori e tutti noi nei vari gradi della scuola abbiamo studiato quest’ultima, non certo la prima.
Scopo primario non è riproporre formule politiche, ormai vetuste e fuori dal tempo, ma raccontare ad un popolo privato della sua memoria storica, la grandezza che aveva raggiunto 150 anni fa, per restituirgli l’ orgoglio di appartenenza e a spronarlo a scrivere lui in prima persona il proprio destino.
La pagina storica e culturale, penso, possa essere impostata sulla base di questo canovaccio. Si racconterà la storia di MONGIANA, invitando chiunque a dare il suo contributo.
Si presenterà le associazioni che di MONGIANA si occupano o che a MONGIANA operano.
Si accoglieranno tutti i punti di vista, poichè dal confronto nasce la crescita umana di ogni individuo.
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manu

Registrato: 22/06/07 16:31
Messaggi: 36

Inviato: Mar Lug 31, 2007 3:27 pm Oggetto:

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Ciao Fortunato, credo che la tua proposta sia più che interessante…anzi, credo sia un ottimo modo per cercare di dare voce a tutte le possibili iniziative senza ferle rimanere il solito sogno da cui non potersi concretamente sganciare.
Ciò che credo,e di cui sono fermemente convinta, è che quello che diventa fondamentale in questo passaggio è innanzitutto il coinvolgimento della gente che il paese lo vive ancora, proprio per quell’ “orgoglio di appartenenza” di cui parli tu. Questo anche per cercare di far capire a CAVALLO SU UNA NUVOLA che coinvolgere persone che del paese non sanno nulla è sicuramente importante, ma è importante farlo attraverso veri stimoli e non solo per farle passare virtualmente attraverso qualcosa che comunque non gli appartiene, anche solo in termini di emozioni o veri coinvolgimenti.
Del resto, per quello che mi è sembrato di capire, nessuna delle persone che vivono a Mongiana hanno preso in considerazione un mezzo importante quale può essere la rete e quindi questo forum, che non è altro se non un modo per dare concretezza a ciò di cui spesso si parla senza però, forse, avere veramente voglia di un confronto vero. Dunque quando qualcuno di noi ha detto che “forse era troppo presto” per divagare su temi che non fossero Mongiana o tutto ciò che gli appartiene, si riferiva ad un metodo più che ad una imposizione… DUNQUE SIAMO TUTTI SULLO STESSO TRACCIATO…!!!
Per tornare alla pagina storica e culturale di cui sopra, ritengo sia quello a cui si DOVEVA arrivare…! Spero solo che si riesca ad ottenere una maggiore presenza da parte di coloro i quali Mongiana la vivono, perchè rinvenire la memoria, recuperare la coscienza del passato, può diventare il modo per uscire dalla attuale condizione di alienazione che rischia sempre più di cadere in una sorta di distacco dalla realtà.
Mentre per noi tutto questo può essere un modo per ripercorrere piacevolmente una memoria che sicuramente ci appartiene e che sentiamo viva dentro di noi, per altri potrebbe diventare la possibilità di farne motivo di riscatto.
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manu

TRENITALIA STA LAVORANDO PER NOI!

Luglio 30, 2007

Bello il nuovo sito!
Se facessero un minimo di lavoro per i passeggeri. Ma una cosa la fanno.
Aumentare il costo dei biglietti!

L’odissea del treno guasto

ore 20.59

lunedì 30 luglio 2007

E’ arrivato alle 19.30 nella stazione di Villa San Giovanni, il treno proveniente da Torino rimasto fermo per circa quattro ore nella stazione di Vibo Pizzo per un guasto ai freni di un carro adibito al trasporto delle auto al seguito. L’ arrivo era previsto per le 11 di stamani. Trenitalia, per poter aumentare la velocita’ del convoglio, ridotta a causa del problema al vagone, ha fatto staccare il carro nella stazione di Rosarno. Alcuni viaggiatori, come confermato da uno di loro, sono quindi in attesa della propria vettura nella stazione di Villa San Giovanni. Il carro mancante del convoglio sta procedendo a velocita’ ridotta e, secondo quanto riferito da Trenitalia, giungera’ a destinazione intorno alle 22.(ANSA).

Si guasta treno; fermo per 4 ore a Vibo!



lunedì 30 luglio 2007
Un treno espresso Torino-Villa San Giovanni, e’ rimasto bloccato per quasi quattro ore nella stazione di Vibo Pizzo per un guasto ad uno dei carri adibiti al trasporto delle auto al seguito. Secondo quanto riferito da Trenitalia, la maggior parte dei viaggiatori ha proseguito su un intercity diretto a Villa San Giovanni, mentre un centinaio di passeggeri, quelli che avevano l’auto al seguito, ha atteso la riparazione del carro per continuare il viaggio. Il convoglio e’ ripartito dalla stazione Vibo Pizzo poco dopo le 16, ma si e’ nuovamente fermato dopo pochi chilometri, nella stazione di Mileto, sempre nel vibonese. Quindi ha ripreso definitivamente il viaggio. Il convoglio, che aveva gia’ accumulato ritardo, sarebbe dovuto arrivare a Villa San Giovanni stamani alle 11. Alcuni viaggiatori hanno riferito ai giornalisti di essere stati assistiti da un addetto solo dopo tre ore di fermo e di avere ricevuto bottigliette d’acqua ed alcuni gelati. Da Trenitalia hanno reso noto che e’ stato comunicato ai passeggeri del treno che una volta giunti nella stazione di Villa San Giovanni saranno rimborsati delle spese effettuate nel bar della stazione di Vibo Pizzo mostrando lo scontrino.

NICOLA ZITARA – IL CROLLO

Luglio 30, 2007

Nicola Zitara regala momenti di riflessione importanti traendo spunti dalla recente emergenza incendi che ha devastato vasti territori dell’ Italia meridionale.

tratto da

http://www.eleaml.altervista.org/

Gli incendi? E’ ridicolo girarla a questione morale, come hanno fatto in questa settimana gli editorialisti di quotidiani grandi e piccoli. Negli Stati occidentali la morale nazionale è dettata dalle classi dirigenti del capitalismo ‘nazionale’.

Di regola essa è trascritta nel codice civile e nel codice penale (o simili). La particolarità nata con la Rivoluzione francese è che anche i componenti della classe dirigente sono tenuti a osservare le norme giuridiche. “La legge è uguale per tutti”, si dice. Ma mentre la legge vige, il capitalismo cambia.

In Italia e in quasi tutti i paesi dell’Occidente la legislazione è in ritardo rispetto all’evoluzione del sistema capitalistico, che si è spinto e si spinge avanti, trascinato dalla sua stessa potenza. Nessuno aveva concepito progetti organici a proposito.

Il cambiamento è arrivato con le gambe della caduta o dell’abbassamento delle barriere doganali, delle scoperte scientifiche e dell’innovazione tecnologica. La produzione, il commercio e i consumi mondiali sono esplosi.

Su un simile fenomeno, gli antichi greci favoleggiavano dicendo che era stato scoperchiato il Vaso di Pandora, Goethe l’ha metaforizzato nel Faust, i giuristi parlerebbero d’aberratio ictus.

Quel che si vede è che il capitalismo, da nazionale qual era prevalentemente fino al 1970, va rapidamente assumendo dimensioni supernazionali. E lo fa innescando duri conflitti tra produzioni mature e prodotti nuovi, scassando i confini politici, travolgendo le socialdemocrazie postbelliche e le classi del lavoro dipendente, mandando in malora l’interclassismo dei grandi paesi europei e gli stessi Stati nazionali.

In Italia, Burlusconi ha cercato di cambiare le regole antiche a favore di un capitalismo nuovo, in cui la legge non fosse uguale per tutti, ma si è impigliato in beceri personalismi. Gli unici risultati raggiunti sono stati quello di dilatare l’esentasse a favore del lavoro autonomo e quello di favorire gli imbroglioni a cui vengono appaltati i servizi pubblici.

In realtà, come capitalista, Berlusca è nazionale e non internazionale, produce per l’Italia e non per il mondo. Resta nazionale, paesano, milanese del contado, anche se viaggia fisicamente in jet supersonici e anche se sposta fuori del paese le sue risorse finanziarie con procedure virtuali.

Molto più mondialisti e brache calate risultano ai fatti Prodi e, anche se non si capisce perché, D’Alema, Veltroni e Frafessino, con il seguito di qualche scendiletto e quel sinistrorso amante perduto del proletariato nordista, che si chiama Bertinotti. Merito (o forse demerito) di Ciampi, di Amato, di Dini, di Prodi, di Tremonti, dei grandi banchieri che hanno vinto il Superenalotto delle privatizzazioni, la nuova morale capitalistica è andata oltre. Di conseguenza è cambiata la morale di ciascun italiano.

Adesso, i codici contano solo per i fessi, il furto dilaga, il ricatto del privato verso il pubblico è divenuta una regola generale. Vi si esercitano persino i sacerdoti di Cristo e i vecchi adepti di Marx. Al tempo in cui il capitalismo ‘nazionale’ italiano era nelle mani di Enrico Cuccia, il diritto di rubare impunemente l’avevano soltanto gli Agnelli, i Pirelli, i padroni della Montecatini, dell’Edison, e pochi altri. Il ladro che non apparteneva alla parrocchia veniva suicidato.

Oggi tutti i capitalisti rubano a man bassa, ma non ci sono suicidi. Rubano non solo le imprese monopolistiche, ma lo fanno anche i piccoli importatori di derrate e i grandi raffinatori di petrolio che non avrebbero alcun bisogno di farlo in barba al codice penale, perché la loro attività è già un furto di per sé. Rubano coloro che ricevono un finanziamento pubblico e persino i rivenditori di prezzemolo.

Rubano i ragazzi del prestito d’onore, gli idraulici, i riparatori di biciclette, ma più di tutti i politici, e fra loro, e con gran distacco su tutti gli altri, i consiglieri regionali. Quanto alla sanità, il 50 per cento della spesa è un furto. Rubano i cittadini che, pur non avendo un diritto, affermano d’averlo, complici professionisti e burocrati.

Caso esemplare, in Calabria, i danni dell’alluvione del 2000. I vecchi del mio natio borgo selvaggio direbbero che, in materia di furto, vige la democrazia. Chi perde finisce in galera per quindici giorni. Rimane poi nelle matasse di un interminabile giudizio per il resto dei suoi giorni, ma, se è ricco, salva quanto basta per passare il resto dei suoi anni tra la Svizzera e Montecarlo, e se tanto ricco non è, avrà comunque quanto basta per comprare un appartamento a Bologna per il figlio che va all’università..

Gli incendi dei giorni scorsi s’inquadrano nella stessa morale in forza della quale un chilo di pomodori sta 20 centesimi alla produzione e due euro al consumatore, o per cui le banche trattengono in cassaforte i titoli che salgono in borsa e fanno fessi i clienti appioppando loro i titoli che viaggiano al ribasso.

Non sto certamente dalla parte degli incendiari. Dico soltanto che i pontificali dei politici, della tv e dei giornalisti non sono credibili. I vigili del fuoco faranno ancora il loro dovere e continueranno a essere l’unico settore del pubblico impiego a funzionare e a sacrificarsi; il bravo, rispettabile e lodevole ingegner Bertolaso continuerà a offrire efficienza, competenza e intelligenza.

Lo faranno perché gli incendi continueranno finché la la morale della nuova classe capitalistica non troverà un inquadramento (un codice civile e un codice penale globali, un ordinamento giuridico) mondiale, salvo che non crolli prima e finalmente il malefico capitalismo sotto i cocci del coperchio del Vaso di Pandora andato in frantumi nel corso dell’operazione di scoperchiamento.

Il disfacimento del capitalismo ‘nazionale’ all’Enrico Cuccia ha portato con sé il naturale e inevitabile crollo dell’unità italiana. L’ufficio studi degli Artigiani di Mestre, che è una specie di contraltare dell’Istat in versione Triveneto, e gli economisti che lo supportano, parlano di “Tre Società” italiane: quella del “qui si lavora e si produce”, quella dell’industria apertamente o sotterraneamente protetta da destra e da sinistra (Piemonte, Liguria, Emilia, Toscana), quella del capitalismo a mano armata (il Meridione e la Sicilia). Nordest e Nordovest non s’intendono.

Il conflitto allarga gli spazi del capitalismo a mano armata, sia perché la politica, preoccupata d’arraffare voti, allenta l’attenzione e diluisce gli investimenti pubblici al Sud, sia perché le mafie possono diventare alleate preziose sia per l’Est che per l’Ovest.

Nel caso che sia l’Est a vincere il braccio di ferro con l’Ovest, l’ignominiosa cacciata del Sud dallo Stato italiano è un dato su cui è inutile farsi pietose illusioni. Gli esperti del Pentagono prevedono la separazione per il 2012, qui in Italia la si prospetta per una data più vicina.

Quando uno Stato crolla, lo si sente nell’aria. Personalmente ricordo i mesi che precedettero lo sbarco degli angloamericani in Sicilia e la caduta di Mussolini, e quelli che li seguirono: il governo Badoglio, l’armistizio e lo sbandamento dell’esercito. In quei mesi, se volevi comprare un fucile militare, bastava che avessi 100 lire da spendere.

Se ti veniva il gusto di suonare le campane a morto, potevi provarci impunemente, se volevi ammazzare un rivale in amore, sicuramente non sarebbero arrivati i carabinieri. Qualcosa di nuovo c’è oggi nell’aria, forse d’antico. Personalmente il vizio delle sigarette mi ha indebolito l’olfatto, ma quella puzza la risento.

Oggi, la gestione dell’arretratezza e del sottosviluppo meridionali appartiene in parte al vecchio Stato di diritto impersonato dai carabinieri; in parte alla classe elettiva notabilare e clientelare che, nel dopoguerra, ha associato a sé la mafia. In apparenza il potere è contorto. E tuttavia dà luogo a una gestione scorrevole ai fini del colonialismo interno italiano, perché riesce a tenere i sudditi meridionali incatenati alla cuccia.

Per tal motivo, il tipo di gestione in atto (incendi compresi) si profila come duraturo anche per il momento in cui il Sud si ritroverà scacciato dallo Stato italiano e in mano ai corsari che hanno abbordato la nave indifesa. Non ci sono altre forze in campo.

C’è solo una speranza: che fra le generazioni più giovani maturi un personale politico dotato di patriottismo italiota e di un alto senso della collettività, in modo che l’Ytalìa (sgradevolmente detta Sud) si liberi da sé dalla condizione coloniale e, divenuto un paese civile, entri con la sua autonomia e con il suo nome e cognome nell’ordinamento giuridico globale.

IL MISTERO DEL SAURO DI GIRIFALCO

Luglio 28, 2007

di
Domenico Canino
dal sito

http://www.edicolaweb.net/

Anno 1971. A Girifalco, paesino collinare della Calabria a metà tra Jonio e Tirreno, una incredibile alluvione dovuta a più di 20 ore di pioggia ininterrotta e copiosa, provoca forti smottamenti nei terreni limitrofi al centro abitato.
Cessato il diluvio, l’avvocato Mario Tolone Azzariti, per conto di alcuni proprietari terrieri, viene incaricato dei sopralluoghi per la stima dei danni ai terreni. Nel corso di queste visite, nella zona di Caria, dove si sono verificate grandi frane e si sono create ampie fratture nel terreno, il nostro avvocato rinviene una testa di terracotta antropomorfa che reca alcune iscrizioni incise in caratteri indecifrabili.
L’avvocato Tolone Azzariti ha una solida cultura classica, sviluppatasi in anni di studio nelle biblioteche storiche e nel Museo archeologico Nazionale di Napoli, ma non ha mai visto oggetti di tale fattura, non sono di epoca magno-greca, ma neppure fenici o romani…
Fortemente incuriosito dal misterioso oggetto, allarga il raggio della ricerca a tutte le aree del circondario a caccia di altri reperti poiché, se di una nuova civiltà vera e propria si tratta, ci devono essere molti altri segni di presenza.
Per i successivi 20 anni, l’avvocato non avrà pace, dedicherà tutto il suo tempo libero e molte risorse economiche, allo scavo ed alla ricerca di altri reperti di questo antico popolo italiota.
La ricerca si rivela fruttuosa, i ritrovamenti sono copiosi, alcune centinaia addirittura.
Quella frana ha fatto riemergere dal passato una civiltà sconosciuta; ciotoli incisi con strani caratteri (petroglifi), splendide sculture in pietra calcarea rappresentanti donne con pettinature raffinatissime e con incisioni rappresentanti il culto del sole ed il culto dell’albero ed una splendida statua di pietra calcarea rappresentante una donna che è trascinata da un enorme toro che volge la testa all’indietro, molto simile a quello presente sulle monete dell’antica Sibari. E poi ancora, statue di terracotta con uomini a cavallo, steli di terracotta con strani simboli religiosi, una sfinge di terracotta di fattura particolarissima, bassorilievi di terracotta rappresentanti uomini con in risalto grandi attributi fallici, simbolo evidente di primordiale fertilità, e poi ancora meridiane solari, dischi con incisioni di particolari caratteri e simboli rappresentanti animali, come il cervo ed il serpente.
Ed ancora, armi, quali punte di lancia in pietra, asce e punteruoli per la scultura della pietra, anch’esse recanti incisioni indecifrate; alcune armi non sono di pietra del luogo ma di ossidiana, proveniente dalle isole Eolie; una in particolare è bellissima, ed ha la parte alta a coppa per un manico ad incastro molto simile a quella di Oetzi, la mummia dell’età del rame.
E poi urne cinerarie di pietra e di terracotta e molti scheletri umani, addirittura un ossario con tonnellate di ossa.
Di questo immenso tesoro l’avvocato Tolone Azzariti informò prontamente la soprintendenza archeologica della Calabria, sin dalla prima fase di scavo, per ottenere aiuti nella ricerca e soprattutto ausilio nella decifrazione e datazione dei reperti. Ma la soprintendenza, nonostante abbia nel tempo effettuato numerose ispezioni, si è sempre astenuta da pareri ufficiali per quanto riguarda le datazioni, non fornendo così alcun sostegno né economico né di ausilio agli studi per la ricerca storica sui reperti.

Ma veniamo al pezzo forte della collezione dell’avvocato Tolone Azzariti, quello su cui si puntano tutti gli interrogativi degli studiosi, e per cui il collezionista è stato addirittura tacciato di falso. Si tratta di una statua di terracotta di circa 18 cm di lunghezza raffigurante uno strano sauro con delle placche sulla schiena. Le placche sono triangolari e scorrono lungo il dorso sino alla coda. La vista dall’alto dell’oggetto rivela una strana piegatura delle placche, come se l’animale fosse stato raffigurato in movimento sul terreno.
Le zampe sono grosse e goffe, come di un animale di grande stazza, e non simili a quelle di una lucertola o di altro sauro moderno, come il tritone crestato o altri tipi di salamandra cui la scultura è stata accostata.
Non esiste alcun tipo di salamandra o sauro tipo iguana tra le specie attualmente conosciute, che abbia delle placche simili, ed allora basta prendere un qualunque manuale di paleontologia e ci si rende conto che l’animale raffigurato nella scultura appartiene alla specie degli stegosauri, una specie di dinosauri con le placche che gli scienziati affermano essersi estinta circa 65 milioni di anni fa.
Non è possibile, non può essere – affermano i paleontologi e gli storici, ma intanto la scultura esiste e l’avvocato Tolone Azzariti afferma di averla trovata nelle terre di Caria insieme a centinaia di altri reperti di età antica, di una civiltà pre-greca della Calabria, cioè di almeno 3000 anni fa.
La statua è stata ritrovata in due frammenti e poi ricomposta con un po’ di adesivo.
Nella collezione è presente un’altra raffigurazione dello strano sauro in bassorilievo su lastra di marmo grezzo, con le stesse identiche caratteristiche fisiche, e nella stessa teca c’è anche un grande osso fossile di un animale sconosciuto, ed una mandibola con grandi denti, anch’essa fossile.
“Se la statua di terracotta rappresentante il terribile sauro fosse un falso, non dovrebbe essere affatto difficile provarlo sottoponendola a datazione radiocarbonio 14 – afferma l’avvocato Tolone Azzariti – ma se il reperto è autentico ed antico almeno di qualche migliaio di anni, saremmo di fronte ad un incredibile enigma archeologico”.

VIA VILLINI SVIZZERI, REGGIO CALABRIA

Luglio 27, 2007

Domenica scorsa sul sito http://www.strill.it/ una gustosa pagina di storia che dà spiegazione di una curiosità relativa alla città dello Stretto.

Per capire perché, a Reggio Calabria, due strade siano denominate una ‘Via dei Villini Svizzeri’ e l’altra ‘Via dei Villini Norvegesi’, bisogna fare un passo indietro. …

Un passo lungo ormai quasi cento anni; per come racconto nella miniserie, di eventi storici che riguardano Reggio, da me curata: “noterelle di storia reggina”.
Com’è tristemente noto, il 28 dicembre del 1908, a seguito di una serie di fortissime scosse sismiche, le città di Reggio e Messina restarono totalmente distrutte.
A Reggio e provincia si hanno 25 mila morti, di cui 12 mila nella sola città; migliaia sono i feriti, decine di migliaia i senzatetto, perché il 90 % degli edifici privati e pubblici risulta demolito o impraticabile.
I soccorsi ai Reggini e ai Messinesi arrivarono da tutte le parti del mondo; in una prima fase furono viveri e beni di prima necessità; subito dopo furono baracche per ospitare i sopravvissuti.
E qui si originano le motivazioni dei due toponimi stradali che ci interessano.
Nel febbraio del successivo 1909, le Prefetture di Reggio e Messina vengono informate dell’intenzione della Croce Rossa Svizzera di offrire, ai terremotati, degli chalets: case di legno, piccole, semplici, ma dotate di tutti i conforti. Con la sola, significativa, condizione
che “le case non diventino oggetto di traffico, ma siano proprietà gratuita di quelli che hanno perduto la loro casa nella catastrofe”.
Così, espletate le necessarie procedure, quella benefica Istituzione costruì sedici chalets a Reggio e ventuno a Messina.
Per quelli di Reggio, l’Amministrazione Comunale indicò un suolo nella contrada Trabocchetto, a mezza costa, in posizione eccezionale, aperta al panorama dello Stretto.
Lo Stato provvide agli espropri e alle infrastrutture civili, nonchè all’apertura di una strada per allacciare il centro urbano con quello che venne chiamato: ‘Villaggio Svizzero’; e la strada fu subito denominata ‘Via dei Villini Svizzeri’.
Ogni casetta occupava un’area di quattrocento metri quadrati, con un terreno attorno destinato a giardinetto; era bifamiliare, a due piani, con graziosa scaletta esterna e con le ante delle finestre decorate col classico cuoricino.
A ciascun chalet, i donatori svizzeri assegnarono anche un nome: Guglielmo Tell, Altdorf, Jungfrau, Sempione, San Gottardo, Cervino, Spluga, Sentis, Reno, Rodano, Keller, Pestalozzi, Haller.
Medesime procedure furono contemporaneamente seguite dalla Croce Rossa Norvegese, che inviò altre sedici strutture abitative, anch’esse bifamiliari.
Erano, naturalmente, in legno, con veranda antistante la facciata; vennero impiantate su un terreno contiguo ai primi, e il complesso si chiamò a sua volta: ‘Villaggio Norvegese’; da dove “Via dei Villini Norvegesi”.
Nella nostra toponomastica si trovano anche: via Pensilvania, via Georgia, via Friuli, via Trento e via Roma, a ricordo dei Comitati di Soccorso americano, romano, friulano e veneto-trentino, che si distinsero per tempestività e generosità.
Il fatto che ancora oggi, a distanza di un secolo, questi toponimi siano stati mantenuti, sta a testimoniare che Reggio non ha dimenticato chi La soccorse nel momento della grande tragedia.
Questo dei rapporti fra Reggio e il resto del mondo che venne in suo aiuto nel 1908 è, comunque, un argomento di grande interesse storico oltre che socio-culturale, che merita di essere ripreso e approfondito, soprattutto tenendo conto proprio della prossima ricorrenza del centenario del catastrofico sisma.

Franco Arillotta

LODOVICO BIANCHINI- "PRINCIPI DELLA SCIENZA DEL BEN VIVERE"

Luglio 26, 2007
Ho ricevuto una email da Gaetano “Mario” Filangieri, la quale mi ha offerto una occasione di arricchimento culturale importante. Pubblico questa email nel blog per offrire a tutti qualcosa di analogo

Invece di perdere così tanto tempo a studiare la “storia politica” degli staterelli del nord Italia, che spesso si riduce a puro pettegolezzo di corte e non è in alcun modo paragonabile a quella dei grandi Stati europei, le scuole italiane dovrebbero piuttosto approfondire quella del Regno delle Due Sicilie, soprattutto nel suo periodo d’indipendenza politica che ha avuto con i Borbone. Lodovico Bianchini è uno dei numerosi (e ahimé praticamente sconosciuti) importanti economisti e studiosi politici ottocenteschi del Regno, “figlio” dei maestri Vico, Giannone, Filangieri, Genovesi, Muratori, Galiani e degli altri autentici padri della patria del Settecento.Bianchini è stato un pubblicista molto fertile, e questo suo “Principi della scienza del ben vivere” che ho trovato è solo uno dei diversi libri che ha scritto tra il 1820 e il 1865.Mi pare estremamente interessante, e sicuramente richiede una solida preparazione di base in economia che non ho (oltre ad un notevole impegno: sono più di 400 pagine scritte fitte fitte!…)Questa impostazione “napolitana” in politica economica, fu sicuramente originale e orgogliosamente autonoma da quella delle due superpotenze dell’epoca (almeno fino all’invasione dello “Stato vassallo di Sardegna”, debitamente favorita dalle superpotenze di cui sopra, e la fondazione di un “grande Stato vassallo italiano”…): e ho la sensazione che ripercorrere questi studi, approfondire questi principi e studiarne le applicazioni in quel troppo breve periodo di progresso economico dal 1830 al 1860, sia di una rilevanza che va ben oltre ogni “rivendicazione localistica”, oltre ogni meridionalismo e terzomondismo. Credo insomma che abbia piuttosto un carattere e un interesse universali.

"BASTA LACRIME: VENDICHIAMO PAOLO!"

Luglio 24, 2007



Sottoscrivo le parole del fratello del giudice Borsellino

da www.corriere.it

«È ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire». È una lettera durissima quella scritta da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice morto 15 anni fa nella strage di via D’Amelio a Palermo. L’ingegnere Borsellino, che vive a Milano, ha voluto replicare al documentario sulla mafia a Palermo andato in onda lunedì sera su rai3 e condotto da Alexander Stille. Si tratta della seconda lettera che il fratello del magistrato ammazzato dalla mafia con quattro agenti della scorta, scrive. La prima lettera era stata scritta pochi giorni fa alla vigilia delle commemorazioni per il 15esimo anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio.
VENDICARE – «È l’ora invece di dimenticare le lacrime, è l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finchè avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda», prosegue Salvatore Borsellino.
POLITICI – Borsellino si chiede «dove sono le migliaia di persone che
Una foto di archivio di via D’Amelio dove il giudice Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia (Ansa)cacciarono e presero a schiaffi i politici che, scacciati dai funerali di Paolo, avevano osato andare nella Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi morti insieme a lui, a fingere cordoglio e disputarsi i posti più in vista nei banchi della chiesa?». E ancora: «Dove sono le migliaia di giovani, di gente di tutte le età, che ai funerali di Paolo continuavano a gridare il suo nome, Paolo, Paolo, Paolo?». «Ricordi il presidente del Consiglio e ricordino tutti i politici – prosegue Salvatore Borsellino – che guidare l’Italia non è gestire un tesoretto, disquisire su scalini e scaloni, o azzuffarsi sugli interventi nelle missioni all’estero, e dimenticare che i veri problemi sono nel nostro stesso paese, in un Sud abbandonato alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta».
GIOVANI – Quindi l’appello ai giovani: «Ricordate che non ci può essere una repubblica, non ci può essere una democrazia fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un’agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. Ricordate che non basta cambiare nome ad un partito e poi, nel discorso programmatico del suo capo in pectore non sentire neanche pronunciare la parola mafia. Ricordate che il futuro è vostro e che ve lo stanno rubando».
L’AGENDA ROSSA – Torna in primo piano intanto la vicenda della scomparsa dell’agenda rossa del giudice ucciso in via D’Amelio. In merito, il gip di Caltanissetta Ottavio Sferlazza ha infatti indicato alla procura nuovi spunti di indagine. Nelle scorse settimane i pm avevano chiesto l’archiviazione del fascicolo iscritto a carico di ignoti per il reato di furto. Il giudice, però, si era opposto riservandosi ulteriori decisioni. Ora, con una ordinanza, il gip ha chiesto alla Procura di ricostruire cronologicamente le fasi successive all’esplosione dell’autobomba e di interrogare i due carabinieri ritratti in alcune foto in via D’Amelio il 19 luglio del 1992 accanto all’allora capitano, Giovanni Arcangioli che teneva in mano la borsa che avrebbe dovuto contenere l’agenda scomparsa e sulla quale, come abitudine, Borsellino segnava ogni cosa riguardasse appuntamenti, indagini e sue riflessioni. Arcagioli, che nel frattempo è diventato colonnello, è iscritto nel registro degli indagati a Caltanissetta per false dichiarazioni al Pm. Il Gip Sferlazza chiede anche ai Pm di Caltanissetta, inoltre, di accertare perché la relazione sulla scomparsa dell’agenda venne redatta solo a dicembre del 1992.

LA NOTTE BIANCA CONTRO LA NDRANGHETA

Luglio 23, 2007

PER METTERE UNA PIETRA TOMBALE SUL MITO "GARIBALDI"

Luglio 23, 2007

Una uscita inaspettata ed importantissima segnalata dall’ amico Gaetano Filangieri il quale ha espresso questo pensiero
“Si va addirittura oltre la visione tutto sommato limitata di Gramsci, anche se il punto di vista dell’articolista sembra essere prettamente “siciliano” e non “duosiciliano” (in tutto il profluvio descrittivo della tutt’altro che arretrata economia borbonica, dimentica persino di citare il polo siderurgico calabrese!).Ma comunque, mi pare in ogni caso un’uscita inaspettata ed importantissima”.
I festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di Giuseppe Garibaldi, con tutto lo stantio corteo di corifei e laudatori, non ha suscitato dibattiti né analisi sul processo di ‘unificazione’ dell’Italia. Questo evento non è diventato occasione per affrontare i nodi della storia italiana, o meglio italiane. Niente di niente.Neanche gli atenei o le accademie, né ricercatori e né docenti, hanno avuto il coraggio di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi.
Anzi, il ‘General intellect’ italiano, a ennesima dimostrazione della sua subalternità e del suo provincialismo, ha solo prodotto qualche raccolta di ‘memorie’ dei garibaldini, veri o presunti poco importa, spacciandola come lavoro storico e di analisi storica.
Nulla di più falso, poiché ogni vero storico sa che la memorialistica è altamente inaffidabile; e l’Italia è la patria delle ‘memorie’ scritte per secondi fini politico-personalistici. Inoltre, ‘voler costruire’ la storia patria raccogliendo le memorie di una parte sola, che ha una memoria… appunto ‘parziale’, ha più il sapore dell’opera di indottrinamento e della retorica, piuttosto che della onesta e disinteressata ricerca storica.
Capisco che in questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica, e dell’italianità quale sentimento ‘patriottico’, alcuni settori ideologicamente e strumentalmente legati al cosiddetto ‘risorgimento’ sentano il bisogno di ravvivare un ‘patriottismo nazionale’ che almeno salvaguardi la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana. Soprattutto proprio quella riguardante il periodo della costituzione della sua statualità unitaria. Ma il fatto è che, con il riproporsi di schemi patriottardi e di affabulazioni devianti, non si renda proprio un buon servizio neanche alla storia dell’Italia.La figura di Giuseppe Garibaldi, in tal caso, è centrale; non in quanto super-uomo o eroe di uno o più mondi. Ma in quanto strumento di ‘forze superiori’, ma non sto parlando della Storia con la ‘S maiuscola’, ma più prosaicamente di mercati, risorse, capitali, commerci, banche e finanza, ecc. Insomma, delle regole e dinamiche dettate dai rapporti di forza tra potenze coloniali, tra i nascenti imperialismi, l’equilibrio tra potenze regionali e mondiali. E in questo contesto deve essere inserita, appunto, la figura di Garibaldi. Lasciamo agli affabulatori e agli annebbianti i raccontini sull”eroe dei due mondi’ e sul ‘Cincinnato di Caprera’.Partiamo, quindi, dall’analizzare il ruolo e la posizione dell’obiettivo principe della più notoria spedizione dell’avventuriero nizzardo: la Sicilia.
La Sicilia, granaio e giardino del Regno di Napoli (o delle Due Sicilie), oltre ad avere una economia agricola abbastanza sviluppata, almeno nella sua parte orientale, ovvero una agrumicoltura sostenuta e avanzata, necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura; possedeva una forte marineria, assieme a quella di Napoli, tanto da essere stata una nave siciliana, la prima ad inaugurare una linea diretta con New York e gli Stati Uniti d’America. Marineria avanzata per sostenere una avanzata produzione agrumicola destinata al commercio estero, come si è appena detto. Capitalismo, altro che gramsciana ‘arretratezza feudale’. Ma il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo. Lo zolfo e i prodotti solfiferi, erano estremamente necessari per il nascente processo di industrializzazione. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione dell’acciaio, per la preparazione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti; era insomma il ubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. Con la rivoluzione nella tecnologia navale, ovvero la nascita della corazzata, e la diffusione delle ferrovie in Europa, e non solo; ne fanno montare la domanda e, quindi, la necessità di sempre maggiori quantità di acciaio, ferro e ghisa. Quindi i processi produttivi connessi, richiedono sempre più ampie quantità di zolfo; cosi come la richiedono l’economia moderna tutta, industriale e commerciale. Tipo quella dell’Impero Britannico. La Sicilia, alla luce dei mutamenti epocali che si vivevano alla metà dell’800, diventa un importante obiettivo strategico, un asset geo-politicamente e geo-economicamente cruciale. Difatti l’Isola possedeva 400 miniere di zolfo che, all’epoca, coprivano circa il 90% della produzione mondiale di zolfo e prodotti affini.Come poteva, l’Isola, essere ignorata dai centri strategici dell”Impero di Sua Maestà’? Come potevano l’Ammiragliato e la City trascurare la posizione della Sicilia, al centro geografico del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero Britannico.
Come potevano ignorare tutto ciò i Premier e i Lord, gli imperialisti conservatori e gli imperialisti liberali, i massoni e i missionari d’Albione? Come? E come potevano dimenticare che, all’epoca, il Regno di Napoli e le marinerie di Sicilia e della Campania, marinerie mediterranee, fossero dei temibili concorrenti per la flotta commerciale inglese? Come potevano? Il ‘General Intellect’ dell’imperialismo inglese, il maggiore dell’epoca, non poteva certo ignorare e trascurare simili fattori strategici. Loro no. Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italidiota dei laudatori del Peppino longochiomato e barbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldineschi, più o meno genuini, non hanno mai avuto il cervello (il cervello appunto!) di capire e studiare questi ‘trascurabili’ elementi. La Sicilia è terra di schiavi e di africani, barbara e senza storia, non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici accademici; o di venete ’storiche’ contemporanee che, invece delle vicende dell’assolata terra triangolata, preferiscono dedicarsi alle memorie della masnada di mercenari vestiti delle rosse divise destinate, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo. Tralasciando la biografia e gli interessi dei fratelli Rubattino, che attuarono quella vera e propria ‘False Flag Operation’ detta ‘Spedizione dei Mille’, giova ricordare che Garibaldi, prima di partire da Quarto, era stato convocato presso la Loggia ‘Alma Mater’ di Londra. Vi fu una festa pubblica, di massa, che lo accolse a Londra e lo accompagnò fino alla sede centrale della massoneria anglo-scozzese. ‘La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito’ scrisse un testimone diretto dell’evento. Un tal Karl Marx. Giuseppe Garibaldi venne scelto da Londra, poiché si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi favorirono la secessione di Montevideo dall’impero brasiliano, e la conseguente guerra tra Brasile e Uruguay, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di ‘raider’, ovvero incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente Latinoamericano; la nascita dell’Uruguay rientrava nel processo di controllo e consolidamento del flusso commerciale e finanziario di Londra verso e da il bacino del Rio de la Plata; la regione economicamente piùinteressante per la City. Escludere l’impero brasiliano dalla regione, era una carta strategica da giocare, perciò Londra, tramite anche Garibaldi, favorì la nascita dell’Uruguay. La borghesia compradora di Montevideo era legata da mille vincoli con l’impero inglese. Ivi Garibaldi svolse sufficientemente bene il suo compito. Divenne un ‘bravo’ comandante militare, solo perché si trovò di fronte i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri armati di picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria.*L’eroe dei due mondi era stato richiamato a Londra, distogliendolo dal suo ameno lavoro: il trasporto di coolies cinesi, ovvero operai non salariati, da Hong Kong alla California. La carne cinese era richiesta dal capitale statunitense per costruire, a buon prezzo, le ferrovie della West Coast. Garibaldi si prodigava nel fornire l”emancipazione’ semischiavista agli infelici cinesi, in cambio di congrua remunerazione dai suoi presunti ammiratori yankee.**
Colui che richiese l’intervento di Garibaldi, in Sicilia, effettivamente fu un siciliano, Francesco Crispi. Egli venne inviato a Londra, presso i suoi fratelli di loggia, per dare l’allarme al gran capitale inglese: Napoli stava trattando con una azienda francese per avviare un programma per meccanizzare, almeno in parte, le miniere e la produzione dello zolfo. Il progettato processo di modernizzazione della produzione mineraria siciliana, avrebbe alleviato il popolo siciliano dalla piaga del lavoro minorile semischiavistico delle miniere di zolfo. Ma i baroni proprietari delle miniere, stante l’alto margine di profitto ricavato dal lavoro non retribuito, e timorosi che l’interventismo economico della ‘arretrata amministrazione borbonica’, potesse sottrarre loro il controllo dell’oro rosso, decisero di chiedere l’intervento britannico, allarmando Londra sul destino delle miniere di zolfo. Non fosse mai che lo stolto Luigi Napoleone potesse controllare il 90% di una materia prima necessaria alle macchine e alle fornaci del capitale imperiale inglese. Tutto ciò portò alla chiamata alle armi del loro ‘eroe dei due mondi’. E i ‘carusi’ delle miniere solfifere devono ringraziare Garibaldi, e i suoi amici anglo-piemontesi, se la loro condizione semischiavista si è protratta fino agli anni ‘50 del secolo scorso. Le due navi della Rubattino, della ‘Spedizione dei Mille’, arrivarono a Marsala l’11 maggio 1860. Ad attenderli non vi erano unità della marina napoletana o una compagnia del corpo d’armata borbonico, forte di 10000 uomini, stanziata in Sicilia e comandata dal Generale Lanti. No.
In compenso era presente una squadra della Royal Navy, posta nella rada di Marsala, a vigilare affinché tutto andasse come previsto. I 1089 garibaldini, in realtà, erano solo l’avanguardia del vero corpo d’invasione, una armata anglo-piemontese di 20000 soldati, per lo più mercenari, che attuarono, già allora, la tattica di eliminare qualsiasi segno di riconoscimento delle proprie forze armate. Infatti il corpo era costituito, in maggioranza, da ex zuavi francesi che avevano appena ‘esportato’ la civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya. Inoltre, erano presenti alcune migliaia di soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente posti in ‘congedo’, e riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione. Eppoi c’erano i veri e propri volontari/mercenari, finanziati per lo più dall’aristocrazia e dalla massoneria inglesi.Il primo scontro a fuoco, tra garibaldini e guarnigione borbonica, si risolse ufficialmente nella sconfitta di quest’ultima. Fatto sta che nella breve battaglia di Calatafimi, a fronte delle perdite dell’esercito napoletano, che ebbe una mezza dozzina di caduti, i garibaldini vengono letteralmente sbaragliati, subendo circa 100 tra morti e feriti. In realtà, nella mitizzata battaglia di Calatafimi, i soldati napoletani che cozzarono con l’avventuriero Garibaldi dovettero abbandonare il campo, poiché il comando di Palermo aveva loro negato l’invio di rifornimenti, soprattutto di munizioni, costringendo la guarnigione borbonica non solo a smorzare l’impeto con cui affrontarono i garibaldini, ma anche ad abbandonare il terreno, quindi, lasciando libero Garibaldi nel proseguire l’avanzata su Palermo.A Palermo, dopo la scaramuccia presso ‘Ponte Ammiraglio’, nell’allora periferia della capitale siciliana, il comandante della guarnigione borbonica decise di consegnare la città. Contribuì alla decisione, probabilmente, la consegna da parte inglese di un forziere carico di piastre d’oro turche. La moneta franca del Mediterraneo.L’avanzata dei garibaldini, rincalzati dal corpo d’invasione che li seguiva, incontrò un ostacolo quasi insormontabile presso Milazzo. Qui la guarnigione napoletana impose un pesante pedaggio ai volontari di Garibaldi. Infatti la battaglia di Milazzo ebbe un risultato, per Garibaldi, peggiore di quella di Calatafimi. A fronte dei 150 morti tra i napoletani, le ‘camicie rosse’ subirono ben 800 caduti in azione. La guarnigione napoletana si ritirò, in buon ordine e con l’onore delle armi da parte garibaldina! Ma solo quando, all’orizzonte sul mare, si profilò una squadra navale anglo-statunitense, con a bordo una parte del vero e proprio corpo d’invasione mercenario. Corpo che fu fatto sbarcare alle spalle della guarnigione nemica di Milazzo.Va sottolineato che i vertici della marina borbonica, come quelli dell’esercito napoletano, erano stati corrotti con abbondanti quantità di oro turco e di prebende promesse nel futuro regno unito sabaudo.
Così si spiega il comportamento della marina napoletana, che alla vigilia dello sbarco di Garibaldi, sequestrò una nave statunitense carica di non meglio identificati ’soldati’ (i notori mercenari), ma che subito dopo la rilasciò. Così come, nello stretto di Messina, la squadra napoletana evitò di ostacolare, ai garibaldini, il passaggio del braccio di mare, permettendo a Garibaldi e a Bixio di sbarcare sulla penisola italiana. Da lì fu una corsa fino all’entrata ‘trionfale’ a Napoli, dove Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine savoiardo: fece sparare sugli operai di Pietrarsa, poiché si opposero allo smantellamento delle officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall”arretrata’ amministrazione borbonica. Certo, il regno delle Due Sicilie era fu reame particolarmente limitato, almeno sul piano della politica civica, ma nulla di eccezionale riguardo al resto dei regni italiani. Di certo fu che la monarchia borbonica, dopo il disastro della repressione antiborghese della rivoluzione partenopea del 1799, avviò una politica che permise il prosperare, nell’ambito della proprio apparato amministrativo e di governo, degli elementi ottusi, malfidati e corrotti. Condizione necessaria per poter perdere, in modo catastrofico, la più piccola delle guerre.In seguito ci fu la battaglia del Volturno, già perduta dai borbonici, poiché presi tra due fuochi: i mercenari di Garibaldi a sud e l’esercito piemontese a nord. E quindi l’assedio di Gaeta e Ancona, e poi la guerra civile nota come ‘Guerra al Brigantaggio’. Una guerra che costò, forse, 100000 vittime. Prezzo da mettere in relazione con i 4000 morti, in totale, delle tre Guerre d’Indipendenza italiane. Solo tale cifra descrive la natura reale del processo di unificazione italiana.La Sicilia, in seguito, venne annessa con un plebiscito farsa***; poi nel 1866 scoppiò, a Palermo, la cosiddetta ‘Rivolta del Sette e mezzo’, che fu domata tramite il bombardamento dal mare della capitale siciliana. Bombardamento effettuato dalla Regia Marina che così, uccidendo qualche migliaio di palermitani in rivolta o innocenti, si ‘riscattò’ dalla sconfitta di Lissa, subìta qualche settimana prima e da cui stava ritornando. Subito dopo esplose, a Messina, una catastrofica epidemia di colera, la cui dinamica stranamente assomigliava alla guerra batteriologica condotta dagli yankees contro gli indiani nativi d’America.
Migliaia e migliaia di morti in Sicilia.Tralasciamo di spiegare il saccheggio delle banche siciliane, che assieme a quelle di Napoli, rimpinguarono le tasche di Bomprini e di altri speculatori tosco-padani, ammanicati con le camarille di Rattazzi e Sella; la distruzione delle marineria siciliana; lo stato di abbandono della Sicilia per almeno i successivi 40 anni****; la feroce repressione dei Fasci dei Lavoratori siciliani; l’emigrazione epocale che ne scaturì. Infine un novecento siciliano tutto da riscrivere, dall’ammutinamento dei battaglioni siciliani a Caporetto alle vicende del bandito Giuliano, uomo del battaglione Vega della X.ma Mas, che fu al servizio degli USA e del sionismo; per arrivare alla vicenda del cosiddetto ‘Milazzismo’ e a una certa professionalizzazione dell”antimafia’ (che va a braccetto con quella di certo ‘antifascismo’) dei giorni nostri.Garibaldi, una volta sistematosi a Caprera, aveva capito che la Sicilia e il Mezzogiorno d’Italia, non gli avrebbero perdonato ciò che gli aveva fatto.
Note:
*Giova ricordare che l’impero inglese, alla metà del XIX.mo secolo, fu impegnato in una serie di guerre contro determinati stati (Regno delle Due Sicilie, Paraguay e gli stessi USA), che avevano deciso di seguire uno sviluppo autocentrato, sviluppando l’industria locale e rafforzando la propria agricoltura e il proprio commercio tramite l’applicazione dei dazi. Ciò avrebbe permesso lo sviluppo economico, pur restando al di fuori dell’influenza bancario-finanziaria e, quindi, politica di Londra. L’impero britannico reagì, a tali comportamenti, creando operazioni tipo ‘Falsa Bandiera’. In Italia meridionale con Garibaldi e la sua ’spedizione’. Negli USA reclutando gli ‘abolizionisti’ estremisti di John Walker, i quali, nel 1858, prima di iniziare una loro propria ’spedizione’ su Harper’s Ferry, dove vi era il maggiore arsenale statunitense, vennero addestrati da un misterioso ufficiale inglese che si faceva chiamare Forbes. Egli, poco prima della fallimentare ’spedizione’, scomparve nel nulla. Il Paraguay, durante gli anni della guerra civile statunitense, venne a sua volta aggredito da una coalizione di stati latinoamericani chiaramente legati agli interessi britannici: Uruguay, Argentina e un Brasile addomesticato. Questa guerra si risolse con la distruzione, fisica, del Paraguay e della sua popolazione maschile. Alla fine si ebbe un rapporto di otto donne per ogni uomo.
**C’è chi va blaterando di un Garibaldi bramato da Abramo Lincoln, presidente degli USA, durante la Guerra Civile statunitense. Secondo la leggenda, Washington cercava un abile condottiero, un Garibaldi appunto, che dirigesse l’Armata del Potomac che si trovava in serie difficoltà nell’affrontare la ben più smilza ‘Armata della Virginia’ guidata dal grande Generale Robert E. Lee. Della presunta richiesta non ci sono in giro che voci e illazioni, nulla di più. Eppoi, perché mai Lincoln doveva affidare il suo esercito ad un avventuriero che non ha mai diretto che qualche centinaio di sbandati? I bravi generali nordisti non scarseggiavano: Halleck, Sherman, Grant, Sheridan, ecc. Insomma, il solito provincialismo incolto e fanfarone italico con cui s’insegna la storia nelle nostre università!
***Si trattò della massima dimostrazione di malafede e inganno nei confronti dei contemporanei e dei posteri. Il plebiscito di svolse nelle seguente modalità: due schede, una con un NO e l’altra con un SI stampati sopra; chi votava NO doveva mettere la relativa scheda in una determinata urna, chi votava per il SI, doveva mettere, a sua volta, la relativa scheda su un’altra urna. Potete capire come venisse ‘tutelata’, in quel modo, il diritto alla libera espressione del voto. E con tanto di soldati piemontesi presenti nei seggi elettorali! 667 furono i siciliani che votarono NO al plebiscito. Non c’è bisogno di dire che, subito dopo la ‘consultazione’, tutti costoro dovettero abbandonare la loro terra.
****Il primo traghetto sullo stretto di Messina venne inaugurato nel 1899!
da www.taxcala.es

LOCRI: LA PIAZZA E’ VUOTA

Luglio 22, 2007

A proposito della piazza vuota di Locri inoccasione della diretta della trasmissione “W l’ Italia diretta” ho letto delle emerite sciocchezze (presenza di transenne). E’ d’uopo calare un velo pietoso sulla povertà intellettuale che siffatte dichiarazioni lasciano trasparire.
Tornando alla piazza vuota di Locri, le riflessioni di NIcola Zitara sono di ben altro spessore o livello

Mentre la vedova dell’on. Fortugno riassumeva le questioni che erano state oggetto di precise denunce da parte del marito, prima che lo ammazzassero, Riccardo Jacona, continuava a farle osservare che la piazza di fronte al tribunale e (se le cose non sono cambiate negli anni e nei decenni) sottostante anche all’abitazione della Vedova e al palazzo Laganà, era vuota.
I ragazzi di Locri tradivano la democrazia o la democrazia aveva tradito i ragazzi di Locri?
Milioni di democratici e di sinistrorsi telespettatori, in ogni parte d’Italia, si aspettavano che Locri attestasse che in Calabria quel bagliore espresso nello slogan “Ammazzateci tutti” continuava a splendere, magari ravvivato dall’ardore di nuove coscienze coinvolte.
Ma la piazza era vuota. Quel vuoto è un preciso messaggio che Locri spedisce al governo.
“Ti sei sbracato a promettere un cambiamento, e io ti ho fatto credito. Ma qui non è cambiato niente, quindi non ti faccio altro credito”.
L’arringa contro Jacona e contro il sistema italiano potrebbe essere lunga. Cercherò di contenerla in poche frasi. In primo luogo il messaggio che i ragazzi di Locri spediscono a suocera perché nuora intenda non attiene alla democrazia formale, ma a quella sostanziale. Riguarda il lavoro, per una generazione pietosamente aggrappata ai sussidi familiari, e riguarda anche la vita civile: un’aspirazione del giovane che si affaccia al mondo, calpestata non solo dall’arroganza della mafia a mano armata, ma anche dall’arroganza della mafia bianca, che include i politici nazionali e regionali, in tutte le gradazioni di colore, nonché gli amministratori locali, che giungono al potere attraverso il voto di scambio e ci restano se consenzienti con il degrado generale della società, sia nella sua parte mafiosa sia nella sua parte apparentemente virtuosa.
Oggettivamente i ragazzi di Locri hanno chiesto, e forse chiedono ancora, delle cose che lo Stato italiano non può dare in alcun modo. L’Italia-una penetra la nostra società attraverso alcuni vettori di consenso. Il più appariscente è la spesa pubblica, che viene erogata da organi dello Stato, sia elettivi sia burocratici. Chi la eroga in loco, anche se fosse l’uomo più giusto al mondo, non potrebbe che contentare alcuni e scontentare altri, perché i fondi sono limitati rispetto all’immensa domanda. La spesa pubblica è l’interfaccia dello Stato centrale nelle province, cosicché, da che l’Italia è anche lo Stato italiano, nelle province in cui la domanda di spesa pubblica non può essere soddisfatta che in parte, questa parte serve anche a tenere in piedi il sistema nazionale italiano, e lo fa attraverso una selezione di tipo clientelare. “Vuoi soldi da me? Te li do, ma tu sostieni lo Stato Italiano”.
Anche l’intervento europeo nelle regioni deboli del Meridione è stato agganciato al sistema clientelare selettivo. Non c’è stata cattiveria, non era possibile fare altrimenti.
E’ senz’altro vero che il sistema politico-clientelare, nato nel Sud recalcitrante verso l’unità sin dalle prime elezioni politiche nel 1861, strada facendo si è corrotto. Quando gli eletti non ricevevano una remunerazione, il clientelismo era esercitato nell’interesse del sistema. A margine si manifestavano dei fenomeni familistici a favore dei figli, dei nipoti, dei figli dell’amico. Poi, con l’introduzione dell’indennità agli eletti, il clientelismo ha assunto vistose forme di corruzione. Il fenomeno è più visibile al Sud in quanto quasi tutte le carriere cominciano con le pezze al culo e quando arrivano al traguardo c’è una villa alle Hawai. Nel Centrosettentrione il clientelismo si realizza in forme sociali, tipo Cassa integrazione, aiuti sottobanco alle imprese, commesse a prezzi d’affezione e simili, tutte cose a favore d’una intera collettività.
Neanche a questo c’è rimedio. La nostra società non è sufficientemente feconda di libere imprese. L’altra illusione in cui sono caduti i ragazzi di Locri riguarda la mafia. Tutti sappiamo cos’è perché ognuno di noi l’incontra mille volte al giorno. Non è neppure necessario che esca di casa, basta che si guasti lo scarico del lavandino e l’incontra. Quando la mafia era cosa piccola, gli studiosi s’ingegnavano a capirne le origini e le motivazioni sociali, oggi ogni elucubrazione sociologica o storica è superflua. La mafia è un affare per il capitalismo di tutti i grandi paesi, anche per quelli che hanno la fortuna di saperla forestiera, come la Svizzera e il Regno Unito. La mafia produce masse di ricchezza che al confronto quelle provenienti dal petrolio arabo o russo impallidiscono. Né Stati Uniti, né Canada, né Cina, né Giappone osano toccarla, figuriamoci l’Italia, la cui bilancia dei pagamenti tornerebbe allo stato in cui si trovava nel 1861, allorché i veri padroni del Paese erano i Rothschil, o nel 1919, allorché la guerra s’era mangiate le ricchezze spedite da 16 milioni di emigrati, o nel 1945, quando, se gli USA non ci avessero regalato farina e scatolette, chi scrive e i suoi contemporanei si sarebbe azzannati per un tozzo di pane.
Non c’è niente da fare, giovani amici di Locri, ma solo se restiamo nel sistema Jacona, che ributta sulle “piazze” e sulle popolazioni meridionali le inefficienze di uno Stato ambivalente e pregno d’ingordigie padane mai soddisfatte, fino all’invenzione di una ‘questione settentrionale’ per attrarre a sé risorse che spetterebbero al Sud. Cioè incipriando di putridi colori guance rubiconde. Ma ci sono altre strade. Forse dolorose, ma ci sono.